L’irresistibile ascesa

Daniele Borioli (*)

reCon la sua irresistibile ascesa alla Presidenza del Consiglio, Matteo Renzi ha impresso una radicale e clamorosa inversione alla linea politica su cui conquistò, in occasione delle primarie, la stragrande maggioranza degli elettori democratici.

Quel perentorio “mai più”, riferito alle “larghe/piccole intese”, fu il mantra che raccolse il disorientamento, l’insofferenza, persino l’indignazione di una vasta parte del popolo di centrosinistra, ancora sgomento per le vicende che avevano segnato l’avvio della diciassettesima legislatura.

Ad appena due mesi dall’insediamento alla guida del PD, quel “mai più” si è trasformato nel “qui e ora”: per un Governo, che stabilizza, almeno nelle intenzioni, il quadro politico delle intese larghe o piccole ma comunque innaturali, proiettandolo addirittura al 2018.

In sostanza, il peccato originale che determinava l’atteggiamento di alterità del nuovo segretario democratico rispetto al Governo Letta, messo alle corde da una battente e logorante critica dall’esterno, proprio in ragione della mancata legittimazione popolare, è diventato ora virtù.

Stupirsi di questa macroscopica contraddizione tra promesse e fatti sarebbe quantomeno ingenuo. La coerenza non appartiene a quest’era politica, alla quale appartiene invece Matteo Renzi, che oggettivamente la sa interpretare al meglio, nel bene e nel male.

Certo, rimane l’amarezza per la disinvoltura con cui è stato messo nell’angolo e poi scaricato un uomo di Stato di prim’ordine, quale Enrico Letta. Soprattutto, per chi ritiene che un partito sia anche una comunità di uomini e donne, al cui interno dovrebbero valere anche i principi della solidarietà.

Ma questo è un punto che mette in gioco una riflessione più profonda, sulla natura stessa del Partito Democratico, che nonostante abbia impalmato con larghissima maggioranza un leader giovane e promettente, appare ben lontano dall’aver ripreso quota nel cuore degli italiani.

Venendo al Governo nascente, non c’è altra cosa sensata da fare che dargli fiducia, auspicando che la sua azione possa servire a rilanciare crescita e occupazione e a dare all’Italia le riforme indispensabili, magari un po’ meglio congegnate rispetto alle proposte sino ad oggi vigenti.

Sulle possibilità che la squadra presentata da Renzi ce la possa fare, applichiamo la solida e utile dicotomia gramsciana: “pessimismo della ragione”, “ottimismo della volontà”. Cercando di argomentare i motivi del primo e del secondo con inevitabile schematismo.

Pessimismo. Il Governo nasce dalla stessa coalizione che l’11 dicembre, dopo la decadenza di Berlusconi, confermò la fiducia a Enrico Letta. Se quella formula di alleanza era, per Renzi, la palla al piede delle riforme, non si vede come possa trasformarsi ora in un acceleratore.

La squadra di Governo appare, oggettivamente, più debole sul fronte della competenza e dell’esperienza di numerosi ministri nelle materie ad essi assegnate. Un gap che, forse, potrà essere compensato dalla freschezza e dall’energia della gioventù. Ipotesi tutta da dimostrare.

Ottimismo. La coincidenza nella stessa persona tra la figura del premier e quella del segretario del partito, renderà quest’ultimo più indulgente nel giudicare i possibili passi falsi del Governo. Anche volendo assegnare a Renzi la massima propensione all’autocritica, è scontato che andrà così.

Renzi godrà, come si è già abbondantemente capito, di una almeno iniziale non belligeranza da parte di Berlusconi. Che gli deve il riscatto politico e il rilancio quale protagonista della scena. Una condizione, questa, preclusa a Letta, tanto dal defenestrato Berlusconi quanto dallo stesso PD.

Conoscendo Renzi, infatti, non c’è da dubitare che egli sarebbe stato il primo a scagliarsi contro Letta, gridando all’inciucio, se quest’ultimo avesse provato a concludere con il Cavaliere un accordo analogo a quello da lui stretto al Nazareno nelle prime settimane della sua leadership.

Tutto questo, oggi, riguarda molto il futuro del PD. Il quale, credo, dovrà risvegliarsi dalla sindrome che, sull’onda delle reiterate sconfitte, l’ha portato a saltare completamente nel vortice di una democrazia plebiscitaria, che tutto affida ai poteri taumaturgici e alle giravolte tattiche del leader.

Ma ho l’impressione che interessi assai poco all’Italia e agli italiani. I quali si attendono, forse con l’ultimo barlume di speranza, che il nuovo Governo, nato dall’ennesimo gioco di palazzo, possa fare qualcosa di utile. La fiducia a Renzi è, dunque, un dovere verso la loro speranza.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “L’irresistibile ascesa

  1. Discorso al Senato con piglio incisivo, condito da arguzia Toscana, tuttavia sono criticabili la proposta di jus soli, seppure modificato, il vantarsi di privatizzazioni che hanno portato posti di lavoro, ma trasferito il guadagno in mani di pochi, l’abolizione del Senato elettivo, la riduzione del numero dei Parlamentari solamente perché nelle altre Nazioni si fa così. Quest’ultima proposta sarebbe attuabile se la popolazione, attraverso la rete, potesse esprimersi direttamente, lasciando al Parlamento il compito di formalizzare le proposte di legge nella loro veste pseudodefinitiva da sottoporre a voto popolare, naturalmente, a scrutinio palese se per via informatica.

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