Altre … preferenze

Roberto Massaro

parNon mi appassiona la discussione, in corso in questi giorni, se consentire o meno all’ elettore di esprimere la preferenza in un’ipotetica nuova legge elettorale. Mi pare francamente un falso problema che, forse, ne nasconde altri più seri.

E’ noto a tutti che entrambe le opzioni (preferenza o lista bloccata) hanno elementi a favore e altri contro. Il Porcellum era stato scientificamente studiato per impedire la maggioranza al Senato, soprattutto al centro-sinistra. Ed infatti, prima Prodi nel 2006 e successivamente Bersani nel 2013, ne hanno pagato gli effetti deleteri. Al contrario, invece, nel 2008 questo stesso sistema elettorale ha consentito a Berlusconi un’amplissima maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Pertanto il primo obiettivo da centrare è quello di consentire a chiunque vinca di poter avere una maggioranza solida e stabile.

Riflettendo sul progetto di legge presentato da Renzi nei giorni scorsi ( e sottoscritto da Berlusconi e Alfano) mi pare elevato il rischio di comprimere il pluralismo e, di conseguenza, mortificare tante esperienze politiche. Comprendo che il potere d’interdizione di tanti piccoli partiti abbia causato la paralisi di tanti governi ma a questo si potrebbe ovviare magari ampliando il premio di maggioranza e contestualmente innalzando la soglia (almeno fino al 38-40%) oltre la quale ottenerlo.

Tornando al capitolo preferenze, è bene ricordare che attualmente l’elettore gode già di questa facoltà nelle consultazioni comunali e regionali. Ma, numeri alla mano, non mi pare che questa possibilità sia così largamente e diffusamente usata come si vuol far credere. Se, ad esempio, prendiamo come riferimento le ultime consultazioni del Comune di Alessandria, dove l’offerta è stata ampia come non mai (33 liste e quasi 900 candidati consiglieri comunali) solo poco più del 50% di coloro che hanno votato al primo turno hanno espresso la preferenza. Tutti gli altri o si sono limitati a votare i soli candidati sindaco oppure hanno segnato solo il simbolo del partito scelto, senza altre indicazioni. Questo significa che intorno a questo tema delle preferenze c’è più strumentalizzazione che sostanza.

E’ noto, inoltre, che un’elezione con preferenze fa aumentare i costi della campagna elettorale e contestualmente eleva il rischio, in alcune zone del territorio nazionale (rischio peraltro ormai diffuso anche al nord), di alimentare la catena del voto di scambio con gli ambienti della malavita organizzata. Per contro, anche il listino bloccato ha i suoi limiti evidenti. Infatti questo sistema consente alle segreterie nazionali di catapultare nei collegi candidati sconosciuti agli elettori e, di conseguenza, compromettere il rapporto tra eletto e territorio. Forse sarebbe auspicabile un sistema con piccoli collegi e candidature uninominali scelte preventivamente con il metodo delle primarie.

A prescindere dal sistema che verrà scelto, resta tuttavia, a mio parere di evidenza straordinaria il problema della selezione della classe dirigente. Con o senza preferenze in Parlamento in questi anni sono entrati capaci e incapaci, onesti e disonesti, portaborse e uomini di pensiero, etc. Un grande partito, se vuol affermarsi come tale (e non relegarsi alla funzione di comitato elettorale), deve continuare a preoccuparsi di mandare i suoi rappresentanti migliori nelle assemblee elettive (siano esse comunali, regionali o nazionali) e quindi investire tempo e risorse nella loro formazione perché possano dare un contributo fattivo alla costruzione dei provvedimenti e delle leggi. La candidatura non può essere un “premio alla carriera”, o un atto dovuto in ossequio alle potenziali preferenze personali.

Se dunque, un primo criterio è la preparazione dei candidati per il tipo di incarico cui sono chiamati, ce n’è un secondo a mio parere di altrettanta importanza. Oggi, per ridare dignità all’impegno politico, è indispensabile che coloro che si candidano ai vari livelli, sappiano concretamente interpretare le attese dei cittadini che li eleggono in quanto donne e uomini delle istituzioni che tuttavia conoscono la fatica quotidiana del lavoro, i problemi di una famiglia a far quadrare il bilancio, ad educare i figli, ad assistere un anziano.

Dovrebbe, inoltre, essere titolo preferenziale la capacità di incontrare le nuove povertà e la condivisione di parte della propria vita con coloro che stanno in coda per un piatto caldo o per ritirare un paio di scarpe o un cappotto dismessi. Altrimenti ogni riferimento alla solidarietà (in un paese dove il 10% della popolazione detiene il 50% della ricchezza prodotta), da qualunque parte arrivi, rischia di rimanere una retorica discussione da salotto.

Ma, se da un lato i partiti oggi non sono granchè disposti a privilegiare la preparazione al consenso, dall’altro lato coloro che invece rappresenterebbero un’autentica novità, stanno alla larga dalla politica e dalle sue stanche liturgie. Ma a quest’ultimi e a tutti gli altri toccherà in sorte quanto Platone scriveva circa 2400 anni fa: “La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati dai malvagi“. E purtroppo questi ultimi li trovi un po’ dovunque, non si tirano mai indietro e talvolta portano la maschera dei nuovi arrivati.

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