Un’idea di Europa

Marco Ciani

(Inizia con questo articolo un nuovo dibattito promosso da Ap in vista delle elezioni europee che si terranno a maggio. Il tema è riassunto dal titolo: quale idea di Europa per il futuro? Ammesso e non concesso che un futuro per il Vecchio Continente ci sia. Ci confronteremo con interventi che esprimeranno orientamenti anche diversi, ma accomunati, come sempre dal tentativo di capire di più e meglio quel che accade intorno a noi e di provare a fornire qualche valutazione di merito. Buona lettura! Ap)

euQuando alla fine degli anni ’40 e nel successivo decennio vennero realizzate le prime istituzioni comunitarie, politici e cittadini del Vecchio Continente, quelli almeno che potevano godere della libertà politica, sentivano forte la necessità di rendere impossibili nuove guerre, dopo i due disastrosi conflitti del XX secolo, nati e consumati in larga parte (anche se non esclusivamente) proprio sul suolo europeo.

Questa fu certamente la prima esigenza che portò a ripensare il ruolo dei vecchi stati nazionali, ed ad un loro possibile e forse necessario superamento. Ma non fu l’unica.

Certamente la perdita di centralità del continente, di fronte all’emergere delle due potenze egemoni, Stati Uniti e Unione Sovietica, costituiva un fatto totalmente inedito, almeno da qualche millennio. Gli europei erano abituati a considerarsi il centro del mondo, ma questa certezza si sgretolava di fronte al mutamento rapido e radicale degli assetti geo/politici mondiali. Stavamo diventando periferici. La decolonizzazione farà il resto.

Ma accanto a motivazioni importanti di ordine “negativo”, come le guerre e la marginalizzazione, a produrre una spinta determinante verso un processo di ricomposizione degli stati fu anche una ritrovata consapevolezza delle radici comuni, radici che definivano un’identità collettiva, una sintesi originale che poteva consentire all’Europa di ridefinire la propria missione dentro un pianeta immerso in un vortice di cambiamenti, come mai si erano veduti nei secoli precedenti. In questo il secolo XX, finora, non ha avuto eguali.

La sfida venne raccolta da uomini di alti ideali, profondi convincimenti politici e solido pragmatismo. Il fatto che i tre maggiori protagonisti di questa storia, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman fossero ispirati da una visione cristiana (ma potremmo anche dire cattolica, nel senso veramente di katholikòs, cioè “universale”) non è, a mio modo di vedere, indifferente rispetto ad un processo al quale le componenti socialiste approderanno solo in anni successivi e non senza qualche travaglio.

Del resto l’Europa si definisce per alcuni aspetti che non possono essere ignorati, a pena di metterne in discussione le fondamenta. E’ fuori discussione che tra queste radici siano senza dubbio da annoverare la matrice filosofico/scientifica di derivazione greca, l’impronta religiosa giudaico/cristiana, la visione del mondo umanistico/illuminista, l’impianto dei rapporti giuridici basato sul diritto romano (anche per quelle nazioni che successivamente passeranno a sistemi diversi).

Aggiungerei anche che, nel primo dopoguerra, molti europei guardavano volentieri agli USA come modello da seguire. Un esempio di nazione costituita fondamentalmente da emigranti europei, che, malgrado una guerra di secessione, erano riusciti a stringere un patto federativo alla base della pace, della democrazia e della prosperità interne.

In questo, devo dire per aver sentito questo discorso più volte da persone diverse, si compivano anche delle grossolane semplificazioni come ad esempio quella di non considerare che gli Stati Uniti sono una nazione assai giovane, di ispirazione calvinista e con un elemento che in Europa non esiste, ma che assieme alla religione costituisce il più forte collante identitario per un paese: la lingua comune.

In ogni caso, i padri costituenti, in linea con le idee che si affermavano in quel tempo, e con sano realismo, decisero di partire dall’unificazione delle strutture economiche, convinti che da quelle sarebbe stato possibile, prima o poi e con la necessaria gradualità, giungere alla creazione di uno stato.

L’idea funzionò bene fino ad anni piuttosto recenti, complice anche il fatto che l’economia dei paesi liberali cresceva a tassi elevati rispetto ai quali il secondo (quello socialista) e terzo mondo (i paesi poveri) non erano in grado di creare valide alternative.

Compio ora un balzo di molti decenni, fino ad arrivare ai giorni nostri. Perché quella che sembrava un’idea così entusiasmante ai nostri padri e nonni, si è trasformata in un’ipotesi assai meno attrattiva, per non dire avversata e sgradita, tanto da suscitare spinte anti/europee di un certo successo? E, soprattutto, cosa possiamo fare per recuperare lo spirito originario di un’impresa che avrebbe tutte le carte in regola per rimettere il Vecchio Continente al centro del mondo?

Io credo che la perdita di fascino dell’idea di Europa provenga principalmente da due fattori.

Il primo. La o le generazioni che hanno vissuto sulla propria pelle le cicatrici della guerra stanno esaurendosi. Pensiamo che per avere qualche barlume di ricordo diretto dei fatti bellici e/o delle loro conseguenze bisogna essere nati al più tardi negli anni ’30 o al massimo nei primi periodi del decennio successivo. Parliamo di persone che ormai hanno più di settant’anni. Chi non ha vissuto quei drammi, ormai la stragrande maggioranza della popolazione, immagina la guerra come un evento molto remoto, perlopiù confinato nei libri di storia.

A corollario aggiungerei che è altresì svanita la pressione che nella seconda metà del secolo XX esercitava sulla parte occidentale il blocco socialista e la minaccia conseguente, minaccia che aiutava a cementare i sentimenti pan/europei nei paesi liberi.

Il secondo fattore, a mio giudizio, sta nel fatto che il processo di convergenza economica, culminata qualche anno fa con la nascita dell’Euro, disgiunto dall’unificazione politica, ha ormai raggiunto le sue Colonne d’Ercole.

In altri termini, vi sono dei limiti oltre i quali la messa a fattor comune delle regole che sovraintendono gli scambi commerciali e le politiche di bilancio diventa incompatibile con la sovranità statuale. Se pensiamo ad esempio alla moneta comune, è del tutto evidente che in assenza di unificazione anche politica, una valuta condivisa da stati con dinamiche economiche totalmente differenti (pensiamo, ai due opposti, alla Grecia e alla Germania come esempi del sud e del nord continentali) non può reggere. E non regge perché gli impulsi di politica economica e monetaria forniti da Bruxelles o Francoforte producono effetti totalmente differenti e divergenti a seconda delle situazioni concrete delle nazioni a cui si applicano. Tali conseguenze, in un paese unito come gli USA, risultano attenuati in modo determinante dalle politiche federali.

Con questi limiti è naturale che nei confronti delle istituzioni europee si creino sentimenti di avversione, che vanno a beneficio di partiti nazionalisti e xenofobi. Lo vedremmo, temo, anche alle prossime elezioni europee di maggio.

Certo, sarebbe assai diverso se, per fare un esempio, i disoccupati di ogni paese del continente potessero ricevere, quale sussidio, un assegno firmato dall’Unione Europea. Vedrebbero che Bruxelles non è solo quel mostro burocratico e tecnocratico ormai piuttosto radicato nell’immaginario collettivo, a maggior ragione dopo l’ultima crisi e le conseguenti politiche di austerità. E’ solo un esempio, ma credo aiuti a capire di cosa stiamo parlando.

E dunque cosa bisognerebbe fare?

Io penso, e mi avvio a concludere, che innanzitutto serva rilanciare il dibattito sul significato e la validità di un modello che, a maggior ragione in un mondo globalizzato e competitivo, mantiene parecchie potenzialità interessanti. Tutti assieme siamo pur sempre il primo PIL del mondo. Per far valere i punti di forza serve però un’idea di Europa che sia innanzitutto politica e sociale. Oltre che economica. Un’idea fondata non sugli egoismi di bandiera, come oggi, ma sul bene comune, cioè sul bene complessivo degli europei in quanto tali.

Bisogna recuperare, come i padri fondatori, le ragioni ideali dello stare insieme che vanno anche al di là delle minacce da cui prese avvio il processo di unificazione. Ma nel farlo non bisogna scordare il pragmatismo che quegli stessi statisti contraddistinse. Serve uno slancio maggiore verso istituzioni realmente comunitarie.

Narra un aneddoto che quando, negli anni ’70 parlavano ad Henry Kissinger di Europa, il segretario di stato americano rispondesse in tono ironico chiedendo “E che numero di telefono devo fare per chiamare l’Europa?”.

Ecco, penso che questo sia il punto. Accettare di perdere una quota importante della sovranità nazionale da parte di tutti i paesi (pensiamo solo alla politica estera dove vale l’ognun per sé); un governo dotato di poteri propri, che non sia cioè la mera sommatoria di “emissari” nominati dai singoli stati; eleggere in modo democratico e diretto un presidente federale, dal cui telefono possa rispondere, come chiedeva Kissinger, il signor Europa e non un amministratore di condominio, seppur importante.

Forse allora esisteremo agli occhi del mondo e di noi stessi come patria e non più solamente come una congerie di piccoli e grandi interessi particolari, ormai incompatibili con i percorsi della storia.

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7 thoughts on “Un’idea di Europa

  1. Mi siano consentite alcune osservazioni.
    Dapprima, è doveroso osservare che gran parte dell’Europa, in altre epoche, costituiva un’unica entità, insieme a parte dell’Asia minore ed all’Africa settentrionale: stiamo, naturalmente, parlando di quell’Impero Romano, che, raccogliendo la prestigiosa eredità dell’antica Grecia, ha diffuso una civiltà fino ad allora sconosciuta ed ammaestrato i popoli in materia di Diritto, come, saggiamente, osservato da parte del competente estensore dell’articolo; per non parlare dell’evoluzione infrastrutturale, basata su strade ed acquedotti, che, ancora oggi, seppur con qualche modifica derivante, principalmente, dall’adeguamento all’evoluzione tecnica, utilizziamo. Anche in Europa, dunque, grazie ai nostri Padri Romani, esisteva una lingua comune: il Latino, pervenuto ancora oggi ed impiegato anche in area anglofona, almeno quando si tratti di ambienti culturalmente elevati o per discipline come il Diritto o la Medicina; la scala dei tempi è almeno di un ordine di grandezza superiore rispetto a quanto succeda con l’Inglese oltre Atlantico.
    Anche gli Stati Uniti d’America avevano impostato le basi di una Nazione civile, anche con una certa forma di sistema sociale, pur senza raggiungere i livelli Europei, dove, grazie al Diritto Romano ed alla morale Cristiana, il sociale trovava più ampia applicazione: giammai negli Stati Uniti, dove le aliquote fiscali dell’imposizione diretta raggiungevano il 70% si sarebbe pensato ad una gestione diretta dei servizi pubblici da parte delle Pubbliche Amministrazioni, il che sarebbe comprensibile pensando che quella Nazione è derivata da una ribellione di coloni nei confronti della Madre Patria, la quale azione fa presumere una certa insofferenza alle regole insita nelle persone. Purtroppo, arrivarono gli anni Cinquanta del secolo scorso e, dopo i danni della seconda guerra mondiale, abbiamo quelli derivanti dall’esplosione del liberismo, con le sue deleterie dottrine diffuse da Milton Friedman e suoi seguaci nella stessa America prima e ad ammorbare l’Europa poi.
    Lodevolmente, l’estensore dell’articolo parla di necessità di realizzare una vera unione politica: è, infatti, assolutamente necessario che le attuali Nazioni diventino le Regioni (entità amministrative) della Nazione Europea, con una sua unica Costituzione, un suo unico Diritto, un suo unico apparato istituzionale, oltre che con una sua unica moneta, la quale, da sé può solamente compiacere i loschi affaristi dell’economia e della finanza, discipline che, come noto, ma che alcuni non intendono ancora imparare, se non tenute a freno sotto stretto controllo da parte della politica, sono in grado di arrecare seri danni alla popolazione, financo a minare la stessa dignità umana delle persone. Per fare questo, occorre, innanzi tutto, dare agli organismi finanziari lo status di Enti di Diritto Pubblico o, quanto meno, d’interesse Nazionale, impedendo l’allegra condotta tipica degli enti di diritto privato e conferire alle Istituzioni politiche quei poteri che, effettivamente, dovrebbero avere.
    Ancora una volta, dobbiamo passare dalla cultura dell’io ala cultura del noi.

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