Il cerotto

Dario Fornaro

gio

Stiamo palesemente perdendo la guerra, ma, nell’insieme, forse una battaglia riusciamo a vincerla (calcisticamente: prendiamo un cappotto, ma segniamo il gol della bandiera). Parliamo del gioco d’azzardo di massa, moltiplicatosi iperbolicamente nell’ultimo decennio, specie con le nuove tecniche di rete, senza che si frapponessero remore di sorta che non fossero tardive, minoritarie e sostanzialmente inefficaci, quantomeno a confronto con la vastità e l’incidenza sociale del fenomeno.

Gli allarmi non sono mancati e si susseguono (da ultimo la denuncia di Auser, Libera e Gruppo Abele dell’impatto del gioco d’azzardo sugli “over 65” – v. Repubblica 4.3 us), ma l’udienza socio-politica dei dati e delle considerazioni connesse  resta  limitata e/o transitoria. Sbatte, cioè, nel muro di gomma costituito dai corposi interessi privati (affari) e pubblici (gettito tributario) per le risorse che si ricavano, ancorché iniquamente ripartite, dal settore-giochi.  Il tutto  ben accasato in un atteggiamento sempre più individualistico che invade il “medio sentire” dei cittadini non direttamente coinvolti  ma genericamente…informati dei fatti.   Disdicevole certo, e talora pericolosa, questa montante propensione all’azzardo spicciolo, salvo che, dopotutto, ciascuno ha il diritto di condursi come meglio gli pare – rischi personali compresi – purché  entro i margini, più o meno definiti, della legalità costituita.

La corposità del fenomeno ha tuttavia indotto il legislatore – in sé diviso dalle opposte sollecitazioni pubblico-private, ma preoccupato della propria immagine – a considerare qualche simbolica contromisura di contenimento (?) della diffusione e di cura (?) delle conseguenze personali della pulsione all’azzardo sotto forma di giocata. A ciò magari delegando il Ministero della Salute, vale a dire “medicalizzando” e con ciò stesso “individualizzando” un problema di ben più vasta e collettiva portata socio-economica, e perfino di ordine pubblico.

Sotto questo profilo si è disputato attorno alle possibili distanze di sicurezza delle nuove sale-gioco dai “luoghi sensibili” giovanili (scuole, oratori etc.) e soprattutto  si è inserita, nel contesto della Legge 189/2012 (legge Balduzzi), assieme ad un buon numero di “malattie rare”, la compulsiva/distruttiva attrazione personale al gioco d’azzardo  (ludopatia) tra i LEA-Livelli Essenziali di Assistenza di pertinenza  del Servizio sanitario nazionale. Per la pratica attuazione, e questo è un classico, si stanno ancora aspettando i decreti attuativi della legge in parola, assieme ai fondi dedicati.

Sarebbe ingeneroso contestare di minimalismo il Ministero della Salute, che si è adoperato, invece, fattivamente, tra diverse insorgenze lobbistiche, per conseguire lo scopo curativo-assistenziale della ”ludopatia”: un buon cerotto su  una ferita profonda. Laddove  non sarebbe del tutto fuori luogo indirizzare  qualche sarcasmo ad uno Stato (Governo, Parlamento, sostrato politico) che, a scopo dimostrativo di sollecitudine anti-azzardo, si riduce ad afferrare il toro per la coda. Modalità del tutto sconsigliabile, com’è noto, a chi voglia poi accampare un successo taurino, anche solo nell’arena politica o nella Plaza delle Buone Intenzioni.

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