Compagni che sbagliano

Il dibattito sulle prospettive del Movimento 5 Stelle (5) ● Dario Fornaro

(Continua, oggi con un articolo di Dario Fornaro, l’approfondimento dedicato al M5S di Grillo e Casaleggio, dopo gli interventi di Giacomo D’Alessandro “A riveder le (cinque) stelle. Nuove generazioni e stravolgimenti politici“, Marco Ciani “E intanto Grillo…“, Don Walter Fiocchi “Il gusto del budino“, Fabio Camillo “Una ricetta oligarchica ed indigeribile“, Carlo Baviera “Meglio la zuppa o il pan bagnato?“. Ap)

grcCerto bisogna stare attenti a non istituire, neanche involontariamente, dei collegamenti di qualsivoglia natura con fenomeni vecchi di quarant’anni (putacaso gli anni di piombo) e con protagonisti da tempo consegnati agli archivi della storia. Ma non si può neanche negare che la potenza semantica di quel titolo, di quella formula, di quella sintesi superlativa, possa estendersi , libera da vincoli contingenti, anche ai rovelli interpretativi dei giorni nostri.

Ovvio che il pensiero corra subito al fenomeno del grillismo che, occupa ormai rumorosamente gran parte delle nostre finestre informative sul mondo socio-politico italiano e che non mostra tentennamenti nella sua impetuosa missione di trattenersi comunque al centro del palcoscenico, ovvero dell’emiciclo di Montecitorio.

Le dimensioni del successo elettorale del Movimento 5 Stelle alle consultazioni della scorsa primavera hanno imposto con urgenza, alle altre rappresentanze democratiche così come agli osservatori professionali, il problema di identificare tipo e provenienza dei “nuovi venuti”, sulla base quantomeno della elementare, e pur contestata, geografia socio-politica a base di destra-centro-sinistra.

Il “rumore di fondo” del grillismo nel panorama italiano aveva già una sua consistenza a partire per lo meno  dagli esiti delle precedenti amministrative del 2012, ma il “botto” del 2013 non consentiva più di trattarlo come una modesta, forse transitoria anomalia.

A livello individuale la prima dicotomia (simpatizzante/antipatizzante) che si presentava, era importante sotto il profilo psicologico e culturale, ma era anche trasversale e perciò inconcludente ai fini di individuare, a grandi linee, l’eventuale marchio pre-politico del cospicuo addensamento della protesta popolare.

A livello collettivo il secondo dilemma (alla fin fine: sono di destra o di sinistra?) per quanto rozzamente semplificatorio, lasciava trasparire, in risposta, una discreta propensione a colorare “di sinistra”, indistinta quanto si vuole, la maggioranza delle schiere grilline, adunatesi a titolo di protesta per le disfunzioni del sistema e di delusione per le carenze delle sinistre parlamentari.

In pari tempo a destra, per quanto i numeri (i voti) dessero seriamente a pensare, non furono ammesse, né tantomeno rivendicate a futura memoria, proprie truppe in libertà provvisoriamente accasatesi in zona Cinque Stelle, dalla quale oltretutto provenivano bordate anti-Cavaliere.

La prevalente – sia per la sinistra propriamente detta e contata, sia per l’opinione apolitica – “coloritura di sinistra” del non-partito (M5S) è diventata così, nel tempo, una sorta di ipotesi consolidata, alla quale si opponevano, con scarso successo, i preoccupati “resoconti di viaggio” degli intellettuali e degli osservatori professionali (solite Cassandre!) che tentavano di penetrare i territori – contenutistici e metodologici – del feudo Grillo-Casaleggio, alla ricerca di un bandolo purchessia della matassa messaggistica che arroventa rete e media.

Non era estranea all’accettazione di tale ipotesi sentimental-ideologica un’altra vaga ipotesi di prospettiva: che il M5S, per quanto coronato di successo, non potesse, in forza proprio del suo magmatico e instabile “stato nascente”, reggere alla prova dei fatti, ad un regime di normalità istituzionale. Fosse cioè destinato a ravvicinati processi di fratturazione (come diceva l’antica pubblicità? dura minga, non può durare!) che avrebbero rimesso in gioco qualche milione di voti. In vista di ereditarne una buona misura, non era opportuno, per la sinistra, spingere la polemica e gli anatemi anti-grillismo oltre limiti e toni irrecuperabili al momento delle nuove urne. Ed in parallelo era giocoforza  ingoiare rospi su rospi, anche in diretta streaming, con trattenuta sofferenza.

Per tutta la seconda metà dello scorso anno, il dibattito a sinistra sul M5S si è sviluppato e aggrovigliato intorno al dubbio se si dovesse contestare duramente la deplorevole forma espressiva e gestuale adottata, con “studiata spontaneità”, dai grillini, in ogni contesto e in ogni confronto, ovvero tenere  benevolo conto – verbalizzate le reprimende di mala-educazione  – dei contenuti, oggetti e obiettivi dai medesimi  squadernati sui problemi che si paravano innanzi alla politica italiana.

I fautori della “linea contenutistica” deprecavano gli eccessi verbali e dimostrativi del Movimento, ma ne coglievano e sottolineavano soprattutto il potenziale oppositivo/vendicativo, a nome della società malmenata, alla Casta, al Palazzo e rispettiva Economia iugulante. In forma traslata: compagni che sbagliano, appunto, con l‘accento posto, in senso non ideologico, di mera contiguità di fatto, sul “compagni” e solo in via subordinata ricordando “che sbagliano”. Basta andare alle raccolte della “Repubblica” e del “Fatto Quotidiano” – pur diversamente dislocati a sinistra –  per trarne copiosa esemplificazione.

A cavallo d’anno e, da ultimo, con la raddoppiata virulenza recata dal M5S sulla scena politica e parlamentare  (casi simbolici, nel mazzo, Boldrini e Augias),  senza apparente finalità che non l’autocelebrazione polemica, il discreto “pregiudizio favorevole” che allignava a sinistra nei confronti del grillismo, ha cominciato – a tacere dei sommovimenti in atto nel quadro politico più generale –  a mostrare segni di perplessità e sfaldamento. E l’accento a spostarsi, talora in modo veemente, sullo “sbaglio” rispetto al “compagno”.

 Su “Repubblica” la Spinelli è rimasta quasi isolata ed anche “Il Fatto” ha dovuto contrapporre  (2.2 – in prima pagina)  una dura reprimenda del direttore (fondino “Disgustoso e demenziale”) – alla onnipresente “spalla” di Travaglio sulle nefandezze del regime che suscitano la pur scomposta reazione grillina. Dulcis in fundo, nella solita “apertura” del “Venerdì di Repubblica” (7.2), Curzio Maltese  ha ammesso/ricordato che “due terzi dei voti di Grillo sono in realtà strappati al qualunquismo di destra”. Se non è una revoca, da sinistra, delle precedenti, faticose ”aperture” – contrassegnate dal…massacro di Fort Bersani – ci siamo vicini.

Quali gli effetti sul fiero bipolarismo fisiologico che larga parte del sistema politico dichiara di voler derivare dal vigente tripolarismo armato? Quali gli sviluppi di questo strano gioco dei tre cantoni?   Difficile a dirsi. Il sospetto che vorremmo superare, con l’ultimo sprazzo d’ottimismo, è che qualcuno tra i protagonisti non stia sbagliando di brutto i calcoli e il conto torni poi ad essere presentato al Paese.

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3 thoughts on “Compagni che sbagliano

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