Oggi, ancora

Andrea Zoanni

foiFrancesca Lodolini fu la mia Preside alle Scuole Medie. Militò da giovane nella Resistenza e partecipò come delegata al Congresso del PCI nel 1945, costituì il Sindacato Scuola Media della CGIL e fu deputata in Parlamento fino al 1983. Ebbe importanti incarichi nazionali ma si caratterizzò soprattutto come una figura di spicco nell’Istituto Comasco per la Storia del Movimento di Liberazione (oggi Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta). Ricordo sempre volentieri il suo atteggiamento deciso ma coinvolgente verso noi ragazzi in età preadolescenziale, per cercare di insegnarci i valori dell’antifascismo e dell’impegno scolastico, derivanti (questo lo compresi più tardi) dal suo rigore morale dedito senza riserve agli ideali di democrazia e di progresso sociale.

Riporto sempre questo “spaccato di vita” quando racconto come anni dopo (molti anni dopo) sentii parlare per la prima volta delle Foibe, degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati nonché di tutta la questione dei nostri confini orientali. Lavoravo fianco a fianco del capo ufficio Luigi Perini e a lui confidai l’amarezza e l’arrabbiatura nell‘aver scoperto che il mio Paese mi aveva cresciuto ed istruito nascondendomi un pezzo della sua storia, recente ma importante.

Lui tacque, ma il giorno dopo mi raccontò la sua di storia, profugo Capodistriano e Italiano senza patria. Di come si vive l’infanzia e di come si cresce senza la libertà. Della vergogna nascosta ai compagni di scuola nello stare per 14 anni in un campo profughi. Dei tanti importanti e promettenti democristiani in cerca di voti che poi, cedendo vigliaccamente agli slavi, cancellarono delittuosamente la memoria di un popolo millenario. Dei comunisti ideologicamente invasati e nulla più. Dello scontro etnico tra slavi e italiani in corso fin dalla fine del 1800. Di cosa significò il 26 ottobre 1954, speranza a lungo cullata ma nello stesso tempo consapevolezza di un confine sempre più lontano. E lo fece con una calma serafica impressionante, convinto che la storia della sua gente, nascosta dall’Italia agli Italiani, un giorno finalmente avrebbe trovato la giusta cittadinanza nazionale e non solo locale.

La scansione temporale di quanto raccontato è la seguente: prima metà anni settanta (la mia scuola media) e seconda metà anni ottanta (la scoperta casuale della tragedia in Venezia Giulia e delle stragi negate). Ad oggi sono trascorsi poco più di trent’anni, lo stesso tempo intercorso tra la fine della guerra e la mia terza media. Allora tutto era segretato, ma prima o poi sei costretto ad ammettere. Dimentichiamo quelle persone che non condivisero la scelta, oggi il riconoscimento è ufficiale e la sensibilità è cambiata, ma non per tutti.

E’ possibile che a settant’anni di distanza esistano ancora stupidità che ciclicamente si materializzano per negare il passato o per discutere se sono settecento o quattromilasettecento i morti infoibati, come se esistesse un numero di morti da superare per decretare se strage fu oppure no? Oppure tentare di giustificare il perché o il percome ciò avvenne, senza un minimo di compassione e misericordia per i tanti innocenti coinvolti? Quando faremo i conti con la nostra storia (sia bella che brutta) e prenderemo le distanze da questi negazionisti imbecilli, come tutte le democrazie evolute han saputo fare nel corso degli anni?

Oggi, ancora. E la politica tace. Intenta a regolare i conti tra personalismi pericolosamente contagiosi e mezze figure antiquate, senza elementi evidenti di novità concrete e valide che mettano mano a un Paese per certi versi ancora culturalmente feudale. Con un linguaggio da cabaret, violento oltre misura e amplificato dai nuovi canali d’informazione, dove si assiste al trionfo della menzogna. Al confronto Pinocchio si rivela un dilettante.

Già Heidegger lo ripeteva spesso: l’ovvio è nemico del vero. Da questo punto di vista bisognerebbe avere il coraggio e la pazienza di interrogarsi ogni volta sempre da capo su termini e concetti che si rischia di considerare come del tutto evidenti e di conseguenza non meritevoli di alcun supplemento d’indagine. Ma questo discernimento è tutt’altro che qualcosa di semplice.

Come fare? Bisognerebbe mettere in campo quell’atteggiamento che molti chiamano bene relazionale, il cui ingrediente principale è la reciprocità. E’ uno sforzo non di poco conto e forse quasi impossibile perché non esiste legge che possa produrre uomini intelligenti e buoni. Bisognerebbe riflettere ma è oltremodo difficile, nella riflessione non si esprimono le proprie opinioni. Bisognerebbe anche evitare sia quell’idealismo che proietta sulla realtà i propri fantasmi, sia quell’eccesso di realismo che rischia di trasformarsi in cinismo. Bisognerebbe dare all’altro una buona ragione per ascoltarti.

Dopo di che, per cogliere il bene è necessario vederlo, perché il bene non ha il vezzo di farsi vedere. Ma non si vede solo con gli occhi. Per esempio i politici, vecchi e nuovi, che parlano in modo finto, sono dei vedenti ciechi. Come a volte lo siamo anche noi, per un emulazione errata. Il mio prof di Religione delle scuole superiori sosteneva che l’attenzione è una forma naturale di preghiera. Lo diceva anche per tenerci buoni, erano gli anni del delitto Moro, tanto per intenderci. Però ci invitava a riflettere e subito dopo a decidere. Secondo lui il vero miracolo di Gubbio non fu la conversione del lupo ma del popolo, che credette possibile lottare col lupo non più con armi per insanguinare, ma con cibo per donare. Affascinante miracolo, appunto. Ci spronava a compiere atti buoni senza pensare al Paradiso, del quale ridendo ci diceva che sarebbe venuto da sé, nel caso ci fosse stato.

Nella realtà quotidiana io credo l’uomo sia contento di scegliere il male, noi siamo attratti dalle nostre colpe. E passando da lupo a lupo, da miracolo a favola per bambini, ovvero per adulti, come mai il lupo non mangia subito cappuccetto rosso quando lo vede? Perché il lupo sa che cappuccetto rosso vuole farsi trovare da lui, che è la vita, la vita che noi scegliamo. Infatti parlano, si raccontano, fanno amicizia. E vanno dalla nonna per mangiarsela.

Non è l’esistenza del lupo il male, a noi il male piace. E il cacciatore non può uccidere il lupo perché il lupo non può essere ucciso. Nella vita, la legge più seguita è la legge del lupo (fatti strada, figlio mio!!). Noi possiamo solo fare una grande ma difficile cosa: non scegliere il lupo, starne alla larga. Così si diventa uomini (non si nasce uomini, lo si diventa col tempo).

E pensando a tutti i profughi del mondo, italiani la cui memoria ricordiamo il 10 febbraio, italiani di ieri e di oggi, palestinesi e israeliani, uomini di ogni continente che non hanno più casa: cos’è una casa? Uno spazio fisico? Certamente sì! Ma ancora di più è uno spazio interiore, il luogo dove c’è l’altro. Nella casa non ci sono maschere, quelle maschere che quotidianamente indossiamo. Nella casa ci si spoglia e l’altro è accolto, oppure distrutto. Invece a volte assistiamo ai militanti del non pensiero, a quelli del “padroni a casa nostra” (non hanno mai avuto una moglie). Fallocentrici e fallocefali negazionisti.

E’ difficile, non impossibile. Le nuove generazioni devono provarci, non chiedo di dimenticare né di perdonare, mi basta riescano solo a ricordare in un modo diverso. Vedere il volto di Dio nelle cose più umili. Gli eroi sono quelli che puliscono il sedere agli anziani senza avere schifo, non i potenti o i famosi della Terra. La Bibbia ci dice di amare la sterile (il nulla) noi invece guardiamo al business (dove l’altro non può che subire). Ci sono salari multimilionari, ci solo salari di pochissimi euro l’ora. Se non mi servi ti rottamo. Non si può continuare in questo modo.

Termino ricordando il magistrato Pier Amaro Perretta, del quale ho detto all’inizio. Combattente nella Grande Guerra, si dimise dalla magistratura per non essere subalterno al regime fascista. Scrivendo a Vittorio Emanuele disse: “Non sono fascista né filofascista, e non vi è alcuna probabilità che lo diventi fino a quando durerà la tutela e la lode della violenza, fino a quando i nati della stessa terra si chiameranno dominati e dominatori e non già soltanto fratelli”. Sante parole. Lo si troverà quasi sessantenne, nonostante le tragedie familiari provocate dalla guerra, indomito animatore della Resistenza a Como, poi combattente a Milano, dove cadde il 15 novembre 1944 per dare alle nuove generazioni la speranza in un futuro di dignitosa libertà: esprime bene tale intendimento il pensiero inciso sul Monumento alla Resistenza Europea di Como, tratto da una lettera indirizzata al figlio Giusto alla caduta del Fascismo nel 1943: “Questa tremenda esperienza avrà giovato a qualche cosa? S’impone una rieducazione profonda e costante, altrimenti nemmeno questa lezione servirà”. Io credo che qualche passo importante nel mondo sia stato fatto.

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