La scomparsa di un maestro che in fondo al cuore pensava di essere solo un giardiniere

Andrea Zoanni

abbQuando, nel 1975, assistetti per la prima volta ad un concerto di Claudio Abbado, avevo solo 15 anni. Non per il luogo, la Cattedrale di Como, né per il programma, il Requiem di Verdi (peraltro entrambi stupendi e complementari) mi resi conto non fosse un direttore qualunque. Ebbi l’impressione che i suoi gesti abbracciassero orchestra e pubblico insieme. Di solito non è così. A volte, dei direttori, se ne potrebbe fare a meno. Disturbano la musica. Invece con lui non capitava. Le braccia ampie, armoniose e autonome una dall’altra nello scandire l’esecuzione, lo sguardo diretto, reciproco e complice con gli orchestrali davano realmente il senso compiuto a ciò nel quale credeva di più: “Ascoltarsi l’un l’altro è la chiave. In orchestra come nella vita.” E’ il senso del nostro essere uomini. Già da questo si comprende l’essere di fronte ad un artista totale e globale, i messaggi da ogni parte del mondo giunti in questi giorni lo testimoniano.

L’ho seguito per molti anni perché, come si sa, aprì il Teatro alla Scala al popolo e andò dal popolo, tra i lavoratori e gli studenti comuni. Quando Milano era una capitale culturale europea. Introdusse l’opera del novecento e fondò la sua prima orchestra filarmonica. Scrive il Giornale: “Anche in seguito fu palese il suo dissenso verso la nuova stagione del centrodestra, ma il suo talento gli valse l’ammirazione, l’applauso, l’appoggio anche di chi alla sinistra fosse molto estraneo. Fu sempre fedele ai miti della sinistra anche quando la storia ne decretò la sconfitta. Non fanatico ma convinto, non militante con furore ma credente con algida coerenza. Ad altri è affidato il compito di rievocare la prodigiosità musicale del milanese sottile che conquistò il podio del mondo. Mi limito ad accennarne con rispetto ma senza ipocrisie un profilo ideologico. E non sta a me sostenere o negare la necessità, o anche solo l’utilità, dei senatori a vita. Ma se devono esserci, un posto tra loro ad Abbado spettava sicuramente.”

Poi Vienna, l’amata città della sua gioventù, legata a Mahler (meine zeit wird kommen) a Schonberg e alla gloriosa epoca imperiale a cavallo tra i due secoli, epopea di incredibili artisti nella musica, nelle scienze, nella pittura, nella filosofia: la scuola di Vienna. Lì fonda Wien Modern inclinando l’aplomb conservatore della città. Poi Berlino, nei giorni della caduta del muro, da lui definita “la città più aperta del mondo” e imposta ogni stagione come un grande e multidisciplinare forum delle arti, dedicato ogni volta a un tema chiave della cultura contemporanea. Fu scelto dagli orchestrali più celebri al mondo dopo la morte di Herbert von Karajan. Rivoluzionò quelle capitali culturali europee che oggi si stringono idealmente intorno a lui, come fece prima con Milano. Infine, liberamente a Lucerna, per rinverdirne i fasti del passato realizzando il sogno tanto atteso: fare musica insieme, abbattere muri, costruire ponti. Famosi professori d’orchestra suonarono solo per lui, il resto dell’anno lo trascorrono in conservatorio ad insegnare. Ed io, dopo lungo tempo, tornai a vederlo, quasi sempre presente nel mese di agosto. Perché poi, chissà come mai, è più facile acquistare un biglietto in Europa che in Italia. Contraddizioni di un Paese ricco di persone di valore, ma ammalato di furbizia dalla quale non vuole guarire.

Però a Roma riuscii ad esserci, qualche anno fa, al Parco della musica. Una toccata e fuga in incognito, come un giovane innamorato salta il muro per vedere la dolce amata. Lui e Martha Argerich, con Debussy e Ravel, l’impressionismo francese in musica, i Notturni, La mer e il pianoforte, che spasso. Dal cadere di una goccia, dal fruscio delle foglie traevano l’ispirazione per una sconvolgente bellezza. Come anche è successo in altre esecuzioni, quali la struggente nona di Mahler, dove al termine incrociai il volto attonito e sbalordito di Roberto Benigni. A dire il vero anche mia figlia mi vide così. E’ quella nona dal finale pianissimo e dagli spazi dilatati che raffigurano il cuore morente del compositore, dove emerge la maestria dell’arte del silenzio. Quel silenzio dove la musica prende vita. Oppure l’ultima, lo scorso agosto, un Gurrelieder che a mia figlia strappò un: “da paura”, anche perché eravamo proprio sopra l’orchestra e la potenza esplosiva del suono ci colse in pieno. L’ebbrezza della diretta non si dimentica. A Lucerna sono ripreso anche tra il pubblico, in un dvd che non vi dico. Fu quando strinsi la mano al maestro e colloquiai qualche secondo con lui. Secondi interminabili. E di questo ringrazio Attilia Giuliani.

Fu un perenne costruttore. Molte orchestre fondate, soprattutto formate da giovani provenienti da tutta Europa. Amava i giovani e ne coinvolse moltissimi. Li incitava a non avere né paure né limiti, amplificatori della natura fallibile dell’uomo. Europeista convinto. Est e Ovest insieme, ante muro: ci riuscì, miracolo della musica. Il Venezuela e il “sistema Abreu”, importato in Italia, che con la musica strappa i giovani dalla delinquenza. Sul podio saliva solo per dirigere, per ringraziare il pubblico stava insieme all’orchestra. Tutto a memoria, mai vista una partitura aperta davanti a lui. Amava le montagne del Sud Tirolo e dell’Engadina e forse lì dimoreranno le sue ceneri. Non era credente, ma se la vera fede è cercare senza mai fermarsi, lo possiamo considerare tale. Eppoi che importa? E’ superiore l’uomo che crede rispetto chi non crede? Anche le sue interpretazioni furono sempre diverse. Non ne esiste una definitiva. Ma tutte fecero scalpore. C’è chi sostiene che ha cambiato la musica. In effetti, ovunque sia stato, ha lasciato il segno dell’innovazione, che poi è l’inevitabile espansiva espressione di ogni organismo sano.

Vi ho detto che l’ultimo incontro fu lo scorso agosto a Lucerna. Poi l’attività sospesa in autunno e la chiusura dell’orchestra Mozart pochi giorni fa: viva l’Italia!! Si intuì che il male lo stava uccidendo. Quel male che già nel 2000 lo aveva ridotto quasi in fin di vita, ma dal quale trasse la forza per rinascere ancora più saggio di prima. Così commenta il Corsera: “Claudio non c’è più. Forse ha raggiunto quel silenzio tanto a lungo inseguito. Quello iato misterioso che intercorre tra un suono e un altro e senza cui la musica non esisterebbe. Uno spazio segreto che lui riusciva a dilatare sempre più. La marcia funebre della terza di Beethoven diretta lo scorso anno a Lucerna, così lenta, quasi presaga, ne è stato un esempio da brivido. Uno straziante, simbolico, congedo.” Non ebbi una impressione, come 38 anni prima, ebbi un presagio: sarebbe stata l’ultima volta. E così fu. Ma come tutti i veri maestri, resterà sempre nell’animo. E tutte le volte che lo ascolterò e lo guarderò sarà sempre diverso. Non si ascolta solo con le orecchie.

Questo mi sento di dire, ritornando in treno dal complesso basilicale di Santo Stefano in Bologna, dova la folla rende l’ultimo saluto a questo grande, “grande italiano del mondo”. Potrei scrivere e raccontare molto di più senza stancarmi. Sono i ricordi che si materializzano. Ma preferisco trattenermi perché forse ho annoiato. Come dice Siddharta “Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza di un uomo suoni sempre un po’ sciocco alle orecchie degli altri”.

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