Scandali adulti e delusioni infantili

Domenicale Agostino Pietrasanta

elePotrebbe anche essere una buona occasione per apprendere i valori della rinuncia. Un gruppo di alunni di non precisata scuola elementare alessandrina prepara un lavoro da inviare ad altra scuola della provincia che ha indetto concorso di Natale, con relativo premio. Alle scadenze, si viene a conoscenza del misero destino degli elaborati predisposti: per mancanza di fondi, sono rimasti nel dimenticatoio e non sono pervenuti a dovuta destinazione. Non capisco, né mi sforzo di capire, il significato della motivazione “mancanza di fondi”, ma per quanto mi lambicchi il cervello non trovo spiegazione alternativa alla spesa di spedizione, non potendo presumere e neppure immaginare che si voglia alludere a pretese di compensi da parte degli insegnanti che hanno promosso l’iniziativa, né di qualunque altro addetto all’iniziativa. E dunque, ed in definitiva istanza, di poche decine di euro, se non di centesimi o spiccioli analoghi.

In ogni caso, e lo ribadisco, la vicenda potrebbe essere pure di qualche utilità: anche i bambini concorrerebbero a mettere pezza alla voragine della spesa, ma soprattutto  sarebbero avviati a comportamento di rinuncia e sobrietà, secondo virtuoso progetto.

Ovviamente ci serve il condizionale. Un condizionale tutto d’obbligo perché tra le tante notizie che rilevano la natura di un sistema istituzionale, corrotto come tale, gli stessi bambini, quasi a lato delle notizie sui loro piccoli sacrifici, possono leggere dei traffici cui si sono lanciati i vertici apicali dell’ Amministrazione regionale del Piemonte. E poiché, anche gli alunni di prima elementare, grazie agli insegnanti “ben pagati” (chiedete informazioni ai Sindacati scuola) a Natale sono già in grado di compitare lo scritto dell’abbecedario, potrebbero anche apprendere che consiglieri ed assessori della regione, adeguatamente capitanati da un presidente che le autorità giudiziarie ritengono illegittimamente in carica, nonostante gli emolumenti di parecchie migliaia di euro, non ce la fanno a campare. Di conseguenza orientano a conto spese le loro primarie necessità personali; pensate un po’: un bicchiere d’acqua, un caffè, un pieno di benzina e le mutande da indossare. La cosa mi ricorda un gustoso proverbio che serve ad alludere a chi rimane in “braghe di tela” o meglio, “senza mutande”.

Il problema però rimane. Intanto perché degli infanti fanno qualche difficoltà a capire per che motivo, con stipendi che si aggirano sugli ottomila euro al mese, i signori consiglieri non possono pagarsi la benzina indispensabile alle loro personali e private esigenze, né tampoco a giustificare una spesa, a carico della comunità, per le ricariche dei cellulari di famiglia; ma  soprattutto perché finiscono sempre per ingarbugliarsi nelle cifre da capogiro, che non saprebbero neppure compitare, ma che sono la norma di alcuni privilegiati. In particolare si troverebbero in seria difficoltà se si dovessero avventurare ad un confronto tra il salario dei genitori e le prebende degli assessori regionali.

Ed il tutto sarebbe ancora nulla, se non si aggiungessero alcune illegittime appropriazioni sulle quali i  magistrati pretendono di indagare.

Ed allora? Allora niente: bene la sobrietà, meglio ancora la virtuosa rinuncia, ottima l’abitudine sacrosanta al risparmio, ma almeno si dispieghi un minimo di sano buon esempio. In caso contrario la delusioni (virtuose) dei bambini, finiranno di chiedere conto agli scandali (viziosi) provocati da sedicenti adulti.

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