Evitare la palude (dove sguazzano i caimani)

Daniele Borioli (*)

leel(L’articolo del Senatore Borioli, pur conservando sostanzialmente in tutto l’attualità dei ragionamenti svolti, ci è stato inviato il 28.01, prima quindi dell’ultimo accordo tra Renzi e Berlusconi, ma a   causa di un problema tecnico non abbiamo potuto pubblicarlo prima di oggi. Ce ne scusiamo con l’estensore e con i lettori. NdR)

Voglio provare a fare il controcanto al ragionamento svolto pochi giorni fa, su Appunti, da Marco Ciani. Non, ovviamente, per polemizzare con lui, che ha scritto cose sensate e in parte condivisibili. Ma per fornire un’altra chiave di lettura circa l’accordo Renzi-Berlusconi.

Cominciamo da una premessa. La determinazione e la velocità impresse dal nuovo segretario del PD alla trattativa politica sono sicuramente positive. Sarebbe un errore non apprezzarne le potenzialità e, anche, l’effetto benefico che esse potrebbero determinare nel riavvicinamento tra politica e società.

Il condizionale è d’obbligo, perché la carica positiva sarà in grado di dispiegare tutte le sue potenzialità sé produrrà risultati concreti. E misurabili nel tempo, in quanto davvero generatori di un salto di qualità del nostro sistema democratico, intorno al binomio rappresentanza-governabilità.

Questa riflessione porta diritto al tema affrontato da Ciani. Il quale prendendo spunto dallo “scandalo” dall’incontro tra Renzi e Berlusconi in casa PD, i cui elementi egli esplicita senza reticenza, arriva nella sostanza a concludere, mi si perdoni la semplificazione brutale, che Parigi valeva bene la messa.

L’impostazione del ragionamento è corretta. In gioco è la tenuta stessa del tessuto democratico, e sarebbe davvero delittuoso gettare alle ortiche la possibilità di ridargli forza e respiro per un’aristocratica conventio ad escludendum verso chi, sino a poco tempo fa, stava con noi al Governo.

Ma è proprio la correttezza metodologica del ragionamento che porta fatalmente ad approfondire e articolare le domande. In primo luogo: la Parigi che esce dall’accordo è la Ville Lumière che la fantasia vuole immaginare o è un agglomerato urbano ancora caotico e difficile da decifrare?

E in seconda battuta: il rito secondo il quale è stata celebrata la messa è davvero in grado di esaurire e rendere gregarie tutte le altre liturgie, inclusa quella cui la Costituzione affida il compito primario di regolare la vita democratica: la discussione parlamentare?

Circa la qualità della riforma elettorale, richiamo schematicamente i rilievi avanzati da non pochi esperti della materia in questi giorni: la soglia troppo bassa per l’accesso al premio di maggioranza, quella troppo alta di sbarramento, le liste bloccate.

Quanto basta per dire che, pur volendo ragionevolmente partire dall’impianto del modello spagnolo, divenuto strada facendo prima Ibericum e dopo Italicum, al fine di evitare che esso si trasformi in Lattonzolum, occorrerebbe valorizzare e non deprimere il lavoro correttivo che il Parlamento può fare.

Ciò per quanto riguarda il profilo giuridico-istituzionale della proposta. Giacché non meno seria appare la questione sul versante politico. Una riforma partita all’insegna del motto “le regole si scrivono con tutti”, che sfocia in un accordo bilaterale, blindato ed esclusivo tra PD e Forza Italia.

Un esito discutibile, se si considera che questi due partiti hanno raccolto, insieme, il consenso di poco più di un terzo del corpo elettorale italiano. E hanno il dovere di esercitare con prudenza il loro mandato, senza usare abusare delle regole come scorciatoia per affermare il proprio primato.

Evitare questi rischi e ritrovare la Parigi splendente delle cartoline non sarebbe difficile, e neppure richiederebbe più tempo di quello che il ritmo giustamente imposto da Renzi prefigura. Occorre però che ci sia la volontà politica, di non sottostare al ricatto di Berlusconi.

E di cercare, se del caso, in Parlamento, un’altra maggioranza politica, a partire da quella che si ritrova intorno al Governo, e che quindi dovrebbe disporre dei numeri necessari, per allargarsi verso quelle forze che, in questi giorni, hanno fatto sentire la loro voce.

Ben lieti, naturalmente, di accogliere nel novero dei “riformatori” anche Forza Italia, qualora essa fosse disponibile a rimuovere i veti che oggi pone, non in nome dell’interesse generale, ma in considerazione del proprio particulare, e soprattutto, per conservare al capo la nomina dei parlamentari.

Delle altre riforme, è difficile parlare, giacché esse appaiono avvolte da una fitta nebulosa. Il superamento del bicameralismo e la riforma del titolo V sono solo titoli: dati in pasto alla stampa per dire che si taglieranno le indennità dei politici. Formuletta palcebo di grande effetto mediatico.

Come ha osservato acutamente Ilvo Diamanti, in quest’epoca che ha ormai superato la democrazia del pubblico, e in cui la politica esiste in quanto comunica, la riflessione su qualità e contenuti delle riforme è un impaccio. Ciò che conta è fare e fare velocemente. Poi si vedrà. Come con gli esodati.

Due parole, infine, sulla liturgia. Come ho detto prima, non è l’incontro tra Renzi e Berlusconi a tormentare i miei sonni. Quanto la sorprendente assonanza dei due, seppure con argomenti diversi, a fare del loro accordo di vertice la base intangibile delle riforme elettorale e costituzionale.

Due leaders extraparlamentari, per scelta l’uno per espulsione l’altro, che si ritrovano in una sede extraparlamentare, definiscono i tratti “immodificabili” di una riforma che dovrà disciplinare le future modalità di formazione della futura rappresentanza democratica e delle maggioranze di governo.

E dettano il compito al Parlamento, derubricato a mero esecutore degli accordi politici raggiunti, nemmeno tra due partiti, ma tra due capi. Che si ritengono: depositari di un potere indiscusso verso le loro comunità; titolati a imporre, senza mediazioni, il loro modello a tutto il sistema politico.

La differenza abissale che distingue le modalità di investitura dell’uno, le primarie, da quelle dell’altro, la forza padronale derivante dal denaro e dal potere, passa in secondo piano, nel momento in cui il primo legittima il secondo, in virtù di un patto che riduce gli altri al ruolo di gregari.

Ora, per quanto l’attuale Parlamento, non più di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi vent’anni, possa meritare il discredito e la delegittimazione di cui gode agli occhi degli italiani, ciò non basta motivare la china insidiosamente demagogica verso cui il processo rischia di scivolare.

Che questo non preoccupi Berlusconi, non mi meraviglia. Mi sorprenderebbe se la stessa insostenibile leggerezza venisse con ostinazione manifestata e ribadita dal Segretario del mio partito. Dal quale dovrebbe essere lecito attendersi un approccio diverso.

Dicevo in apertura che la velocità e la determinazione immesse da Renzi nell’approccio alle riforme sono un elemento indubbiamente positivo. Aperta la breccia nel muro, però, occorre ora tornare alla qualità, e al rigoroso rispetto delle prerogative istituzionali.

In pochi giorni, se lo si vuole, si può migliorare l’Italicum e trovare in Parlamento la maggioranza necessaria per approvarlo. Si eviterà così la “palude” in cui Renzi teme di cadere, tirando fuori la gamba dal terreno infido in cui sguazzano le ganasce fameliche del kaimano.

(*) Senatore PD provincia di Alessandria

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