Questione di “Voci”

Qui Alessandria  Dario Fornaro

la voceL’ultimo numero (14.2) di “Voce Alessandrina” – il settimanale diocesano cui non dovrebbe essere estraneo l’impegno di onorare gli oltre cento anni di propria storia – si apre con il primo strillo di campagna elettorale (Cavallera, per Forza Italia) in vista delle regionali di maggio. Trentasei righe, debitamente virgolettate, dell’affabile assessore alla sanità piemontese della giunta Cota, incastonate nell’articolo sul “ri-voto” per il Consiglio regionale. Il rammarico e le velate riserve di Cavallera per la traumatica conclusione  anticipata della legislatura, disposta dal TAR – Consiglio di Stato, chiudono per “Voce” una vicenda della quale il giornale si è ben guardato, come al solito quando c’entra la politica, dal darne in precedenza anche sommari ragguagli. Men che meno di tal Giovine e di “Pensionati per Cota”.

Ebbene, dov’è la notizia? Non c’è! Non è, infatti, da lunga pezza una notizia, ma una palese consuetudine, quella del puntuale affiancamento del giornale diocesano ai rituali e alle iniziative locali del PdL-Forza Italia  (componente ex-DC in particolare), con altrettanto generale oscuramento  degli altri attori e movimenti presenti, ma si direbbe non legittimati, sul palcoscenico politico cittadino. Non male per una testata che si dichiara “di informazione”.

Dunque: notizia niente. Considerazioni sull’amabile contiguità politica del giornale: già fatte più volte, inutili, da lasciar perdere salvo motivate eccezioni. Resterebbe solo una lieve, contingente anomalia: il citato “assist” politico-elettorale apre un numero  di “Voce” che dedica ben quattro pagine, ovviamente meritate, al ricordo e al compianto di Don Luigi Riccardi, appena scomparso, che, tra le sue diverse, altre incombenze pastorali ebbe in sorte la direzione del giornale dal 1963 al 1992. Circostanza ripresa da più d’uno  degli amici e testimoni intervenuti, con trasparente accenno ai patemi e alle difficoltà che tale responsabilità gli procurò ripetutamente nel comporre, conciliare, dirimere le “grane”  che  l’attività giornalistica e la veste sacerdotale  gli paravano innanzi.

Don Luigi non aveva, almeno esteriormente, i tratti dell’eroe o le pose garibaldine, ma gli sia riconosciuto apertamente che raccolse per via molte collaborazioni, spesso disomogenee  e non semplici da “incastrare” in pagina, senza  rinnegarne alcuna, ma, soprattutto, non cedendo o affittando mai parti, o sezioni, o “territori” del giornale  a terzi, più o meno irruenti o sponsorizzati . Tenne il giornale su una rotta clerico-moderata  e gli si riconosceva generalmente che c’è modo e modo di essere moderati (così come c’è modo di essere reazionari). Ciò che fece la differenza anche nei lunghi “decenni democristiani”:  in materia di appoggi e vicinanze politiche (come negarli?) si privilegiava comunque  la discrezione sull’enfasi e la professionalità giornalistica sulla banalità propagandistica.

 Don Luigi, non solo  un ricordo affettuoso, ma anche un esempio da non dimenticare.

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