E’ tempo di decidere

Andrea Zoanni

corMi preoccupa la realtà nazionale ben oltre il suo profilo economico e finanziario, le cui conseguenze avrebbero un esito diverso in assenza di tensioni, ma soprattutto in presenza di strumenti sociali, civili e politici per garantire capacità di governo ed un minimo di coesione sociale. Purtroppo, in questa fase, le oggettive difficoltà di una lunga recessione si stanno unendo alla mancanza di responsabilità dell’azione politica. E questo non è un elemento che si spiega solo con la cattiva volontà, arriva alla fine di un lungo periodo di dissesto civile.

Sono del parere che prossimamente potremmo vedere molti eccitatori professionali dell’ira popolare. In effetti, molti sono i motivi per cui arrabbiarsi davvero e certamente molti sono gli episodi di cronaca che hanno disegnato un Paese poco credibile agli occhi del mondo. La gente comune ha ragione e se nelle varie competizioni elettorali c’è sempre chi scende e chi sale (ma alla fine sempre 100 la % dei voti fa) quello che cala è il numero dei votanti, un cittadino su quattro ha voltato le spalle.

Questo è il rischio grande, che non si trovano nella realtà organizzata, civile e politica interlocutori credibili ed affidabili. Siamo abituati ad un teatrino che dalle mie parti, intercettando emittenti straniere, vedo all’estero essere grottescamente presentato. Il rischio è grande, perché senza affidabilità civile l’uscita dalla crisi rimane lontana. Del secondo dopoguerra è il periodo buio più lungo e difficile.

La generazione che visse sulla sua pelle il terrorismo degli anni settanta ci dice, se interrogata, che anche nei momenti più drammatici di allora mai mancarono i riferimenti ideali, morali e civili per contrastare il negativo e per riprendere. Quel terrorismo estremo trovò nei lavoratori e negli studenti il primo spontaneo baluardo a difesa della democrazia.

C’erano avanguardie e manifestazioni culturali di ogni tipo, a Milano in particolare, che attiravano gente da tutta Europa. Era un’Italia che produceva in quantità e in qualità. Non c’era bisogno dell’Expo per dire di esistere. Oggi questo non si vede, non c’è. Perché le forze culturali e politiche importanti per la vita del nostro Paese, costruite nel corso della sua storia, non riescono ad uscire dalla dispersione, dalla marginalità e dalla totale irrilevanza. Ce lo dicono le nuove generazioni, alle quali abbiamo rubato il futuro.

E fino a quando non rimetteremo in moto un percorso di ricomposizione, non riusciremo a costruire nemmeno le premesse per quelle politiche economiche e sociali adatte ad affrontare le temperie di oggi e di domani. Ma in assenza di contenitore politico, il contenuto progettuale e programmatico rischia di diventare illeggibile agli occhi dei cittadini.

C’è però un’altra questione che ritengo sia la madre di tutti i nostri problemi ma, probabilmente, anche la soluzione. Con più tasse, più spesa corrente e meno investimenti, si producono effetti che sull’economia reale frenano la crescita, riducono l’occupazione, impediscono il deficit zero ed accrescono il debito pubblico. Queste condizioni rendono scarse e difficili le opportunità per i giovani, aumentano le difficoltà delle famiglie, limitano e vincolano le imprese.

Qui il discorso si fa lungo, complesso e di certo non è il caso. Dico solo che non di soli saldi finanziari vive l’economia. C’è il come vengono ottenuti, c’è che ad ogni livello del saldo finanziario corrispondono una molteplicità di possibili percorsi di crescita economica. Stringo sul ragionamento.

E’ di questi giorni la notizia che il costo della corruzione in Europa grava sul nostro Paese per la metà, ma già nel 2012 la Corte dei Conti ci disse che dentro gli 800 miliardi di euro di spesa pubblica ci sono 60 miliardi di sprechi, malversazione e corruzione e che dentro i 750 miliardi di euro di tasse mancano 120 miliardi di evasione. Sono 180 miliardi, l’11,5% del prodotto interno lordo.

Parallelamente, alcuni economisti pubblicarono per Bankitalia uno studio nel quale stimarono le dimensioni dell’economia sommersa (fatta per evitare di pagare tasse e contributi) e dell’economia illegale (che oltre a non pagare tasse e contributi è totalmente fuori legge, droga e prostituzione incluse). Mediamente, negli ultimi anni, l’economia sommersa è pari al 16,5% del PIL (260 miliardi), quella illegale pari ad un aggiuntivo 11% (172 miliardi). Se la somma fa il totale sono 432 miliardi, quasi il 30% del PIL. Grazie dunque all’UE che ci ha ricordato il nostro problema che, peraltro, sappiamo di avere.

Come vanno considerati questi numeri? Sono solo asettiche analisi di un organo costituzionale e contributi scientifici di studiosi coraggiosi e pertanto vanno relegati ad un dibattito tra tecnici ed esperti? O, al contrario, toccano la carne viva della società italiana, ancor più di fronte alla recessione in atto, a milioni di famiglie in difficoltà, a milioni senza lavoro (in gran parte giovani e donne) a migliaia di imprese che rischiano di chiudere bottega?

E’ questo il paradosso nazionale della politica, dell’economia, della società. Da un lato abbiamo i bisogni della gente, dall’altro potremmo avere a disposizione le risorse per produrre e crescere e quindi per soddisfare al meglio quei bisogni, che non sono solo economico-sociali ma anche e soprattutto bisogni di avere un progetto di vita per milioni e milioni di cittadini. Il cuneo profondo che impedisce di usare al meglio queste risorse è rappresentato da quei numeri.

E a difendere strenuamente e con mille subdole scuse quel cuneo profondo sono impegnate le tante cosche mafiose e non, le tante aree grigie tra economia e politica, le tante connivenze trasversali e diffuse che fanno sguazzare oltre un milione di italiani, che godono di quei numeri a danno degli altri milioni di cittadini tra cui vi sono onesti contribuenti. Ecco perché questi numeri non possono essere silenziati e relegati a questioni da dibattere tra tecnici o da limitare a estroverse esternalizzazioni di un organo costituzionale.

La politica e la classe dirigente è chiamata a rispondere a quei numeri, non con slogan buonisti pieni di pie intenzioni, né con le trafile dei quant’altristi, non con troppi sì/ma… né tantomeno nascondendone la realtà. Seguire, in apparenza, il rigore finanziario lasciando quei numeri nel bilancio pubblico, nell’economia e nella società da qui all’eternità sarebbe cosa gravissima, con 2.000 miliardi e più di debito pubblico ci autocondanneremmo a pagare per sempre più di 100 miliardi di interessi l’anno.

Se non tocchiamo i 60 miliardi di corruzione ed i 120 di evasione fiscale tutto diventa economicamente impraticabile, socialmente insostenibile, politicamente irresponsabile. Sono anni, forse decenni che voci isolate tentano di ragionare e far capire la gravità di questi numeri, che non sono solo numeri ma la palla che lega il nostro Stivale. Non c’è più tempo per giri di valzer mascherati da analisi approfondite in attesa di chissà cosa di salvifico possa accadere fuori dall’Italia con le processioni a Bruxelles per chiedere deroghe ai patti europei. Occorre una rivoluzione copernicana della politica e della società italiana.

Non è forse questo che la gente si aspetterebbe dalla politica, forse anche per tornare a capire e “sentire” che senza la polis non c’è democrazia? La gente è sempre più tentata di rifugiarsi nella protesta perché questa protesta propone radici vere e profonde. Il problema è che la protesta non prospetta soluzioni, salvo quella del dissolvimento e del disfacimento putrido dell’intero quadro politico, economico e sociale del Paese.

E allora smascheriamola l’ipocrisia dei costi della politica. Certamente, riduciamo lo stipendio e le prebende di parlamentari e consiglieri regionali, aboliamo le provincie (poi sui costi delle regioni mi scappa da ridere o da piangere) diminuiamo il numero dei politici anche del 50%. Così facendo, otteniamo risparmi inferiori al miliardo di euro all’anno. Risulta perciò evidente che questo deve essere solo un segnale di inizio, un esempio da dare, ma l’importo di questi risparmi è macroscopicamente irrilevante rispetto ai 60 miliardi di euro di ruberie nascoste dentro specifiche voci di spesa pubblica a tutti i livelli. Questi 60 miliardi sono i veri costi della politica.

Quasi per paradosso, avremmo invece motivi veri per essere ottimisti perché tutto, o quasi, è nelle nostre mani e nelle nostre decisioni. I numeri citati all’inizio che bloccano la crescita e soffocano i bisogni della gente (corruzione ed evasione) noi italiani li abbiamo più degli altri. Quindi, se li aggrediamo, abbiamo più risorse degli altri paesi per uscire dalla nostra crisi. L’unica risorsa scarsa e limitata che abbiamo è “il tempo per decidere”.

POST SCRIPTUM

Sul Corsera del 7 febbraio, a firma Danilo Taino, è apparso un articolo dal titolo eloquente: “La corruzione certe volte è un’opinione”. In esso si afferma, in riferimento a quanto affermato in U.E., che tutto sommato è principalmente un problema di percezione. Affermazione grave, a mio parere, e molto superficiale. Perché non è così. Nel senso che le misurazioni stanno in altra parte. Per esempio (e ce ne sono a centinaia) “nel 2007, Il Sole 24 ore ha effettuato un confronto tra il progetto della TAV Torino-Milano con un’analoga linea ferroviaria costruita nello stesso periodo in Francia: la LGV Est européenne. Il confronto ha evidenziato che i costi della linea ferroviaria ad Alta velocità e ad Alta capacità tra il capoluogo piemontese e Novara ammontano a circa 62,4 milioni di euro per chilometro contro i circa 16,6 di quella francese. Per quest’ultima, le stime più recenti (2007) valutano la spesa in circa 5 miliardi di euro per 300 chilometri di percorso mentre TAV S.p.A. dichiara per la linea italiana (i km li calcoli il lettore) un costo complessivo dell’opera pari a 7,8 miliardi di euro. La tratta Novara-Milano, sempre secondo le valutazioni di TAV S.p.A. riportate da Il Sole 24 Ore, è stimata avere un costo “a finire” ancora superiore, pari a circa 2,9 miliardi di euro per 39 chilometri di lunghezza, ossia 74 milioni di euro a chilometro”. Forse, in Italia, mano d’opera e materiale costano “enne” volte più che in altri paesi? Per me no, per Danilo Taino sono percezioni. Non so per voi.

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