La frattura della memoria e l’afasia della politica

Il dibattito sul Movimento 5 Stelle (Conclusioni) ● Agostino Pietrasanta

(Con le conclusioni di Agostino Pietrasanta termina il dibattito promosso da Ap sul movimento pentastellato, del quale, naturalmente, continueremo a seguire l’evoluzione anche in futuro. Richiamiamo i contributi pubblicati: Giacomo D’Alessandro “A riveder le (cinque) stelle. Nuove generazioni e stravolgimenti politici“, Marco Ciani “E intanto Grillo…“, Don Walter Fiocchi “Il gusto del budino“, Fabio Camillo “Una ricetta oligarchica ed indigeribile“, Carlo Baviera “Meglio la zuppa o il pan bagnato?“, Dario Fornaro “Compagni che sbagliano“, Movimento 5 Stelle Alessandria “Alcune riflessioni dall’interno del M5S: come si arriva alla scelta del voto e alla partecipazione attiva” , Renato Balduzzi “5Stelle, nè problema, nè soluzione“. Ap).

griPenso che anche solo il tentativo di una sintesi costituirebbe una pretesa; il dibattito sul movimento “grillino”, promosso da AP, ha prodotto un numero tale di interventi, ma soprattutto una tanto cospicua mole di questioni, da rendere limitativa una qualsiasi conclusione che pretenda di unificare le diverse proposte emerse. Credo, tuttavia, che si possa tentare, e sia anche opportuno tentare, un bilancio dei nuclei tematici che ne sono emersi; o per lo meno di quelli per i quali  dispongo di una sufficiente o accettabile  sensibilità di giudizio.

Siamo in una situazione di frattura della memoria storica; se ne avevo percezione, ora ne ho conferma. Tutti gli interventi se non lo dichiarano apertamente lo danno per scontato. Il ragionamento esplicito o il presupposto implicito è molto semplice. Il cittadino ventenne, appena giunto alla maggiore età, ha conosciuto da una parte il solo  berlusconismo ed il suo devastante percorso fatto di individualismo, di disprezzo dell’interesse generale, di confusione dei valori di solidarietà con quelli del tornaconto egoistico  e dall’altra il più eclatante dei fallimenti di un centro/sinistra debole e litigioso; io direi di un’epocale incapacità di una classe dirigente e di una pseudo/elite che non è stata in grado di coniugare, in un progetto politico completo, le culture della solidarietà che la tradizione del cattolicesimo e del socialismo democratici erano in condizione di proporre. Distrutte le tradizioni è crollato il progetto.

E tuttavia potrebbe stupire che si identifichi l’esperienza del presente con la consapevolezza di una tradizione storica di cospicua rilevanza;  potrebbe stupire che una generazione non priva di preparazione e sensibilità dia la sensazione di confondere il vuoto e l’afasia evidente della politica con la mancanza di una storia di grande interesse culturale; potrebbe stupire l’affermazione, sostenuta da giovani culturalmente esigenti, di aver conosciuto solo Berlusconi ed il fallimento del riformismo di centro/sinistra.

Potrebbe stupire ed uso il condizionale; però non più di tanto.  Per una serie di concause che si sono accumulate (e qui c’è una seconda valutazione o frattura) sono mancati i soggetti capaci di fare della memoria un’ispirazione forte per delle motivazioni adeguate nel  presente. Non si tratta di rilevare la carenza di strumenti culturali ed accademici che esistono (c’è una storiografia di tutto rispetto anche sulla storia contemporanea della nazione), ma di constatare che c’è una sorta di resa dei conti complessa che da una parte si radica nel processo della nostra fragile democrazia, dall’altro si esprime, nel vuoto democratico dovuto alla debolezza dei partiti politici che avrebbero dovuto ricavare dalle culture di riferimento, una risposta politica ed istituzionale che appare carente o surrettizia.

Sulla storia e sul processo storico della nazione non conviene insistere, altra volta ne abbiamo ripreso i caratteri; non c’è dubbio però che siamo in presenza di una storia limitata, breve in cui i germi positivi della democrazia non si sono fatti patrimonio comune per la generalità dei cittadini, ora  condizionati da soluzioni totalitarie, ora da confronti cristallizzati dall’ideologia di blocchi politici non compatibili con la dialettica ed il ricambio. E questo nonostante la rilevanza, ribadisco, di culture politiche di tutto rispetto; non però assimilate dall’opinione, né fondative del consenso democratico.

In questo quadro si esaurisce la stagione di supplenza che, per un certo periodo i partiti politici con la loro attività hanno assicurato, sia pure con alcune punte di scontro ideologico sempre però contenute dalle doti di una classe dirigente almeno dignitosa, quando non straordinaria. E sulla crisi dei partiti come elemento di quadro, crisi  in cui trova spazio la protesta senza sbocchi apparenti, mi pare abbiano insistito in molti.

Dalla fine degli anni settanta del secolo scorso la deriva ha marcato un cammino sempre più rapido e gradualmente fino alla conclusione tecnicamente catastrofica. Enrico Berlinguer, proprio in quegli anni  affermava che si stava imponendo una questione morale, l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. La valutazione, vera ed acuta, era la conseguenza di partiti che si rendevano incapaci di essere quanto le indicazioni costituzionali esplicitavano, il luogo in cui i cittadini si rendevano protagonisti della politica nazionale; inadeguati ad una mediazione esigente per assicurare il carattere proprio del loro esistere, i partiti si facevano semplici contenitori del consenso e della spartizione dei poteri previsti dalle istituzioni, senza alcun retroterra della cittadinanza e della base sociale di riferimento. L’occupazione del potere si è tradotta rapidamente in assenza di contenuti di democrazia reale, in carenza di contributi condivisi per la crescita morale, ma anche economica del Paese. Più che crisi dei partiti, sia pure innegabile, si è trattato di crisi del partito in quanto tale, ridotto a scatolone/contenitore senza contenuto. Il passaggio a ben vedere assume i caratteri di un fallimento della democrazia, un fallimento il cui fondamentale connotato, denunciato da qualche intervento, non è stato prioritariamente l’incertezza sul “che fare”, ma la demotivazione sulle ragioni stesse dell’impegno politico, in altre parole sul “perché fare”.

Nella frattura si inseriscono però, meccanismi e protagonisti più complessi tanto da rendere anche e molto più pesante il contesto di riferimento. In un Paese in cui la Chiesa ha sempre rappresentato, in positivo o in negativo, un riferimento, quest’ultima è entrata sulla scena pubblica con una presenza del tutto surrettizia, provocando un autentico “vulnus” nella laicità delle istituzioni; in assenza di presenze correttamente profane di formazione, molto spesso i vertici ecclesiastici hanno dettato l’agenda, ma non un agenda di formazione, ma di indicazione dei comportamenti, determinando una diffusa indifferenza all’impegno responsabile. Nel contempo il sindacato, altro soggetto di grande impatto sulla scena pubblica, si è chiuso nella duplice separatezza dell’ideologia e della ricerca del consenso: la tradizione straordinaria di ragionamento sui problemi concreti e sulle prospettive di soluzione è caduta rapidamente.

Il complesso ha favorito, e spiegabilmente, il disimpegno civile e l’afasia della politica: il cittadino già ripiegato nel privato, si è chiuso nella salvaguardia dell’interesse individualistico, trovando una rappresentanza devastante nel berlusconismo. Di fronte all’evidente inconsistenza del fenomeno e del movimento che aveva suscitato non poche speranze, talora persistenti ed in alcuni casi cristallizzate, la protesta era inevitabile. Ecco perché mi sembra del tutto calzante il rilievo di qualche intervento secondo cui anche l’esperienza 5stelle non è un problema è un sintomo: il problema, ne ho tentato alcune descrizioni, è molto più a monte

La questione però  si rende più spinosa ed acuta per lo strumento che esplicita la protesta: la rete informatica. Si tratta di uno strumento tanto intrigante, quanto affascinante, ma anche problematico nei risultati. Certo c’è una possibilità per tutti di farsi ascoltare; o almeno di tutti quelli che hanno confidenza con le tecniche indispensabili. Tuttavia si tratta anche di una pratica che impedisce un confronto mediato nei luoghi delle valutazione, della formazione del consenso, della determinazione dei progetti. Non temo e credo non si debba temere una crisi di iperdemocrazia, come qualcuno va insinuando; non temo la carenza di delega a favore di una democrazia diretta. Temo invece la carenza di una fisiologica determinazione della delega, che non significa riservare a pochi le decisioni escludendo gli altri, ma trovare il luogo in cui il confronto del maggior numero possibile di opinioni crei il consenso per i pochi delegati alla rappresentanza istituzionale; manca il passaggio fisiologico perché tutti i cittadini diventino (mi pare che sia richiesto esplicitamente anche dagli amici pentastellati che hanno partecipato al dibattito) elettori e non sudditi. In altre parola siamo a corto degli strumenti idonei alla promozione della rappresentanza. E la rete non basta; se basteranno ancora i partiti politici, resta inteso che siamo in fase di rifondazione alla radice.

Sarà possibile? Forse e per quanto ci riguarda stiamo, come blog, tentando un percorso. Siamo però convinti che si passi da una ripresa delle elite intellettuali e morali in un Paese, ed in un contesto anche più ampio, che ne è carente. Ciò non significa promozione del privilegio, ma promozione del merito personale; ed anche questo non significa assicurare gli spazi dell’individualismo dei capaci, ma trovare ed enfatizzare le risorse umane disponibili al massimo possibile, al servizio della nazione. Certo, si tratta di una sfida straordinaria; e tuttavia inviterei chi possiede ricette migliori a farsi presente. In fondo ed in ultima istanza il progetto di AP è, almeno nel titolo, molto semplice: essere luogo che contribuisca a superare l’afasia della politica e la carenza di ragionamenti che la rendono inefficiente.

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