L’americano

Andrea Zoanni

renQuando tra gli anni settanta ed ottanta il fratello di mio nonno trascorreva il mese di agosto a casa nostra, per poi ritornare da sua moglie in Florida, mi rendevo conto quanto “l’America” (come dicevamo noi gente di paese e di provincia) fosse diversa e lontana.

Da ragazzino scrutavo il suo abbigliamento particolare, pantaloni larghi larghi, camiciotti con grandi tasche, cappellaccio alla cowboy, anello d’oro con le iniziali e un solitario al dito. Quando andavamo al ristorante elargiva sempre tante mance. Invece al supermercato ci raccontava dei codici a barre, mentre noi avevamo ancora il bollino col prezzo sui prodotti.

Le nostre auto erano per lui delle scatolette. Quanto mi sarebbe piaciuto possedere una Oldsmobile Toronado! Volava con la TWA, poi scelse Alitalia, ma il servizio, diceva, non era lo stesso. Ci portava i biglietti verdi che io avevo visto solo sul Topolino in mano a zio Paperone. E i dollari d’argento dei film western che mio padre ha conservato per i suoi figli.

Tanti sono i ricordi, ma crescendo con l’età anch’io cercavo di introdurmi in tutti quei ragionamenti che imbastiva con suo fratello, con mio padre e con altre persone. A detta nostra, gli era rimasta una inflessione dialettale antica, diciamo post bellica, naturalmente con la cadenza maturata oltre oceano.

Era lo zio d’America e per tutti noi era una persona speciale, aveva sempre una parola mediatrice. Però c’era in lui una concezione della politica che io ritenevo non convincente.

Sosteneva che lo stile di una persona, il suo comportamento, i valori espressi in concreto e nella vita vissuta fossero più importanti dell’appartenenza partitica, democratica o repubblicana. Votò Reagan la prima volta, come la stragrande maggioranza degli elettori fece. Poi si ricredette perché i fatti dimostrarono che le sue politiche interne favorirono i milionari a danno della povera gente.

Prima di lui votò per Carter e prima ancora per Nixon, del quale raccontava essere stato un grande presidente, che la storia delle cimici aveva tutta una sua logica americana e anticomunista, ma che cadde e perse credibilità perché anche il Presidente degli Stati Uniti non può e non deve mai mentire ai suoi elettori e al suo Paese, ritenendosi immune.

Io invece trasecolavo e da giovanotto autoconvinto di saperne più di lui sostenevo che le idee, le appartenenze politiche, le ideologie fossero da anteporre alle persone, perché queste ultime sono solo un veicolo di trasmissione del pensiero. Era la concezione della società che faceva la differenza.

Tralasciando le molte disquisizioni che si potrebbero esprimere, voglio riprendere proprio il concetto di sincerità e di onestà che ci voleva trasmettere e che nell’età che avanza trova sempre più posto in me, soprattutto come esempio e testimonianza verso i figli.

Tra i fondatori del Partito Democratico, convinto assertore dell’evoluzione della specie, ho da tempo dedicato sempre meno spazio alle sue contorsioni suicide perché poco o per nulla interessato ad un qualcosa forse mai nato. Superfluo ricordare le occasioni mancate, tutte intrise prevalentemente di competizioni personalistiche, al vertice come in periferia. Quasi una guerra tra poveri, litigiosi come i famosi capponi manzoniani.

A mio parere, il comportamento avuto durante l’elezione del Presidente della Repubblica ne ha decretato la sua definitiva consunzione. Dico questo nella convinzione di esprimere solo una opinione personale (allora pensata da molti, oggi è tutto dimenticato) senza l’idea di stare nel giusto o nella verità dell’assunto, cosa per altro assai poco dimostrabile.

Ma ora faccio l’Americano e penso Americano, ricordando come gli States siano tenutari probabilmente della democrazia più libera al mondo, così libera che ha permesso persino l’addestramento di gente sospetta che poi pilotò gli aerei fino allo schianto sulle torri gemelle.

Dunque affermo che il PD di Renzi non mi interessa e pertanto non rinnoverò la tessera. Questa decisione si basa sulla mia coscienza, che mi aiuta a distinguere ciò che per me è giusto e ciò che per me è sbagliato.

Questo ventennio è stato mistificato da una incalcolabile serie di bugie e di menzogne da parte di molti, ma che hanno visto in Berlusconi la sua punta di diamante. Questo “essere persona” ammalia l’italiano medio che tende a dimenticare presto. Se non fosse per l’età che avanza e che non fa sconti anche ai più tosti e fortunati, sarebbe vicino all’immortalità.

Incarna veramente la nostra società, il vassallaggio e il familismo amorale cui è intriso il nostro stivale. E lo amplifica ribaltando i valori in campo. Ricorre quest’anno il centenario della Grande Guerra: chiedete agli austroungarici chi sono gli italiani. Ma senza scomodare la storia e le sue interpretazioni di parte, ricordate, appunto, questo ventennio.

Io penso che la concentrazione di bugie, menzogne, frasi fatte, banalità, effetti da cabaret, smentite e riproposizioni esternate dal sindaco di Firenze in poche settimane, abbiano superato per numero ed intensità quelle del cavaliere in tutto il ventennio. Un inquinamento acustico che, reiteratamente e più volte al giorno, complici i moderni mezzi comunicativi utilizzati, hanno intasato le mie orecchie e la mia mente.

L’idea trasmessa è che prima di lui c’era il nulla, con lui c’è tutto e dopo di lui ci sarà il diluvio. E’ un non rispetto del limite, è l’affermazione incontenibile portata all’eccesso di sentirsi essenziale all’Italia e prossimamente al mondo. Uno così ucciderebbe i genitori pur di andare alla gita dell’orfanotrofio.

La penso proprio in questo modo: è una interpretazione estrema della lotta per rivendicare sé stesso, al di là del bene e del male, e non della ricerca di un bene e di una giustizia in sé, che forse forse non esistono. Come diceva Nietsche: ”la natura intima dell’essere è volontà di potenza”.

Non lo vorrei scomodare Friedrich, piuttosto penso più semplicemente all’essere menzognero e basta, alla menzogna portata ad arte. E da essa, dalla menzogna, le parole possono trasformarsi in veicolo, spesso il più seducente ed emotivamente attraente ma difficile da decodificare, perché parole belle possono esse usate in modo falso. Dunque mietere vittime.

Vorrei parlare di contenuti, di idee, ma non v’é traccia alcuna. O, meglio, tutto e il suo contrario, scopiazzature. Poi qualcosa sarà, forse. Ma nuove idee nulla. Dialettica fine a se stessa. Arte oratoria. Il cavaliere, appunto. E’ che alle copie io preferisco sempre l’originale.

Voterò Silvio? Presto per dirlo. Però mai dire mai, lo ha insegnato Matteo. Ma non credo, perché potremmo trovarli al governo insieme. Non ha forse detto Renzi “mai insieme al governo” con Berlusconi? “Game over” di sana memoria.

Vedrò cosa fare quando sarà il momento. Per ora mi limito ad osservare il riposizionamento dei soliti noti e l’architettura civica e costituzionale immaginata, la storia delle riforme e controriforme, i ricatti e le solite note manfrine. L’unica cosa certa è che un PD così non attrae la mia matita copiativa.

(Intanto la Svizzera si è divisa i due, con arbitro i cantoni centrali e quelli del nord, quelli al nostro confine contro la libera circolazione delle persone e quelli confinanti con la Francia a favore invece degli stranieri ritenuti indispensabili. Chissà come mai è andata così. )

Angelo Panebianco (sic!) ha scritto sul Corsera che solo gli sciocchi pensano che Berlusconi e Renzi siano simili per le politiche. Potremo tranquillamente dimostrare il falso quando vedremo qualcosa di concreto. Intanto, sulla legge elettorale Panebianco è stato smentito e, fino a prova contraria, stiamo parlando delle regole che dettano le politiche. Se tanto mi da tanto è solo un antipasto.

Come anche qualcuno potrebbe giustificare l’aver dovuto defenestrare Letta per non rischiare di essere bollito. Affermazione rispettosa ma opinabile. A me pare che questo nuovo che avanza somigli tanto a quel vecchio tanto vituperato comportamento che si è detto di voler rottamare.

Sta di fatto che in questo modo ne aggiungeremo un altro alla lunga lista dei non eletti dal popolo, dei nominati. Affermazione questa non opinabile. Cosa non faremmo per una poltrona. Sarà curioso sentirlo parlare in inglese e in francese e magari anche in tedesco.

Ma, ripeto, non è un mio problema o preoccupazione. Oggi voglio proprio fare solo l’americano, lo sciocco americano che vive libero anzitutto da se stesso e distanziarmi autenticamente dal malcostume nazionale in cui quotidianamente siamo intrisi e non ce ne dispiace affatto.

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One thought on “L’americano

  1. Condivido totalmente.E’ riuscito a dire quello che a me si è ingarbugliato nella penna o perso sulla tastiera ieri sera, quando ho avuto una reazione un pò infantile e sono andato sulla pagina facebook di Enrico Letta per cliccare mi piace e scrivere un messaggio di saluto e ringraziamento. Mentre la mia curva con il Governo Monti è stata decrescente, quella con il Governo Letta è stata esponenziale, forse più per demerito degli altri che per meriti propri dell’Esecutivo, comunque uno dei più dignitosi e umani degli ultimi anni. Umani appunto perchè la politica italiana sembrerebbe definitivamente morta ridotto a esercizi di egemonia scambiata per potere. Mi cercherò un buon Bourbon.

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