L’essenziale dimenticato

Agostino Pietrasanta (*)

renSiamo in attesa degli eventi: un po’ preoccupati, un po’ delusi ed ovviamente molto interessati. La cosa però che colpisce di più, anche solo per una questione di semplice buon senso, è che nel gran discutere e nei vari inevitabili confronti, si ragioni bensì spesso di cose importanti, ma non si voglia arrivare all’essenziale: un essenziale ben noto agli addetti, ma tenuto sotto tono, quando non del tutto ignorato. Non c’è neppur bisogno di arrivare al ridicolo di certe proposte per accorgersene; ad esempio, mi è capitato di sentire un ministro in carica che, in una trasmissione televisiva, vantava la propria opzione liberal/democratica per la scelta “concreta” di calcolare sconti adeguati sulle autostrade, per i pendolari; tutto questo mentre il sistema del trasporto locale viene, alla lettera, massacrato. Ora, per i calcoli degli sconti, mi stupisce che si impegni il ministro e non un qualunque funzionario del ministero (cosa ridicola), per la salvaguardia del trasporto locale, di cui però si parla poco o niente (a fagiolo: che fine sta facendo la stazione ferroviaria di Alessandria?), osserverei che si tratta di cosa molto seria, ma che non può far dimenticare questioni essenziali che rimarrebbero comunque sotto tono.

Nel frangente capita l’iniziativa di Renzi. Per non farmi dare del democristiano, da parte di chi per intanto non ha trovato di meglio, parlerò schietto.  La strada del Matteo stride col metodo di una democrazia parlamentare e dunque non mi piace: Enrico Letta ha dato le dimissioni non perché sfiduciato dalle Camere e neanche per sua libera iniziativa. Le ha date per inevitabile ed obbligata condizione: cosa ci sia da spartire col criterio democratico non vedo. Punto.

Ciò detto, debbo aggiungere che l’obbligata condizione ha indotto anche la scelta di Renzi. Il governo veniva continuamente ricattato su tutto, in particolare dalla propensione della sinistra a dividersi su qualunque iniziativa; se il segretario del PD, vista la condizione del partito e valutata l’ambivalenza o l’ambiguità dei comportamenti, avesse sostato pensoso, tra pochi mesi sarebbe stato accusato lui (in fondo la segreteria del partito è alla sua responsabilità) di inconcludenza. Alle corte, ha agito in stato di necessità, con tutte le riserve e valutazioni di dettaglio che gli amici o compagni, soprattutto della sinistra vendoliana, sono sempre in grado di proporre.

Ciò posto mi riallaccio ad una lucida ed intrigante ripresa, fatta su questo sito, di un passaggio folgorante di Machiavelli, il quale nel capitolo XXV del Principe vanta la virtù del sovrano che valutando ed interpretando l’occasione propizia (la fortuna), agisce per la soluzione dei problemi nell’interesse dello Stato. In Machiavelli però l’interesse dello Stato si identifica con l’interesse del Principe: l’identità tra le due istituzioni non era ancora posta in dubbio, né interessa, in questa sede, individuare l’inizio della crisi di tale identità.

Ora però l’interesse che conta è il bene comune e non c’è governo che ne possa ignorare le componenti costitutive. Le conseguenze sono ancorate a tale premesse. Per Renzi la fortuna è legata ad alcuni fattori: la palude in cui si era perso l’esecutivo Letta e l’urgenza delle riforme; le occasioni appunto che può vantare per la sua iniziativa. Ma dovrebbe sapere, almeno lo spero, che il destino di Enrico Letta è dietro l’angolo anche per lui; lo evita solo se battendo sul chiodo fa le riforme promesse entro l’anno. E tuttavia, se qui si ferma, la fine di Letta lo attende, se non subito tra qualche mese.

E veniamo così all’essenziale ignorato. Va da sé (giova ripetere) che la riforma elettorale è indispensabile, quella del sistema camerale non più rinviabile, quella degli enti locali pure; il tutto servirebbe a togliere un po’ di ragioni ad un movimento che pone seri problemi di compatibilità istituzionali e di tenuta democratica, nonché di contestazione pugnace della politica, ma soprattutto potrebbe contribuire a riconciliare l’elettorato con una praticabile soglia di consenso. Va però tenuto presente che non è coi risparmi della politica che si trovano le risorse per l’indispensabile ripresa; una ripresa di cui tutti sottolineano l’urgenza, ma bene spesso, senza affrontare la questione delle risorse. Ne citano il vocabolo, ma ne dribblano le condizioni e la sostanza.

E la sostanza è ben individuata. Mentre il taglio dei costi della politica (doveroso!) produce poco meno di un miliardo di euro all’anno, la corruzione in Italia si mangia sessanta milioni di euro sul totale di un bilancio di ottocento milioni; inoltre l’evasione ammonta a centoventi milioni. Le risorse stanno lì, stanno in una voragine creata da varie ruberie nascoste dentro specifiche voci di spesa pubblica. Un amico che interviene talora e sempre con grande competenza ed adeguata informazione sul sito che mi onoro di coordinare, notava in un articolo che la spesa per la costruzione delle linee ad alta velocità in Italia è arrivata a superare i sessantadue milioni di euro a fronte dei diciassette milioni dei costi in Francia; e non mi si venga a dire che tra Torino e Novara (il riferimento è proprio a tale tratta) ci sono problemi più complessi di quelli della pianura francese.

Ecco le risorse ed ecco l’essenziale: battere la corruzione e battere i potentati della burocrazia, altro che sconti (doverosi, per carità) ai pendolari! Renzi deve saperlo e Renzi sicuramente lo sa; ma devono saperlo le forze politiche. Capisco: incidere sui nuclei corrotti dopo che si sono coccolati per decenni non è facile, ma di lì si passa. Basta il riformismo o si pone i problema di una svolta epocale e (diciamolo pure) rivoluzionaria? Qui sta il punto.

(*) Tratto da Città Futura del 19 febbraio 2014

Annunci

One thought on “L’essenziale dimenticato

  1. Purtroppo, l’essenziale, che consiste nella scrittura di un Diritto positivo che, assecondando quello naturale, assicuri eguaglianza fra i Cittadini, quell’eguaglianza ben illustrata dalla bilancia iconografia sintetica della Giustizia è stato non solo volutamente ignorato, ma, ben più colpevolmente, schiacciato e cancellato. Da circa sessant’anni, negli Stati Uniti d’America, un gruppo di persone, che, pomposamente, si definiscono serbatoio di pensiero (think tank, nella loro lingua) facente capo ad un vile come Milton Friedman, trincerandosi dietro la farisaica affermazione che privatizzare significhi creare un mercato di libera concorrenza, la cui mano invisibile vada a premiare i migliori, in realtà non hanno fatto altro che accentuare e favorire le disuguaglianze sociali, anche a costo di cancellare leggi ispirate al ben noto principio Giustinianeo Jus est ars boni et aequi; Juris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere e, financo, sedando in bagni di sangue eventuali oppositori, come ben descritto da Naomi Klein nel suo trattato Shock Economy, pubblicato in Italia per i tipi di Rizzoli. Il movimento, passando per l’America meridionale, la Gran Bretagna ed il resto d’Europa, è arrivato nel nostro bel Paese verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso ed ora ne stiamo vedendo gli effetti più devastanti, dove la trasformazione in Società per Azioni di Enti ed Uffici che nessuna mente sana dubiterebbe sul fatto che debbono essere pubblici, creando così, oltre al terreno fertile per la privatizzazione, una miriade di cariche societarie, soggette al diritto privato e, soprattutto non soggette a limite superiore negli emolumenti, per non parlare dell’appalto all’esterno della fornitura di beni e servizi, anche concettuali e da svolgere in ufficio, il che, come noto, incrementa a dismisura il dilagare della corruzione.
    È doveroso rammentare che il Governo ha potere esecutivo, il che consiste nella mansione di far osservare le leggi scritte dall’organo istituzionalmente competente a farlo: il Parlamento, la cui funzione è stata scavalcata e, spesso screditata da parte di un Governo i cui membri, mascherandosi dietro la poco credibile scusa dell’urgenza, procedono a grandi passi verso lo smantellamento del concetto stesso di Diritto pubblico a colpi di decreti legislativi, i quali sono legittimati dalla Costituzione solo in circostanze ben chiaramente definite. Non a caso, da quando il movimento iperliberista Friedmaniano ha ammorbato il mondo, i potentati economici spingono verso il conferimento di poteri sempre maggiori al Presidente del Consiglio dei Ministri, in maniera tale da avere quale referente una sola persona a coordinare un gruppo che possa assecondare i loro loschi interessi, ben diversi da quelli della Nazione e dei suoi Cittadini.
    Anche la stessa crisi economica, al pari di tutti i movimenti economici, è stata creata da mano umana, giacché solo i fenomeni come quelli meteorologici e sismici sono attribuibili alla Natura. Nondimeno, gli economisti vogliono farci credere che esistano delle leggi economiche sacre ed inviolabili, quando altro non sono che la descrizione di comportamenti umani, peraltro grossolana, soggetta a notevoli errori derivanti dall’approssimazione statistica; questi comportamenti, in quanto umani, sono modificabili o spontaneamente od in forza di una legge, la quale, nel corso dei decenni è via via venuta meno. Ancor più grave è il fatto che, durante le lezioni dei corsi di laurea in Economia nessuno diffidi dallo sfruttare questi comportamenti, sovente manifestantisi su base emotiva, a proprio od altrui vantaggio, il che collocherebbe gli insegnanti di Economia fra gli istigatori a delinquere, purtroppo, non già contro la vacante legge, ma solamente contro la morale, poiché, se il Diritto positivo non penalizza certi comportamenti, non leva da questi la patina d’immoralità che li riveste.
    La soluzione ai problemi sta, appunto, in quell’essenziale della cui mancanza si lamenta l’estensore dell’articolo sopra scritto: la presenza del Diritto positivo assecondante la morale ed il Diritto naturale ed il controllo della politica e, quindi, della legge nei confronti dell’economia, la quale va considerata quale attività umana, come tutte le altre, assoggettata a quelle regole che la mettano a servizio dell’Uomo e non contro di lui.
    Il M.o Verdi, ebbe a scrivere: Tornate all’antico e sarà un progresso!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...