Spigolature sul governo

Daniele Borioli (*)

renOra che le caselle sono tutte a posto, si può dare un primo sommario giudizio sul profilo del Governo Renzi. Con quale che lodevole eccezione, la pattuglia dei viceministri e sottosegretari non ha migliorato i parametri di competenza e qualità espressi dalla prima fila.

Anzi, ha trascinato il premier e i suoi più vicini collaboratori in qualche pasticcio di non semplice soluzione. Soprattutto per quanto riguarda l’inopportuna nomina di sottosegretari implicati in vicende sulle quali la magistratura sta indagando.

Naturalmente, per tutti costoro vale come sempre la presunzione d’innocenza, che riguarda molto il giudizio sulle loro persone, molto meno quello relativo all’opportunità della loro nomina a ricoprire incarichi pubblici di tale rilievo.

Su questo punto, prima ancora dei sacri principi, Renzi contraddice soprattutto se stesso, quando ancora aspirante segretario del PD reclamava a gran voce le dimissioni di Cancellieri, peraltro neppure indagata. E’ vero che quasi tutti i politici dicono in campagna elettorale cose che poi non fanno. Ma dopo la vicenda Letta, non vorremmo che questa diventasse per il neo Presidente del Consiglio un’usanza prevalente.

L’unico a essersi dimesso, al momento, è stato il viceministro alle infrastrutture, Gentile, in quota NCD. Il quale, potremmo dire, ha usato verso Palazzo Chigi una “gentilezza”, evitando di trasformare la questione in una mina piazzata sotto i primi passi del Governo.

“Gentilezza”, al momento, non replicata dagli “indagati” entrati nei ranghi dell’esecutivo dalla porta del Partito Democratico. Anche per loro, ovviamente, deve valere tutto il garantismo possibile. Al quale, personalmente, come iscritto, elettore e parlamentare dello stesso partito, non posso che aggiungere un sincero auspicio, e la certezza che le inchieste in atto i concluderanno con un netto proscioglimento.

Tuttavia, le cose non tornano e non possono essere gestite così. Leggo stamane, con qualche sorpresa, le dichiarazioni della ministro Maria Elena Boschi: “non si possono chiedere le dimissioni solo per un’indagine”. Da cosa nasce questa perentoria e strampalata affermazione, che contraddice quanto la stessa Boschi sosteneva, solo pochi mesi fa, urlando a gran voce “dimettiti” alla ministro Cancellieri?

Volendo azzardare una risposta sarcastica, potremmo dire, forse, che la condizione necessaria per doversi dimettere è, come nel caso dell’ex titolare della Giustizia, quella di “non essere indagati”. In quel caso le dimissioni sono dovute. Se si è indagati, le dimissioni non si devono dare. Bah!?

La verità è che quella posizione trasuda “doppiopesismo” da tutti i pori. Non perché Barraciu e Del Basso De Caro non debbano ritenersi innocenti sino a prova contraria, ma perché è evidente che si usa per loro un metro di valutazione legato alla “fiducia” che deriva dal far parte della stessa casa politica.

“Fiducia” legittima se alberga nel cuore dei rapporti che legano tra loro militanti per la stessa causa, ancora comprensibile se determina decisioni “comprensive” da parte dell’organizzazione politica di appartenenza nei confronti degli indagati. Del tutto inservibile e, addirittura, dannosa ai fini dell’esercizio di trasparenza, opportunità e coerenza che deve regolare l’assunzione di incarichi pubblici.

Teorizzare, come ha fatto Maria Elena Boschi, la commistione tra questi due livelli è sbagliato. Ed è ancor più preoccupante se l’autrice di questa teoria è colei cui è stata affidata la responsabilità di impostare il lavoro sulle riforme istituzionali e costituzionali che attendono il Paese.

Inoltre, dare l’idea che sul fronte del rigore si usano due pesi e due misure rende quanto mai vulnerabile un partito che, del rigore, ha fatto una propria bandiera e, alla fine, conferisce i crismi della coerenza a chi, magari per far velo al proprio disinvolto e distorto uso del potere, fa del “garantismo” un totem, avendo però l’accortezza di dispensarlo anche verso gli avversari politici nei guai con la giustizia.

Infine, la difesa a spada tratta messa in campo da Boschi, forse mandata in avanscoperta dal premier per saggiare gli umori, fa a pugni con alcune rilevanti decisioni che il PD e il centrosinistra hanno assunto di recente nei confronti di alcune delle stesse persone.

Come si spiega, infatti, che Barraciu sia stata eliminata dalla corsa alla Presidenza della Sardegna, dopo aver vinto le primarie, per le stesse identiche ragioni che oggi, secondo una parte del PD, non costituiscono alcun ostacolo alla sua nomina nel Governo?

E cos’è la nomina al Governo? Un risarcimento a Barraciu per quello che si ritiene sia stato un torto commesso nei suoi confronti? Ed è concepibile che un partito serio possa ragionare secondo queste logiche? E, ancora, non era quantomeno opportuno attendere che tutto si chiarisse, e fosse la giustizia a stabilire che c’era effettivamente un torto da risarcire?

Naturalmente, per trarre una valutazione definitiva sulla questione occorrerà attendere le evoluzioni dei prossimi giorni. Ma per un Governo che si propone come una sorta di “comitato rivoluzionario”, queste gaffe da crepuscolo della prima Repubblica si potevano evitare.

Nel frattempo, sulla legge elettorale, registriamo il “ritorno sulla terra” del Presidente del Consiglio. Non sappiamo ancora come si concluderà il voto alla Camera, ma è evidente che, nel passaggio dalle stanze del Nazareno al luogo in cui, almeno per ora, ancora si fanno le leggi, gli scoppiettanti petardi comunicativi annunciati subito dopo il vertice con Berlusconi hanno perso potenziale.

Lo stesso Renzi, passato dal ruolo di Segretario del PD, impegnato a incalzare il Governo anche per aprirsi un proprio autonomo campo di gioco politico, a quello di premier direttamente interessato a evitare la morte prematura del Governo che presiede, ha dovuto di necessità privilegiare l’accordo con Alfano. Che ho l’impressione, dopo questo passaggio, pesi paradossalmente di più di quanto non pesasse nel Governo Letta, di cui pure era vicepresidente.

Gli sviluppi sulla legge elettorale non sono, però, negativi. Infatti, al di là del balletto di posizionamento tattico delle diverse forze, che intorno all’Italicum si svolge, l’incrinatura all’accordo extraparlamentare blindato, che sembrava un prendere o lasciare offerto senza possibilità di sconto all’intera legislatura, apre la possibilità di un miglioramento di merito del testo. Che era oggettivamente viziato da larghissime imperfezioni e da diversi elementi di dubbia costituzionalità.

Se saprà valorizzare il ruolo del Parlamento, dove siedono molte persone competenti, nelle diverse materie che riguardano la vita dello Stato, il Presidente del Consiglio aiuterà se stesso a fare bene il suo mestiere. Che è poi la ragione per cui molti italiani gli hanno dato fiducia al momento delle primarie: forse non capendo esattamente per quale ruolo egli si fosse candidato, ma assegnandogli, senza ombra di dubbio, una volontà di cambiamento forte.

A muovere da un rinnovato spirito di collaborazione, che occorre però sia reciproco,  e dal definitivo accantonamento di quel tratto di autosufficienza che è sembrato accompagnare le prime mosse del Segretario del PD/Presidente del Consiglio, nel trasloco da via S.Andrea delle Fratte a Palazzo Chigi, la via delle riforme potrà essere resa più semplice, incisiva e rapida, rimediando anche a quelle debolezze di partenza che il Governo espone, e che possono strada facendo essere curate.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “Spigolature sul governo

  1. Sembrerebbe che la classe politica, almeno in Italia, ma, a modesto parere di chi scrive, dal fenomeno non sono immuni nemmeno altre Nazioni, si stia trasformando in un gruppo che, facendo la legge, sia superiore alla legge stessa: una sorta di oligarchia a struttura pseudopiramidale, rinnegando l’ordinamento di uno jus superiorem non recognoscens scritto in maniera condivisa dal popolo sovrano, direttamente o tramite i suoi rappresentanti.

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