Procedere alla riforma elettorale, evitando le trappole (del Caimano)

Daniele Borioli (*)

berA poco tempo di distanza dall’accordo tra Renzi e Berlusconi, sottoscritto nella sede nazionale del PD, è già possibile svolgere qualche considerazione sullo stato dell’arte in materia di riforme e sugli effetti politici che quell’iniziativa ha già prodotto e, potenzialmente, può produrre nel prossimo futuro.

Sulla riforma elettorale, l’iniziativa di Renzi ha sicuramente prodotto una serie di scosse telluriche che hanno colpito l’appesantito sistema politico italiano. Per capire se lo sciame sismico determinato da quell’iniziativa darà un assestamento utile al Paese è necessario attendere ancora qualche passaggio.

Soprattutto per verificare se il Segretario del PD saprà governare gli effetti indotti dalla sua iniziativa, in particolare nel campo che egli per primo definisce “a regime” come il naturale avversario: vale a dire nel centrodestra. Effetti che, ad oggi, possiamo catalogare in forma di ricomposizione del puzzle disarticolato che connotava sino a poche settimane fa quella che fu la Casa delle Libertà.

La messa all’angolo del Nuovo Centro Destra, il “gran ritorno” di Berlusconi, che già in passato ha mostrato una irresistibile capacità di “fare coalizione”, l’esplosione del poco fortunato esperimento di Monti (a suo tempo molto incoraggiato dall’interno dello stesso PD), il ritorno all’ovile di Casini: sono tutti elementi che prefigurano una forza sfidante da non trascurare.

Di fatto, un primo indiscutibile effetto dell’accordo del Nazareno, al di là dei suoi effetti mediatici, è l’incipiente  riavvolgimento della pellicola proiettata in Parlamento con la decadenza di Berlusconi e la spaccatura del PdL nei due “fratelli-coltelli”, Forza Italia e NCD.

Secondo la logica bipolare, dell’alternanza, perseguita da Renzi, dovrebbe trattarsi di un effetto calcolato: anzi, più precisamente, voluto con determinazione. O almeno, diciamo che è auspicabile sia così. Giacché ancora troppo deboli appaiono i segnali che il nuovo segretario democratico lascia trapelare circa la sua visione di un’efficace strategia di alleanze in grado di comporre il campo del centrosinistra.

Per molto tempo, infatti, Renzi ha dato l’impressione di perseguire un disegno di autosufficienza che, per quanto suggestivo, non può non rievocare gli echi del 2008, allorché la cavalcata quasi solitaria del PD di Veltroni si tradusse in una entusiasmante, coinvolgente e soddisfacente sconfitta.

I sondaggi di questi ultimi giorni, seppure con numeri diversi, anche per la presenza del M5S, che continua di fatto a configurare graniticamente il carattere tripolare del nostro scenario politico, dicono che il rischio appena evocato è del tutto attuale.

Naturalmente, come tutti i sondaggi, anche quelli di questa stagione vanno presi con le molle. Ma alcune tendenze è possibile leggerle. La prima. Il PD, nonostante la forza d’urto popolare delle primarie e il grande protagonismo mediatico di Renzi, fatica a crescere oltre il 31-32%. Grosso modo le percentuali di cui veniva accreditato il PD di Bersani nei mesi successivi alle primarie di fine 2012.

L’unico compagno di viaggio di qualche consistenza politica su cui i democratici dovrebbero poter contare è SEL, che rischia tuttavia di essere mortificata dalla legge elettorale in gestazione, e quindi potenzialmente indotta a fare scelte oggi difficili da prevedere. E parliamo, comunque, di un compagno di viaggio che tutte le indagini accreditano di consensi inferiori al 4%.

Dal suo canto, lo schieramento di centrodestra, includendo pentiti, rifluiti e convertiti, viaggia complessivamente su percentuali pericolosamente vicine a quelle necessarie per giungere già dal primo turno alla fatidica soglia che dischiude le porte del premio di maggioranza. Soglia che, invece, il centrosinistra pare più in difficoltà a raggiungere.

Saranno i fatti a giudicare se e quanto sia stato opportuno irrigidire la proposta di legge elettorale dentro uno schema che ha direttamente catalizzato la ricomposizione del centrodestra italiano; scartando a priori l’ipotesi di partire per la riforma da una base condivisa con le forze che compongono l’attuale maggioranza di governo, consolidando la frattura intervenuta nel centrodestra con la decadenza di Berlusconi.

Certamente, la posta dell’azzardo è molto alta. La fotografia degli orientamenti di voto dice che la il centrodestra è robustamente in sella sotto l’egemonia ripristinata di Berlusconi e che il centrosinistra, il PD in primis, si doti di una strategia politica e di composizione del campo, che oggi ancora non si intravede. Evitando di incorrere in un eccesso di esclusiva confidenza sulle virtù taumaturgiche del leader in campagna elettorale.

Tutto ciò riconduce al tema della legge elettorale. Che è bene calibrare con attenzione, non certo per predeterminare un vantaggio per il centrosinistra (cosa che sarebbe impropria per un provvedimento che deve scrivere le regole del gioco e non sancire il vincitore), ma sfuggendo nel contempo a evitare un munifico regalo all’avversario.

Proprio per questo, la blindatura dell’accordo a due è bene si sciolga in una più articolata attività di discussione parlamentare. La quale, senza appesantire più di tanto i tempi e senza stravolgere l’impianto della riforma impostata da Renzi, produca un testo finale più equilibrato.

Oltre alla questione delle preferenze, e comunque della restituzione in qualche forma ai cittadini della sovranità nella scelta del proprio parlamentare, le questioni sul tappeto toccano ancora il tema della governabilità e della rappresentanza.

Far salire al 37,5% la quota per accedere al primo turno al premio di maggioranza, è già meglio di niente. Ma non so se sia sufficiente a sottrarre del tutto la nuova legge ai rischi di incostituzionalità. Allo stesso modo, la soglia di sbarramento rimane: per chi sta fuori dalle coalizioni (8%) troppo alta e lesiva dei più basilari principi di rappresentanza democratica; per chi sta in coalizione (4,5%), eccessiva al fine di garantire presenza in Parlamento a quelle forze che, comunque, concorrono a fare il totale e la percentuale di voti per l’intera coalizione.

In questo schema, l’ulteriore incomprensibile regalo fatto a Berlusconi sarebbe quello di assentire ai correttivi cosiddetti “salva-Lega”, che prevedono la possibilità di superare la soglia di sbarramento nazionale a quelle forze che ottengono almeno una certa percentuale (9%?) in tre Regioni, mantenendo nel contempo all’attuale livello lo sbarramento per gli altri piccoli.

Insomma, aprire la discussione sul testo di riforma al contributo che può arrivare dal libero confronto in Parlamento, a muovere dalle stesse articolate posizioni interne al PD, può e deve essere utile non solo a fare una legge elettorale migliore, ma anche ad evitare di trovarsi direttamente dentro una trappola.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “Procedere alla riforma elettorale, evitando le trappole (del Caimano)

  1. Il mio commento è un po distaccato dall’ambiente politico in quanto lo stesso è talmente maleodorante che solo a sfiorarlo si rischia di voltare di stomaco. Comunque dando per scontato che una dittatura non è auspicabile in quanto il rischio di affidare in mani sbagliate il governo del proprio paese è palese non comprendo però il perchè si debba regalare voti per far si che la democrazia perda le sue caratteristiche naturali e cioè quella di avere una opposizione adeguata alla volonta reale del paese. Questi premi di maggioranza danno forma al solito pastrocchio all’Italiana col risultato però che quei poveri meschinetti che dovranno fare opposizione non conteranno nulla ma avranno salvato almeno lo stipendio.

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