5Stelle, né problema, né soluzione

Il dibattito sulle prospettive del Movimento 5 Stelle (7) ● Renato Balduzzi (*)

(Con l’intervento di Renato Balduzzi si conclude la carrellata di interventi che hanno arricchito il dibattito sul movimento pentastellato. Nel prossimo e ultimo articolo, Agostino Pietrasanta chiuderà la discussione tirando le somme. Ricordiamo i contributi fin qui pubblicati: Giacomo D’Alessandro “A riveder le (cinque) stelle. Nuove generazioni e stravolgimenti politici“, Marco Ciani “E intanto Grillo…“, Don Walter Fiocchi “Il gusto del budino“, Fabio Camillo “Una ricetta oligarchica ed indigeribile“, Carlo Baviera “Meglio la zuppa o il pan bagnato?“, Dario Fornaro “Compagni che sbagliano“, e Movimento 5 Stelle Alessandria “Alcune riflessioni dall’interno del M5S: come si arriva alla scelta del voto e alla partecipazione attiva” Ap).

popUn vento di protesta e di rifiuto delle forme sin qui conosciute di rappresentanza politica è presente un po’ dappertutto in Europa e assume forme diverse nei vari Stati. Da noi è stato negli ultimi anni impersonato, con rilevante e repentino successo elettorale, soprattutto dal Movimento Cinquestelle. Qual è il disagio di fondo al quale tali movimenti danno voce? Vorrei inserirmi nell’interessante dibattito che “Appunti Alessandrini” ha promosso nelle scorse settimane per svolgere alcune considerazioni sul punto.

La prima considerazione riguarda il forte deficit di rappresentanza che ogni cittadino avverte. Cresce la convinzione di non avere voce, di non essere ascoltati, del persistere di situazioni intollerabili che sembra impossibile cambiare. Questa situazione si ricollega a una pluralità di cause, relative alla condizione della società contemporanea, nella quale l’emersione dell’individuo uti singulus ha progressivamente messo nell’ombra l’individuo uti socius.

Da un fenomeno, almeno nel suo nucleo essenziale, in sé positivo (l’emersione del soggetto, con la sua autonomia), è derivata una conseguenza problematica, vale a dire la crescente difficoltà a declinare autonomia con responsabilità. Il singulus fatica a riconoscere come positive le modalità con cui i rappresentanti esercitano il mandato loro  conferito e non percepisce gli eletti come capaci di esprimerne i bisogni: così, i due significati di rappresentanza (esercizio di un mandato e restituzione di un’immagine) vengono entrambi vissuti come problematici.

In precedenza, corpi intermedi importanti e “pesanti” come le organizzazioni partitiche e sindacali svolgevano un ruolo importante di mediatori tra cittadini e istituzioni. Quel ruolo, oggi, è progressivamente sfuocato e non abbiamo ancora validi sostituti. Non lo sono, in particolare, la rete e i social network, i quali, se costituiscono formidabili strumenti per “gridare” il proprio disagio, appaiono meno indicati per consapevoli percorsi di coesione sociale.

In questa situazione – ed è la seconda considerazione – Cinquestelle non è né il problema, né la soluzione. Non è, almeno oggi, il problema. Non sottovaluto gli eccessi e le sguaiataggini, né le problematiche personalità dei leader di questo movimento e il loro controverso rapporto con la democrazia, né la crescente deriva distruzionistica di un ostruzionismo parlamentare altrimenti legittimo, né la carenza se non l’assenza di metodo democratico, in una qualunque delle sue accezioni, interne o esterne al movimento: la storia del nostro Paese insegna a diffidare di urla e slogan. Credo però che non vadano mai confusi i sintomi con le cause. E oggi M5S è più il sintomo di un malessere forte rispetto alle tante caste e ai tanti approfittatori che non la causa dello stato ansimante e miserevole della nostra vita pubblica.

Ma – e sul punto vorrei insistere – non è neanche la soluzione, poiché ciò di cui abbiamo bisogno non sono megafoni ripetitivi del disagio e dell’avvertita carenza di rappresentanza, ma credibili luoghi di costruzione di una cittadinanza consapevole e informata. E purtroppo i metodi e le dinamiche dei parlamentari di questo movimento (al di là della buona fede e dell’impegno dei singoli, che sicuramente esistono e che comunque non potrei e non saprei nemmeno valutare) non sembrano i più indicati per raggiungere tale obiettivo: l’informazione veicolata è di qualità assai modesta, quando non palesemente deformata; l’interlocuzione con gli altri soggetti del pluralismo politico e sociale è quasi assente, sembra anzi deliberatamente assente, specie a livello territoriale; le proposte sono, di conseguenza, per lo più deboli e semplicistiche. Persino il cavallo di battaglia comunque più interessante, la lotta ai cosiddetti costi della politica, lascia del tutto scoperto il quesito più importante: come fare per ricostruire un vivaio di competenze e di disponibilità al servizio della cosa pubblica, che non sia un autoreferenziale ceto di professionisti della politica con i relativi rischi di degenerazione parassitaria e che non sia neppure un mero bacino di improvvisatori inesperti e velleitari, necessariamente incapaci di relazionarsi adeguatamente con quei mondi economici e culturali rispetto ai quali il potere politico, nelle odierne democrazie, si deve porre come interlocutore indipendente e autorevole.

Porto un recente esempio che mi ha colpito moltissimo. Nel corso della conversione in legge del provvedimento sull’abolizione del finanziamento pubblico diretto dei partiti, numerosi e ripetuti interventi di colleghi di Cinquestelle criticavano la permanenza sino al 2017 dei rimborsi elettorali in quanto, a loro giudizio, sarebbe stata incostituzionale la permanenza di tali rimborsi successivamente al 1993, anno nel quale con referendum sarebbe stato, a loro dire, abrogato il finanziamento pubblico.

Per un po’ ho resistito a intervenire, poi, di fronte all’ennesima ripetizione di un simile evidente travisamento dei fatti, ho chiesto la parola e ho pacatamente ricordato che, nel 1993, il quesito sottoposto agli elettori non era l’abolizione di qualunque finanziamento ai partiti, ma soltanto e specificamente del contributo per l’attività dei medesimi, restando espressamente fuori dall’oggetto i rimborsi per le spese elettorali. Se era perciò corretta e condivisibile la critica sui modi con cui tali rimborsi erano avvenuti e, ancor più, sull’eventuale loro uso indegno e poco o punto controllato, non lo era per nulla l’accusa di violazione del pronunciamento popolare (a tacere del dibattito, vivo tra i costituzionalisti, sull’estensione dei poteri dei Parlamenti eletti nelle legislature successive a quella in cui è intervenuta l’abrogazione referendaria).

Ho poi constatato che la mia precisazione, per quanto accolta con rispetto dai colleghi, non era valsa a far loro cambiare idea e che, anche negli interventi successivi (o perché preconfezionati in anticipo, o per altre ragioni), veniva ripetuta la storiella palesemente inventata del “tradimento” della volontà popolare. Mi è venuto allora il dubbio che si trattasse di ignoranza incolpevole e sono perciò andato a verificare in Internet (fonte pressoché esclusiva delle informazioni su cui si basano gli interventi di quei colleghi). Lì ho potuto constatare che la totalità dell’informazione immediata forniva proprio la versione ripetuta dai deputati di Cinquestelle e soltanto attraverso una ricerca ben più avanzata sarebbe stato possibile ricostruire esattamente la verità dei fatti.

Colpa della fretta, dell’inadeguatezza dei motori di ricerca, o della struttura stessa della Rete, in cui la notizia “falsa” tende inesorabilmente a prevalere su quella “vera”.

Quale che sia la risposta, a me è parso che questo episodio, in sé piccolo e certamente marginale, possa aiutare a comprendere il tratto di strada che ci attende nel nostro Paese e l’agenda che ci sta davanti e che sintetizzerei in quattro punti: 1) la riconquista di una spazio della politica dove coloro ai quali sono affidate funzioni pubbliche le adempiano “con disciplina e onore” (art. 54 Cost.) cioè con senso civico, indipendenza e disinteresse;  2) la necessità di ben conoscere per ben deliberare, e dunque l’urgenza di andare “oltre la Rete”, consapevoli della sua straordinaria utilità ed altresì dell’elevato rischio di disinformazione insito in essa, ove non adeguatamente riconosciuto e compensato; 3) un virtuoso rapporto con il territorio, superando sia i vizi dell’antico clientelismo, incapace di vedere e praticare il bene comune, sia quelli dell’odierno movimentismo protestatario, incapace di percepire i nessi, inevitabili e decisivi, tra il singolo problema fatto emergere e il contesto entro cui si inserisce; 4) l’urgenza di saggi e assennati cambiamenti delle regole elettorali nazionali, del modello parlamentare bicamerale, delle regole sul rapporto centro-periferie (e sotto questo profilo la fase per tanti profili nuova che si è aperta in questi giorni a livello governativo merita tutta la nostra attenzione).

È percorribile questo tratto di strada, oppure dobbiamo rassegnarci alla protesta o a mere cambiali in bianco affidate ai rinnovatori, veri o presunti tali, del momento? Se dovessi stare alla piccola, ma molto positiva esperienza di questi mesi che stiamo facendo in Alessandria e provincia con il percorso “Scelta Civica ascolta-Scelta Civica propone”, sarei per una risposta affermativa: c’è voglia di partecipazione vera, faccia a faccia, di essere ascoltati e di poter far sentire la propria voce. Ci mancano ancora le forme attraverso cui convogliare queste disponibilità in percorsi strutturati e duraturi. Da soli, partiti e movimenti politici non ce la faranno. Servono sperimentazioni di democrazia deliberativa, serve un rinnovato patto tra i mondi vitali del volontariato, le istituzioni locali e i soggetti politici.

Ma questo ragionamento ci porterebbe troppo lontano, rispetto al senso e alle premesse del mio intervento. “Appunti alessandrini” potrebbe farsi carico della continuazione del discorso?

(*) Deputato di Scelta Civica di Alessandria

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2 thoughts on “5Stelle, né problema, né soluzione

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