Che cosa vorrei dire nel giorno della memoria?

Don Walter Fiocchi

memHo letto da qualche parte ciò che scritto Claude D., un ragazzo senegalese di circa venti anni, studente in una scuola serale italiana:  “Ogni anno si fanno delle cerimonie per ricordare lo sterminio degli ebrei, ma gli ebrei non sono i soli che hanno subito violenza. Perché ogni anno dobbiamo stare lì a sentire i loro pianti quando altri popoli sono stati ammazzati ugualmente e nessuno se ne preoccupa?”.

Questa frase colpì l’insegnante, che decise di proporla alla discussione della classe, in cui oltre Claude c’erano cinque italiani due marocchini un peruviano una brasiliana, un somalo, due ragazze romene una ucraina e due russi. L’opinione di Claude era quella di tutti. Sia ben chiaro: nessuno mise in dubbio la verità storica dell’Olocausto, neppure Yassin, un ragazzo marocchino appassionato alla causa palestinese e sempre pronto a criticare con durezza Israele. Però tutti chiedevano: perché non si fanno cerimonie pubbliche dedicate allo sterminio dei rom, dei pellerossa, o allo sterminio in corso dei palestinesi? Claude disse anche: “Perché nessuno ha pensato a un giorno della memoria dedicato all’olocausto africano?”. Pensiamo ai milioni di suoi antenati deportati da negrieri schiavisti, all’irreparabile danno che questo ha prodotto nella vita dei popoli del golfo d’Africa occidentale, e potremmo concludere in maniera risolutiva (quasi salomonica): “Nel giorno della memoria si ricorda l’Olocausto ebraico perché attraverso questo sacrificio si ricordano tutti gli Olocausti sofferti dai popoli di tutta la terra”.

Ammesso che la parola “identità” significhi qualcosa, e non lo credo, per me l’identità non è definita dal sangue e dalla terra, ma dalle nostre letture, dalla formazione culturale e dalle nostre mutevoli scelte.

Perciò io affermo di essere ebreo. Non solo perché ho sempre avuto un interesse fortissimo per le questioni religiose, storiche e filosofiche poste dall’ebraismo, non solo perché ho letto con passione diversi autori e pensatori ebrei, ma soprattutto perché mi sono sempre identificato profondamente con ciò che definisce l’essenza culturale dell’ebraismo.

Nell’epoca moderna gli ebrei sono stati perseguitati perché portatori della Ragione senza appartenenza. Essi sono l’archetipo della figura moderna dell’intellettuale. Intellettuale è colui che non compie scelte per ragioni di appartenenza, ma per ragioni universali. Gli ebrei hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della figura moderna dell’intellettuale ed hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’Illuminismo e della laicità, e anche dell’internazionalismo socialista.

Come scrive Singer: “La libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta”. Per questo io sono ebreo, perché non credo che la libertà stia nell’appartenenza, ma solamente nella singolarità.

So bene che nel ventesimo secolo gli ebrei sono stati condotti dalla forza della catastrofe che li ha colpiti, a identificarsi come popolo, a cercare una terra nella quale costituirsi come stato: stato ebraico. É il paradosso dell’identificazione. I nazisti costrinsero un popolo che aveva fatto della libertà individuale il valore supremo ad accettare l’identificazione, la logica di appartenenza e perfino a costruire uno stato confessionale che contraddice le premesse ideologiche che proprio il contributo dell’ebraismo ha introdotto nella cultura europea.

Scrive Amos Oz: “Mio zio era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. In Jugoslavia c’erano i serbi i croati e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di jugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico”.

Il mio punto di vista sulla questione mediorientale è lontano da quello dei nazionalisti arabi. Potrei mai sposare una visione nutrita di autoritarismo e di fascismo?  E oggi posso sposare il punto di vista dell’integralismo religioso che pervade la rabbia dei popoli arabi e purtroppo rischia di infettare anche il popolo palestinese nonostante la sua tradizione di laicità? Credo che gli stati non possano essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia.

Pur avendo scritto molto per l’intreccio di questioni che la storia ebraica passata e recente pone al pensiero, pur avendo scritto sull’assedio di Betlemme o sul massacro di Jenin o sull’orribile violenza simbolica compiuta da Sharon nel settembre del 2000 o sui bombardamenti criminali dell’estate 2006 o sulla criminale operazione Piombo Fuso a Gaza, quando scrivo ho sempre paura. Paura di essere accusato di una colpa che considero ripugnante – l’antisemitismo. So di poter essere accusato di antisemitismo a causa della convinzione, maturata attraverso la lettura di tanti studiosi in gran parte ebrei, che il sionismo, discutibile nelle sue scelte originarie, si è evoluto come una mostruosità politica.

Pur avendo paura non posso però tacere. Considero il sionismo causa di infinite ingiustizie e sofferenze per il popolo palestinese, ma soprattutto lo considero causa di un pericolo mortale per il popolo ebraico. A causa della violenza sistematica che il sionismo ha scatenato negli ultimi sessant’anni, la bestia antisemita sta riemergendo, e sta diventando maggioritaria se non nel discorso pubblico nel subconscio collettivo. Dato che non è possibile affermare a viso aperto che il sionismo è una politica sbagliata che produce effetti criminali, molti non lo dicono, ma non possono impedirsi di pensarlo.

Tutti finiscono per identificare il sionismo con il popolo ebraico e quindi per ripercorrere la strada che conduce verso l’antisemitismo. Considerando criminale e arrogante il comportamento dello stato di Israele, identificandosi spontaneamente con il popolo palestinese vittimizzato, finiscono inconsapevolmente per riattivare l’antico riflesso anti-ebraico.

Proprio la rimozione e il conformismo che si coltivano nel giorno della memoria stanno producendo nel subconscio collettivo un profondo antisemitismo che non si confessa e non si esprime. Perciò credo che occorra liberarsi della rimozione e denunciare il pericolo che il sionismo aggressivo rappresenta soprattutto per il popolo ebraico. Trasformare la questione ebraica in un tabù del quale è impossibile parlare senza incorrere nella stigmatizzazione benpensante è già la condizione migliore per il fiorire dell’antisemitismo.

Si avvicina il 27 gennaio, che sarà anche quest’anno il giorno della memoria. Come parlarne? Non è facile parlare dell’immane violenza che colpì il popolo ebraico negli anni Trenta e Quaranta senza riferirci all’immane violenza che colpisce oggi il popolo palestinese. Se tacessi questo riferimento apparirei un ipocrita, perché tutti sanno quel che sta accadendo, anche se il mondo tace.

E come tacere le analogie tra l’assedio di Gaza e l’assedio del Ghetto di Varsavia? La logica che ha portato alla ghettizzazione di Gaza (che un cardinale cattolico ha definito “campo di concentramento”) non è forse simile a quella che guidò la ghettizzazione degli ebrei di Varsavia? Non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto che divenne in poco tempo un formicaio? Non venne forse costruito intorno a loro un muro di cinta di tre metri di altezza esattamente come quello (di 8 metri) che Israele ha costruito per rinchiudere i palestinesi? Non venne agli ebrei polacchi impedito di uscire dai valichi che erano controllati da posti di blocco militari? Per motivare la loro aggressione che uccide centinaia di bambini e di donne, i dirigenti politici israeliani denunciano i missili Qassam che in questi anni hanno causato poco più di una decina di morti (tanti quanti l’aviazione israeliana uccide in mezz’ora). É vero: è terribile, è inaccettabile che il terrorismo colpisca la popolazione civile di Israele. Ma questo giustifica forse lo sterminio di un popolo? Giustifica il terrore indiscriminato, la distruzione di una città? Anche gli ebrei di Varsavia usarono pistole, bombe a mano, bottiglie molotov e perfino un mitra per opporsi agli invasori. Armi del tutto inadeguate, come lo sono i razzi Qassam. Eppure nessuno può condannare la difesa disperata degli ebrei di Varsavia.

Cosa posso dire, dunque, nel giorno della memoria? Dirò che occorre ricordare tutte le vittime del razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. O questo può valermi l’accusa di antisemitismo?

Se qualcuno vuole accusarmi a questo punto non mi fa più paura. Sono stanco di chi vorrebbe impedirmi di parlare e quasi perfino di pensare ciò che appare ogni giorno più evidente: che il sionismo aggressivo, oltre ad aver portato la guerra e la morte e la devastazione al popolo palestinese, ha stravolto la stessa memoria ebraica fino al punto che nelle caserme israeliane sono state trovate delle svastiche, e fino al punto che cittadini israeliani bellicisti hanno recentemente insultato cittadini israeliani pacifisti con le parole “con voi Hitler avrebbe dovuto finire il suo lavoro”. Proprio dal punto di vista del popolo ebraico il sionismo aggressivo può divenire un pericolo mortale. L’orrenda carneficina che Israele sta mettendo in scena nella striscia di Gaza, come i bombardamenti della popolazione di Beirut anni fa, sono segno di demenza suicida. Israele ha vinto tutte le guerre dei passati sessant’anni e può vincere anche questa guerra contro una popolazione disarmata. Ma la lezione che ne ricavano centinaia di milioni di giovani islamici che assistono allo sterminio dei loro fratelli palestinesi è destinata a far sorgere un nuovo nazismo.

Israele può sconfiggere militarmente chiunque. Può vincere un’altra guerra come ha vinto quelle del 1948 del 1967 e del 1973. Può vincere due guerre tre guerre dieci guerre. Ma ogni sua vittoria estende il fronte dei disperati, il fronte dei terrorizzati che divengono terroristi perché non hanno alcuna alternativa. Ogni sua vittoria approfondisce il solco che separa il popolo ebraico da un miliardo e duecento milioni di islamici. E siccome nessuna potenza militare può mantenere in eterno la supremazia della forza, i dirigenti sionisti aggressivi dovrebbero sapere che un giorno o l’altro l’odio accumulato può dotarsi di una forza militare superiore, e può scatenarla senza pietà, come senza pietà oggi si scatena l’odio israeliano contro la popolazione indifesa di Gaza e della Cisgiordania.

Auspico, come tanti ebrei, un modo diverso di dare corpo alla “Memoria” per far sì che superi il rischio – così concreto in Israele – di essere solo espressione di considerazioni sulle crudeltà, sui crimini, sugli odi del passato, ma divenga faro di speranza per tutti i popoli che subiscono oppressione, violenza, odio, crudeltà, offesa dei diritti fondamentali della persona, discriminazione a causa “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Costituzione italiana).

Questo penso sarebbe il modo per dare frutti concreti al “Giorno della Memoria” e non produrre solo il pensiero: “Il mondo è tutto contro di noi”, seguito dal proposito guerresco: “Nessuno potrà più farci del male, perché noi saremo i più forti di tutti!”. Solo l’universalismo ebraico della diaspora potrà togliere il brodo di cultura dell’antisemitismo.

Annunci

One thought on “Che cosa vorrei dire nel giorno della memoria?

  1. Pingback: NEL GIORNO DELLA MEMORIA. UNA VOCE | c3dem

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...