Parole nuove, significati antichi

Carlo Baviera

charAppartenendo ad una generazione rottamanda/rottamata, ed essendomi formato e svolto la mia attività lavorativa e politica soprattutto nel secolo scorso, mi trovo sovente in difficoltà a capire e accettare il nuovo che avanza rapidamente.

Non mi riferisco a tutta la tecnologia e all’informatica, di fronte alla quale anch’io sono un semianalfabeta. Ciò che più crea problema è invece l’accantonamento di (o il non riconoscersi in) termini che nel ‘900 hanno rappresentato qualcosa di positivo, hanno significato progresso e conquiste: solidarietà, sindacato, lotta, eguaglianza, impegno comune nella società, contratti, partecipazione, democrazia, libertà, orario di lavoro, scatti di anzianità, diritti acquisiti, diritti del lavoratore, posto fisso, tempo indeterminato, comunità, responsabilità, ecc.

Alcuni di questi termini è ormai vietato pronunciarli, in questa stagione pre – terza Repubblica, per evitare il linciaggio o la berlina: pensioni di anzianità (o scatti di anzianità), diritti acquisiti, orari di lavoro umani e rispettosi della vita familiare sono ormai anticaglie. Si lavora sempre, tutti i giorni, tutte le volte che c’è lavoro e qualsiasi siano le condizioni; i diritti e la sicurezza sono annunciate verbalmente, ma poi è importante produrre, guadagnare, non essere schizzinosi; l’anzianità non fa più grado; non è più possibile pagare per quanti sono per anni in cassa integrazione (e anche questa sarà probabilmente pensionata).

Altri termini sono, a loro volta, talmente inflazionati e abusati che ormai rischiano di essere sviliti, svuotati della loro carica positiva. Pensiamo a democrazia, a libertà, a solidarietà. Tutti ormai si dicono democratici e favorevoli alla libertà. E in qualche misura, almeno nel mondo occidentale, lo siamo tutti; ma ognuno dà un significato diverso a questi termini, li interpreta a modo suo. La libertà è fare ciò che si vuole e quando si vuole? Oppure fino a che punto va rispettato l’altro per non essere noi succubi e limitati a nostra volta? “Libertà è partecipazione” come cantava Gaber o è applicazione formale delle regole? A me, sempre nel secolo scorso ovviamente, hanno insegnato che la libertà di (fare ciò che voglio, di intraprendere, di realizzarmi) si deve integrare con la libertà da (vincoli, da povertà, da limiti sociali e culturali) e con la libertà per (il bene comune, per aiutare, per la solidarietà, per realizzare condizioni migliori per tutti). Oggi quando si parla di Libertà, di partiti per la libertà, di diritto alla libertà, ecc. cosa si intende?

Stessa cosa per il termine democrazia. Democratici sono coloro che adottano e rispettano formalmente regole appartenenti ad un sistema che preveda elezioni libere, istituzioni pluraliste, ecc. oppure serve, per identificarsi in quel simbolo, anche un minimo di “sostanza” (vivere e applicare i contenuti del metodo democratico dando spazio alla partecipazione e senza avere il controllo di stampa e pubblicità; essere consapevoli che le categorie più deboli sono svantaggiate e perciò è democratico usare le “regole” e le istituzioni repubblicane a servizio di quelle categorie e non trattarle come oggetto di ordine pubblico)?

Già più volte abbiamo disquisito su queste pagine di cattolicesimo democratico. Ma chi può dirsi cattolico democratico? A parte il fatto che il termine “cattolico”, dopo il Concilio, in politica o nella cultura non andrebbe usato; ma tenendo conto che storicamente ha un suo significato: sono cattolici democratici coloro che citano sovente la Dottrina Sociale? coloro che si rifanno a personalità che appartenevano ad organizzazioni del cosiddetto cattolicesimo politico? coloro che, da credenti, cercano di operare per la giustizia sociale, il bene comune, e la laicità della politica (a qualunque coalizione appartengano)? …. Chi?  Lo stesso discorso vale per “popolare”. Non sto qui a tediare, ripetendo cose dette e ridette.

La partecipazione non figura più nelle priorità e nelle modalità della politica né la si esige nell’ambito scolastico, lavorativo, ecclesiale, se non a parole, o solo per contestare ciò che non aggrada; ma sostanzialmente è un termine e uno strumento passato di moda, svuotato della sua carica di innervamento della democrazia stessa; alla quale si richiede solo decisionismo.

L’uguaglianza e la solidarietà poi, sono state soppiantate da competizione, merito, flessibilità, attitudine alla mobilità, ristrutturazioni; e per quanto riguarda la “comunità” non ci sono più occasioni e strumenti per costruirla. Il lavoro sempre più distante da casa, i week end che sostituiscono “la festa”, la necessità di sfangarsela in tempo di crisi, l’arrivismo e il carrierismo di chi può permetterselo, gli strumenti informatici e i giochi tecnologici che isolano i bambini già a livello di divertimento come possono realizzare stimoli ed esperienze di comunità?

Il lavoro sempre più fattore di produzione e di guadagno, e sempre meno possibilità di realizzarsi come persona e di operare a servizio delle persone, i contratti sempre meno collettivi e sempre più individuali, luoghi e modalità di lavoro che –al di là delle parole- non agevolano la collaborazione, portano all’impegno solitario, al pensare ai propri interessi.

La grande lezione sindacale è stata mettere insieme le persone e combattere gli uni per e accanto agli altri; oggi con le partite IVA e il lavoro precario, quando esiste, chi si preoccupa del collega? Come creare condizioni di solidarietà e tutela?

Tornare al passato non solo non è possibile, ma sarebbe anche sbagliato. I tempi richiedono capacità di adeguamento alle nuove situazioni e flessibilità negli strumenti da usare. Quindi anche nuove modalità nel lavoro, nell’economia, nella politica; non è questione di termini.  Purchè non si torni al caporalato, le persone siano rispettate nei loro diritti, non siano sfruttate, si possa lavorare in sicurezza, avere un reddito dignitoso. Purchè chi si dice democratico e popolare sappia lavorare per condizioni di giustizia effettiva, per dare risposte solidali nelle situazioni concrete, per realizzare occasioni in cui, senza penalizzare “i bravi e meritevoli”, tutti abbiano condizioni di partenza senza handicap. Purchè si continui a ricordare che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.

Libertà, uguaglianza, fraternità nell’otto e novecento hanno trovato movimenti che si sono battuti per affermarle; negli anni duemila si trovino nuove vie e nuove parole, purchè servano a declinare con risultati positivi quei termini che – conglobando solidarietà e sussidiarietà, responsabilità e partecipazione, destinazione universale dei beni e promozione della pace, scelta preferenziale dei poveri e tutela del creato –  sono alla base del bene comune.

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One thought on “Parole nuove, significati antichi

  1. Purtroppo, molte Pubbliche Autorità soccombono di fronte alle lusinghe o, peggio, alle minacce dei potentati economici: occorre far capire a queste persone che comanda il Diritto e non il denaro.

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