Una ricetta oligarchica ed indigeribile

Il dibattito sulle prospettive del Movimento 5 Stelle (3) ● Fabio Camillo

griInserendomi nel dibattito in corso circa le motivazioni dell’ascesa del Movimento 5 stelle, premetto di aver trovato nelle tesi di Giacomo d’Alessandro (seguito dagli interventi di Marco Ciani e Don Walter Fiocchi. NdR) un’analisi fondata, completa. Impreziosita, e forse anche per questo più aderente al reale, dall’assenza di ostacoli epistemologici che naturalmente connotano analisi circa lo stesso oggetto da parte di commentatori nazionali provenienti da “ere” politiche precedenti.

Tuttavia non riesco a dare una lettura positiva del fenomeno e qui constato quanto pur essendo entrambi giovani, nell’intercorrere degli otto anni che ci separano sia passata tanta acqua sotto i ponti. Non sono in grado di integrare la sue considerazioni, posso solo spiegare per quale motivo mi sento lontano da Grillo & co, dal loro modo di fare politica, per quale motivo non ho sentito nemmeno la curiosità di indagare a fondo su questo movimento che ritengo essere sintomo di un problema più grande e perchè lo trovi agli antipodi rispetto alla scala valoriale che mi ha spinto, nell’adolescenza, ad aderire ad un partito politico di sinistra.

Nel 1996, anno in cui a 14 anni presi la prima tessera di partito, la prima Repubblica era terminata da un pezzo. Dirò di più: buona parte dei protagonisti della vita politica nazionale erano già gli stessi di oggi, solo con qualche capello nero in più. I partiti “tradizionali” si erano sciolti od avevano cambiato nome. Restavano però molte delle persone che avevano costituito l’ossatura di quelle organizzazioni, e attraverso di loro l’impostazione e la prassi di una politica la cui credibilità era in buona parte minata dagli eventi di inizio anni ’90, le cui certezze erano state travolte dalla fine della tradizionale contrapposizione in blocchi, ma che aveva anche costruito un Paese tra i più avanzati in termini di democrazia, benessere e giustizia sociale.

Ricordo che ad uno dei primi corsi di politica a Roma (sebbene le solide organizzazioni della prima Repubblica non esistessero più l’offerta di formazione e discussione ai propri militanti era ancora avvertita come necessaria), mi spiegarono che cos’era un partito: un programma politico ed un’organizzazione per realizzarlo. E nell’idea di programma non stavano soltanto cataloghi di “buone pratiche” ma obiettivi di Governo a breve, medio e lungo periodo che venivano ricavati sulla base di scale valoriali condivise, pur nella dialettica interna e nella presenza di correnti che connotavano ormai la vita di partito.

Ci si sentiva parte dell’evoluzione di una storia che partiva da molto lontano, dal bisogno diffuso di rappresentanza politica di interessi e aspirazioni materiali un tempo irrilevanti e che attraverso la politica ed il sindacato avevano potuto diventare azione politica, contemperarsi con altri interessi e punti di vista e tradursi in norma giuridica. Naturalmente in una società in sempre più rapida evoluzione si coglieva il bisogno di aggiornarsi, di individuare limiti, ritardi ed errori che rischiavano di compromettere l’aderenza ad una realtà sempre più difficile da decifrare. Ma restava l’ancoraggio a valori di fondo che costituivano il “perchè fare?”, che è premessa imprescindibile del “che fare?” anche in un contesto mutato come quello della seconda Repubblica. Se tra ex Pci si ragionava in questi termini, si era consapevoli che anche tra gli ex Dc, quantomeno quelli “di sinistra”, esistevano valori e storie altrettanto profonde e nobili, con i quali nel nuovo quadro politico era inevitabile cercare ed individuare durature convergenze.

Oggi la politica è cambiata, si discute  e ci si interroga meno, la crisi fiscale dello “Stato Sociale di democrazia pluralista” (così ricordo definì il nostro ordinamento il professore di diritto costituzionale) diventa elemento di perenne emergenza e richiede per essere affrontata tempi e cognizioni tecniche che da un lato sembrano rendere la decisione politica sempre più incardinata su binari prestabiliti, dall’altro lato scoraggiano la partecipazione.

Il Movimento 5 stelle si incunea nella crisi di rappresentanza contestando Europa, moneta unica, classe politica, le istituzioni stesse e mitizzando le forme di democrazia diretta. Apparentemente offre ricette per rimediare ai mali della politica contemporanea. Nei fatti, credo che le cose stiano in altri termini. In analogia con Forza Italia ed altri movimenti sorti nella seconda Repubblica il movimento 5 stelle nasce secondo una logica rovesciata. Non sono più i diversi bisogni, i valori e gli interessi diffusi a concretizzarsi in organizzazione politica, e quindi a diventare insieme un corpo che si dota di una testa, il vertice. E’ un vertice, una persona od un’oligarchia che decide di candidarsi alla guida di una comunità, e per farlo cerca voti individuando i temi più popolari. Non è un caso che Berlusconi abbia potuto dire tutto ed il suo contrario in vent’anni di attività politica, così come non è un caso che i deputati del M5S si trovino spesso disorientati di fronte agli argomenti in discussione nelle sedi parlamentari ed alle prese di posizione del capo. Che organizza referendum in continuazione sulla mitica “rete” cui partecipa mediamente un numero di persone inferiore agli iscritti del solo Partito Democratico, che pure non ha oggi numeri raffrontabili con quelli dei partiti “storici”.

Quali sono i valori di fondo del Movimento 5 stelle? Quali sono i valori di fondo di Forza Italia? Berlusconi promise nel ’94 la rivoluzione liberale, la burocrazia snella, la sostituzione dei professionisti della politica con gente nuova, pragmatica, incorruttibile. Si è visto cosa ne è stato. Con questo non voglio escludere che un aspirante leader ancora privo di un comitato di seguaci possa avere un buon fiuto politico, possa individuare meglio di altri i bisogni e cavalcarli, in un dato momento. Ma se il comune sentire per ragioni esogene cambia, allora cosa farà? Cambierà posizione anche lui? E in tutto questo il bene comune, l’elemento progettuale, la capacità di visione e programmazione della politica dove stanno? Sorvolo poi sul rapporto con l’Europa, trattata “tamquam non esset” come vuole un certo comune sentire appunto, eppure vero scacchiere in cui si giocano oggi le sorti del nostro Paese. Se non si completerà il processo di integrazione economica e politica, non si democratizzeranno gli organi comunitari, non si aggiorneranno i trattati su BCE e fiscal compaq tutto il chiacchierare nostrano sarà puro vaniloquio.

De Gasperi sosteneva che la differenza tra il politico e lo statista sta nel fatto che il primo guarda alle successive elezioni, il secondo alla successiva generazione. I partiti storici, qualli che venivano da lontano, gli statisti li hanno prodotti. In queste righe non intendo assolvere i limiti e le carenze di un centro-sinistra, cui sono in parte imputabili i successi di movimenti come quello di Grillo e Casaleggio, come concausa di ragioni strutturali che tendono a premiare in tutta Europa posizioni populiste di corto respiro riformatore. Ritengo anzi utile che si sviluppi un dibattito circa cause e conseguenze delle attualità difficoltà che le democrazie incontrano nell’affrontare bisogni cui hanno storicamente offerto risposte più convicenti e solide, a fronte dei disastri prodotti dalle scorciatoie populiste nella prima metà del secolo scorso. Dobbiamo cominciare. Anzi, ricominciare.

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3 thoughts on “Una ricetta oligarchica ed indigeribile

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