Parole antiche con sapore nuovo

Carlo Baviera

maVorrei tornare su termini, su parole da recuperare o a cui ridare senso in questo terzo millennio, dove l’informatica, l’elettronica, tutte le nuove tecnologie  sembrano obbligarci ad usare solo l’inglese e a considerare vecchio armamentario un linguaggio che, tra otto e novecento, ha accompagnato la nascita e lo svilupparsi del welfare state, dell’economia sociale di mercato, di una società che si faceva carico di tutelare i più svantaggiati.

Non è colpa, ovviamente, delle nuove tecnologie se la società è meno solidale, più individualista, più darwinista, ma dell’uso che si fa della modernità applicata all’economia e al lavoro.

Mi ha impressionato favorevolmente una serie di considerazioni che Savino Pezzotta ha pubblicato sul suo sito: “Si può creare lavoro e benessere se s’investe nel mantenimento del patrimonio territoriale , culturale e sociale, nell’azione di cura verso i disabili, gli anziani e l’infanzia, nella riduzione degli sprechi energetici, nella promozione delle risorse di cui ogni comunità territoriale è ricca e che molte volte sono abbandonate al deperimento,  nel creare momenti di incontro, di convivialità e di solidarietà”. “Tutto questo richiede l’avvertenza di sapere che non basta più l’azione dello Stato e del privato, ma che occorre una capacità di autopromozione della società. Avremo la crescita tanto declamata e soprattutto uno sviluppo umano se le parole sussidiarietà, mutualità, cooperazione non verranno svuotate dal loro significato partecipativo e responsabilizzante”. E aggiunge: “Non si tratta di costruire una “società giusta” ma di puntare con decisione a una “società sobria”, nella quale nessuno si sente escluso, ma ognuno viene valorizzato per quello che è. Scavando nel corpo vivo della nostra società avvertiamo la presenza di buoni semi , di persone che già ora sono impegnate sul terreno dell’aiuto reciproco, della tutela dell’ambiente, della ricerca del sostenibile perché sentono la responsabilità di cosa lasciare in eredità a chi verrà dopo” .

Qual è la novità? Si dirà che mai come oggi si parla di sobrietà, di mantenimento del ricco patrimonio dell’Italia, dell’azione di cura, di ridurre gli sprechi energetici, di tutela dell’ambiente. Ma termini come  convivialità, mutualità, cooperazione, aiuto reciproco e azioni per renderle concrete sono emarginate in gruppi o esperienze che non godono di grande considerazione a livello di media e opinione pubblica.

Fortunatamente alcuni settori della società e della politica, alcuni economisti, il Papa e le organizzazioni cattoliche (soprattutto le più impegnate sul fronte sociale e caritativo) da tempo continuano a ripetere e ricordare a tutti che vanno superate le teorie e le pratiche degli anni ottanta del secolo scorso, che vanno sotto il nome di thatcherismo e reaganismo; che bisogna rapidamente convertire economia e finanza rispetto al turbo capitalismo; che bisogna puntare su valori etici anche nel sistema di mercato.

Sono, però, ancor timidi gli interventi che i responsabili assumono. A volte anche misure minime, come ad esempio il rilancio del servizio civile, faticano a farsi strada a livello legislativo. Ci sono interessi e lobby che resistono fortemente alla conversione della nostra società verso uno sbocco più comunitario.

La famiglia, ad esempio, continua a non avere la considerazione necessaria come soggetto sociale, pubblico. Il fare figli è considerato una scelta alla stregua di quella dell’acquisto di un’automobile o di una crociera; e quindi da non sostenere. Riguardo al lavoro, ognuno se la deve sfangare da solo, per trovarlo, e si deve arrangiare da solo se rischia di perderlo; ognuno si trova in concorrenza con coloro che una volta erano considerati colleghi o compagni di lavoro.

Ritengo che, in questi anni, ad esempio durante le Settimane Sociali (ma anche in altre realtà) si siano spese parole e sollecitato soluzioni, per correggere quanto di perverso  provoca distorsioni nello sviluppo nazionale, europeo e mondiale. E si siano suggeriti interventi per superare non solo una visione di società statalista, ma anche materialista, consumista e individualista.

E’ di lì che bisogna ripartire. Si dovrebbe non tanto incentivare le spese di tipo “individualista” o “consumista”, quelli spinti dalla pubblicità, ma incentivare gli investimenti e le spese verso prodotti e beni pubblici, verso le forme di cooperazione e mutualità; si dovrebbe tentare, in chiave terzo millennio, il sistema della compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; si potrebbe, visto che è tornato di moda Adriano Olivetti, rivitalizzare un sistema di welfare locale e aziendale.

L’avere, da parte del nuovo Presidente del Consiglio, citato il Terzo Settore fra le cose che sono all’attenzione delle iniziative da assumere è importante. Staremo a vedere concretamente se <l’economia civile> troverà spazi sufficienti o se i mercati e i gestori dell’economia e della finanza continueranno a imperversare.

C’è solo da prendere atto che necessita un nuovo modello, e molti gruppi e persone si sono già incamminati verso forme di sobrietà, di sussidiarietà, di aiuto reciproco, di consumi responsabili. Anche questo è un aspetto per aiutare la società a svilupparsi, attenta al bene comune senza lasciare indietro nessuno e per favorire lo sviluppo integrale delle persone. Così come è necessario, pur di fronte alle necessarie razionalizzazione dei servizi, non escludere le periferie e i territori più deboli e con popolazioni più anziane privandole di ogni tipo di servizio e penalizzando le identità di area che, al contrario, sono da valorizzare.

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One thought on “Parole antiche con sapore nuovo

  1. Articolo pienamente condivisibile, che mette a nudo una dura realtà ben descritta in tre trattati la cui lettura è caldamente consigliabile:

    Finanzacapitalismo, di Luciano Gallino, edito da Einaudi
    (http://www.einaudi.it/libri/libro/luciano-gallino/finanzcapitalismo/978880621558)

    Shock Economy, di Naomi Klein, edito da Rizzoli
    (http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/1718_shock_economy_klein.html)

    La fine dell’uguaglianza, di Vittorio Emanuele Parsi, edito da Mondadori
    (http://www.librimondadori.it/libri/la-fine-dell-uguaglianza-vittorio-emanuele-parsi).

    Purtroppo, ci si limita a descrivere quanto fortemente voluto con scientifica e pervicace ferocia, studiandolo fino dagli anni Cinquanta del secolo scorso, fino ad arrivare a quegli anni Ottante, nei quali le disuguaglianze trovano legittimazione anche in quell’Europa culla della civiltà e dello Stato sociale, anzi, iniziando proprio in quel Regno Unito dov’è stata coniata la parola welfare per designare quella buona pratica di tutele sociali.
    Abbiamo tuttavia una classe dirigente composta da esseri privi di quel polso necessario ad opporsi agli interessi individuali quando questi vanno a prevaricare contro quelli collettivo: persone incapaci di firmare carte dai contenuti forti, che restituiscano alla Pubblica Amministrazione le funzioni che le competono, che diffondano la cultura del noi contro la cultura dell’io, che riportino lo statu quo ante.

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