Aspettando Papa Francesco

Domenicale Agostino Pietrasanta

papaSi ha l’impressione che, attorno a Papa Francesco, si faccia strada una certa benevola impazienza: più da parte dei media “impegnati” che non da parte dei credenti o semplicemente di chi sta attento alle novità introdotte sul piano dei comportamenti pastorali.

La questione che si richiama più frequentemente attiene i possibili interventi di natura dottrinale; e lo si può anche comprendere. Che vogliamo farne dei divorziati risposati, cosa pensiamo del sacerdozio femminile e del celibato ecclesiastico? come ci comportiamo coi “principi non negoziabili”? e via di seguito

Rinuncio al tono dei domenicali, un po’ disimpegnato più che graffiante e mi permetto tre osservazioni.

I lettori più attenti ed anche più critici dovrebbero ricordare che già con Papa Giovanni il diverso atteggiamento pastorale ha impresso una svolta di marcata taratura dottrinale; una diversa “lex” orandi comporta, verosimilmente, una conseguente “lex” credendi. Se si riprende l’atteggiamento essenziale della misericordia di Dio, non è che si sradichi l’idea del peccato; semplicemente lo si affida non alla condanna da parte di un’autorità umana, sia pure ecclesiastica, ma all’iniziativa di Dio ed al suo progetto di salvezza. A tutto ciò consegue la nuova stagione penitenziale di rivalutazione del Sacramento della riconciliazione, per decenni oscurato dalla pratica pastorale, per l’ovvia coerenza di chi invece di sentirsi penitente, si sentiva condannato.

A questa prima considerazione, ne farei seguire una seconda. Il papa ha espresso una certa “insofferenza” ad avvallare l’espressione “principi non negoziabili”. Se non volessimo sembrare troppo ottusi ci verrebbe da dire che, per parte nostra non ne abbiamo mai capito il significato. Forse che ci sono dei principi negoziabili ed altri no? A mio modesto parere, l’espressione “principi non negoziabili” mi ricorda (l’anagrafe impietosa!) l’altra formulazione, e non sembri irriverente, usata alla fine della guerra per qualificare il vero caffè e distinguerlo da quello d’orzo (absit iniuria!). Da credente e da uomo amato da Dio, non penso si possa proporre una simile distinzione: i principi sono tutti “non negoziabili”; altrimenti si potrebbe pensare che il “dar da mangiare agli affamati” o “dare ospitalità allo straniero” e via di seguito, siano comportamenti lasciati all’opzione della buona volontà ed attengano comandamenti del tutto facoltativi. Se però tutti i principi sono “non negoziabili” sarà da ammettere l’azione del Cristiano laico che, in politica li pone in essere al massimo possibile ed il massimo possibile non è la perfezione, anche se si tratta del traguardo cui bisogna tendere nella passione della storia che ci tocca di vivere. E voi pensate che questo diverso atteggiamento pastorale: la comprensione della sforzo fatto nella storia degli uomini per raggiungere il massimo possibile di bene; voi pensate che non abbia un impatto sulle proposte dottrinali? Per incidere sulla dottrina, non credo sia indispensabile salire in cattedra e proclamare un dogma.

Una terza ed ultima osservazione potrebbe riguardare i temi più spinosi. Sul celibato sacerdotale e sulla contraccezione, penso si tratti di un discorso aperto su cui una parola del papa è sicuramente attesa. Sui divorziati risposati bisogna dire che si è fatta molta strada da parte di tutti; qui c’è un impegno dei soggetti pastorali di tutto rispetto. Ciò che tuttavia fa problema è la loro riammissione ai sacramenti; confesso che mi ha sempre colpito il fatto che l’unico presupposto dirimente sia quello, molto irrealistico, della interruzione dei rapporti intimi: come se nelle mancate fedeltà ci fosse solo quella sessuale. Tuttavia la questione si sta positivamente allargando fino a riproporre le conseguenze del principio che lega indissolubilmente due persone di sesso diverso: la loro libera volontà e la continuità del loro sentire affettivo. Peraltro in dottrina si è sempre sostenuto che i ministri del matrimonio sono gli sposi; nella pratica però l’attenzione si è spostata ai protagonisti ecclesiastici anche in questo campo; e l’opinione comune ha fatto la sua parte: il celebrante è sempre il prete.

Ed allora? Non voglio certo affidare la soluzione ad un inconcepibile relativismo; ascolto solo con interesse quando mi si dice che in fondo il giudice ultimo è la coscienza. Si badi, la coscienza, non l’arbitrio! Pensate sul serio che una simile prospettiva di comportamento per la pastorale non impatti sulla dottrina?

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