La memoria il giorno dopo

Agostino Pietrasanta

lagRimango, in approccio, agli eventi di casa nostra e della nostra città. I convegni, le memorie, i dibattiti, gli incontri di studio, intervenuti in occasione del giorno della memoria, hanno sottolineato alcune valutazioni anche dialetticamente confrontabili e che tuttavia possono trovare poche sintesi condivise e conclusioni proficue.

Intanto la necessità del ricordo, su cui tutti consentono. Dalle varie testimonianze proposte, ricorre continuamente il dovere di ricordare, senza odio e senza intendimenti di vendetta. E tuttavia il ricordo deve riguardare la totalità dei vari olocausti della storia; lo stesso olocausto ebraico richiama nel sacrificio tutti gli olocausti subiti dai vari popoli della terra. Se i lager nazisti, come i gulag sovietici costituiscono un evento catastrofico, probabilmente senza uguali, nessuno può dimenticare il destino fatto oggi a tante popolazioni africane ed ai cristiani perseguitati dal fanatismo ammantato di matrice religiosa. La necessità del ricordo non può fare distinzioni, non può operare discriminati di nessuna specie o categoria soprattutto ideologica.

Ci sono però, legate al ricordo, alcune questioni che i convegni e le giornate di studio hanno richiamato attraverso parecchi interrogativi.

Una prima domanda riguarda la componente della violenza come risposta inevitabile, ma comunque sempre problematica, alla persecuzione ed all’offesa dell’umanità. Se la vendetta è comunque e sempre da rifiutare, c’è da valutare la legittimità della risposta violenta ai soprusi quando si arrivi ad una scelta obbligata e senza sbocchi alternativi. L’interrogativo è emerso con particolare lucidità ad un incontro sulla deportazione dei sacerdoti e dei religiosi nel lager e nei gulag. Per quanto si ponga la necessità di bandire la violenza, per quanto i problemi connessi costituiscano, a fronte di eventi coma la shoa ed in presenza di generalizzate persecuzioni politiche e religiose tuttora operanti, dei macigni sulla coscienza degli uomini, sembra difficile non spiegare le risposte di forza alla tirannide prolungata nelle istituzioni e sull’uomo. La questione non sembri superata dagli avvenimenti del nostro tempo, in cui parecchi esempi di resistenza passiva hanno ottenuto effetti straordinari;

eppure se, ancora oggi ci riferiamo a tante situazioni di sopruso continuato, di persecuzioni sanguinose e generalizzate contro etnie, confessioni religiose e pensiero democratico, il problema si pone: residuano interrogativi inquietanti e non necessariamente risolti in senso univoco.

Forse ci potrebbero essere d’aiuto proprio le esperienze delle deportazione nei campi di concentramento e della resistenza alla oppressione totalitaria. Non è un caso che uomini impegnati nella lotta all’antifascismo abbiano esitato tanto, prima di decidersi alla lotta armata; le motivazioni della prudenza sono fin troppo comprensibili e forse giustificabili alla luce dagli eventi: quando si da inizio ad un criterio resta difficile distinguere con giustizia ed efficacia equilibrata tra offesa e diritto alla difesa. Dossetti, ad esempio che ha partecipato al movimento di resistenza dei luoghi dell’Emilia e della Romagna in ruolo di responsabilità, ha finito per capire la necessità delle armi; Ezio Franceschini, uno dei personaggi più rappresentativi della resistenza cattolica, arrivò a parlare di uccidere l’avversario ingiusto, senza odio e rancore. Resta da valutare quella che fu, con ogni probabilità la testimonianza più inquietante, ma anche più radicale, quella di Dietrich Bonhoeffer: quando gli fu posto il problema della sua partecipazione alla congiura che avrebbe dovuto sopprimere Hitler; quando, in particolare, gli fu chiesto come, lui sacerdote e pastore della Chiesa riformata e confessante, poteva conciliare la violenza con il suo cristianesimo, la risposta fu semplicemente illuminante per qualunque perplessità residua. “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante”. Eppure Bonhoeffer aveva a lungo dubitato della legittimità della violenza contro il tiranno; infine ne fu convinto della situazione eccezionale e priva di sbocchi alternativi.

Potrebbe sembrare strano che, nella invereconda e scandalosa degenerazione dei comportamenti politici, nella deriva dei fondamenti democratici e dei rapporti dialettici, si possano trovare le occasioni per ragionare di queste cose; eppure i convegni e gli incontri di studio di questi giorni hanno promosso di questi confronti. Peraltro mai come nei momenti di vuoto istituzionale si possono trovare delle risorse di formazione anche democratica: farebbero sperare per il futuro.

Non è questa però l’unica questione su cui si è trovato modo di ragionare. Alcuni interrogativi hanno posto il problema delle persecuzioni ebraiche e della loro storia nel contesto delle civiltà occidentali. Di fatto si potrebbero richiamare parecchie convergenze di specifiche culture occidentali di valenza antigiudaica. A lungo si è richiamata, con insistente prevalenza, la responsabilità della Chiesa cattolica; si tratta di responsabilità non contestabile, ma sicuramente per nulla esclusiva. Nei dibattiti di questi giorni si sono richiamati vari protagonisti dell’antigiudaismo e qualcuno ha citato Lutero.

Non è stato difficile un confronto che, riconosciute le dinamiche del problema, nel lungo periodo, ha però chiamato in causa le fondamentali ideologie contemporanee, senza dimenticare gli inevitabili riferimenti ai rappresentanti più qualificati dell’Illuminismo, i quali nonostante le proclamate istanze di tolleranza connesse al loro pensiero, sull’antigiudaismo non hanno fatto eccezione rispetto alle tradizionali avversioni.

Il complesso dei ragionamenti, in ogni caso, ha fatto le opportune distinzioni tra l’antigiudaismo e l’antisemitismo; nel primo caso si tratta di inaccettabile intolleranza culturale e religiosa, nel secondo caso si tratta di ben peggio. Si arriva a proclamare l’inferiorità di una razza e di un’etnia che come tale va soppressa, indipendentemente dai comportamenti e dalle scelte e dalle confessioni ed idee professate.

Eppure nonostante la doverosa distinzione tra culture e confessioni religiose (compreso le cristiane) antigiudaiche e l’antisemitismo razzista, proprio nel giorno della memoria se ne trae un insegnamento ed un monito. Certo l’antigiudaismo non era, in sé, razzista, ma quando i presupposti del razzismo si sono affacciati sulla scena ideologica, anche attraverso le dottrine del secondo ottocento, queste ultime hanno trovato nell’antigiudaismo un terreno sicuramente favorevole. Un terreno che aveva annientato nella storia, gli anticorpi dell’aberrazione della “razza e del sangue”.

Anche qui non bisognerebbe dimenticare. L’intolleranza culturale, anche se non arriva alle estreme conseguenze della degradazione del genere umano e della sua sostanziale unità, costituisce però una premessa assolutamente pericolosa per le derive più inquietanti.

Si comincia ad urlare all’avversario politico sconfitto di andarsene a casa, anziché rispettarlo come polo della dialettica democratica e si rischia un percorso gravido di conseguenze, molto spesso non prevedibile.

Non so se abbiamo colto la pregnanza di un invito, lanciato dalle vittime dei lager e dei gulag: “non odiate, ma non dimenticate.” Mi chiedo cosa significhi il non dimenticare; forse parecchi, anche tra i più attenti e sensibili si soffermano ai fenomeni finali e devastanti dell’intolleranza, in nome dell’attualità dei singoli problemi. Bisognerebbe prestare attenzione alle dinamiche di lungo periodo; bisognerebbe intervenire sulle cause profonde dei destini spesso dagli esiti devastanti per l’umanità offesa. Andrebbero valutati i percorsi profondi dell’aberrazione nei rapporti tra gli uomini ed i popoli.

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One thought on “La memoria il giorno dopo

  1. L’anti giudaismo purtroppo è stato una costante per molti secoli in ambito cristiano e non solo ma deve essere chiarito che l’olocausto ebraico (ne esistono altri: l’armeno, il cambogiano, quello delle vittime del comunismo) fu programmato a tavolino da persone che cristiane non erano o non le erano più: hitler, himler, heydrich (la iena di Praga). Ma soprattutto le basi per lo scoppio della seconda guerra mondiale e della politica estera aggressiva della Germania nazista furono poste coll’iniquo trattato di Versailles.

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