Pasticcio all’italiana

Marco Ciani

lereIeri sera rientravo a casa dal lavoro. Ho preso il treno delle 16 a Roma e camminando lungo i vagoni alla ricerca del mio posto mi sono casualmente venuto a trovare alle spalle di Matteo Renzi che procedeva nella stessa direzione.

Non c’è stato alcun contatto tra noi, anche perché io mi sono fermato in seconda classe, mentre il leader del Pd oltrepassava la carrozza ristorante marciando a passo spedito verso la prima.

Ho potuto notare al suo passaggio diverse reazioni. Ovviamente quasi tutti lo guardavano stupiti, come si ammira una star del momento. Nel breve tragitto ho potuto registrare un insulto (“finocchio”, una strana ingiuria, presumibilmente lanciata da uno orientato a destra, visto l’epiteto), gente che salutava, chi dando del “lei”, chi del “tu”, chi lo incoraggiava “mi raccomando, non ci deludere”, e così via.

Ho anche assistito ad una conversazione tra i miei vicini di poltrona. Un uomo di qualche anno più vecchio di me si lamentava perché lo aveva sostenuto alle primarie, ma era arrabbiato per il fatto che potesse siglare un’intesa con Berlusconi a proposito di legge elettorale. E, in effetti, un posto più avanti, un signore sulla sessantina stava leggendo “il Giornale” dove in prima pagina capeggiava un titolo che dava già per sottoscritto l’accordo tra il sindaco e il cavaliere.

Fin qui si tratta di cronaca politica, condita da una nota di colore.

La cosa invece che non va, al di là del favore mediatico che il rampante neo/segretario è riuscito a costruirsi, è che la sua permanenza a capo del maggiore partito italiano sembra sempre più divergere dalle sorti del governo, fino a poterne decretare, magari anche a breve, la prematura fine.

Per capire come mai si è arrivati a tale scenario bisogna però fare qualche passo indietro.

Poco meno di un anno fa abbiamo votato per il rinnovo del parlamento, ma l’esito delle elezioni, legato anche (ma non solo) alla legge elettorale, ha decretato l’esistenza di tre grandi minoranze nel Paese (sinistra, destra e Grillo), non molto distanti in termini di voti, più un raggruppamento di minori dimensioni costituito dal polo centrista di Monti.

Salto a piè pari tutta la penosa vicenda dell’incarico a Bersani (pare che stia meglio e gli auguriamo di cuore una pronta guarigione) e della elezione, in condizioni disperate, del Presidente della Repubblica: il quasi novantenne Napolitano.

Fatto sta che da quell’esito si sono prodotte nel Paese diverse anomalie, in un ciclo perverso che si autoalimenta. Proprio quando, al contrario, l’Italia, in ragione delle sue gravi (e a mio parere non ancora sufficientemente comprese) condizioni economiche, avrebbe bisogno di un ritorno alla normalità, impersonato da un governo forte, guidato da un leader solidamente in sella tanto dell’esecutivo quanto del maggiore partito. Il tutto per poter finalmente intraprendere le agognate riforme che nemmeno il governo emergenziale del professor Monti era riuscito a realizzare, tranne qualche eccezione.

Invece sappiamo come è finita. Riassumo brevemente per inquadrare.

Primo. Con un capo dello stato che dovrebbe avere un ruolo di garanzia e che invece deve continuare a svolgere un ruolo di “parte”, seppur fondato su serissime e indefettibili motivazioni. Ciò nonostante non si può completamente sottacere il fatto che tale supplenza all’incapacità dei partiti di farsi carico del governo del Paese espone il Presidente Napolitano, suo malgrado, a forzature che non possono essere perpetrate per un periodo così lungo senza determinare un vulnus costituzionale. Tema rilevato in modo violento da Grillo, e in parte da Berlusconi, ma non solo.

Non è infatti compito del presidente costruire maggioranze parlamentari. Esistono dei limiti oltre i quali anche la pur legittima e in taluni casi necessaria moral suasion si trasforma in una assai più dubbia ingerenza diretta in prerogative che sono del parlamento e dei partiti.

Aggiungo che non è fondata, a mio modesto avviso, la giustificazione basata sull’argomento dell’evoluzione istituzionale che vedrebbe una Costituzione materiale e dinamica contrapposta alla Costituzione formale. Se è vero che vi è nella comune esperienza anche la possibilità di una evoluzione temporale nell’interpretazione delle norme costituzionali, evoluzione che talvolta può perfino anticipare il recepimento di modifiche nel testo scritto, vi sono forzature che soprattutto quando protratte nel tempo, ne snaturano il senso fondamentale.

Nel caso nostro il rischio di mutamento della natura repubblicana da parlamentare a presidenziale o semi/presidenziale (non per nulla il nostro Presidente viene chiamato anche “re Giorgio”) è reale. E, si badi, non per colpa sua. E in assenza di contrappesi adeguati, oltre che di norme all’uopo definite.

Secondo. Un governo di larghe intese, come quello che, nell’emergenza, era stato costituito dopo il voto può assumere fondamentalmente tre connotazioni: governo tecnico, governo istituzionale, governo politico di grande coalizione.

Sembrano distinzioni capziose, ma non lo sono. Governi tecnici sono stati quelli di Monti, Dini e Ciampi. Governi istituzionali ce ne furono in passato, di solito presieduti dal Presidente del Senato, come il Governo Fanfani di metà anni ottanta o l’incarico a Marini nel 2008. In parte anche il governo Dini lo fu.

Bruciato però Monti con il suo rocambolesco tentativo di “salire” nell’agone politico, purtroppo per lui con risultati disastrosi, e considerando che l’unico nome di grande prestigio tecnico e/o istituzionale rimasto in Italia è quello di Mario Draghi il quale non si può muovere dalla BCE fino al 2017, non rimaneva che il governo delle larghe intese PD/PDL più centristi, ossia le stesse forze che avevano concorso alla rielezione di Napolitano.

E tuttavia, poiché l’Italia deve sempre mostrarsi originale, nel governo di grande coalizione, invece di metterci i leader dei maggiori partiti, come accaduto anche recentemente in Germania nella riedizione della Große Koalition che non ha caso ha nel leader della Dc tedesca, Frau Merkel, il capo del governo, qui da noi , i leader veri sono rimasti fuori.

A mettere tre biscottini sulla torta hanno poi contribuito, le dimissioni da presidente di Scelta Civica di Monti, la decadenza da Senatore di Berlusconi, la vittoria alle primarie di Renzi. Con la ciliegina finale della bocciatura del porcellum da parte della Corte Costituzionale. Ovviamente con comodo, un comodo di 8 anni durante i quali sono stati eletti parlamentari, presidenti della repubblica e componenti stessi della suprema magistratura.

Salvo che la stessa Corte Costituzionale ha poi confermato la legittimità delle cariche attualmente in essere. Avesse detto il contrario saremmo al caos, con la stessa Corte in difetto dei requisiti. Ma anche qua, pur essendo acclarato a questo punto che gli organismi dello stato non sono vacanti, è lecito essere portati a pensare che la cosa migliore da fare, per sanare otto anni di votazioni con una legge incostituzionale, sarebbe quella di deliberare una nuova disciplina elettorale e tornare alle urne. In modo da mettersi completamente in ordine.

Terzo. L’ultimo argomento mi spinge direttamente a parlare dell’attualità. Non so cosa si diranno oggi alle 16 Renzi, Berlusconi e Gianni Letta (non Enrico, lo zio, fedele consigliere del Cavaliere) nella sede del Pd a proposito di meccanismi di voto. Ma si tratta di due soggetti, se escludiamo Letta, che l’attuale governo: o, come nel caso di Renzi, non l’hanno chiesto; oppure, ed è il caso di Berlusconi, se anche lo avevano accettato e votato all’insediamento, stanno ora all’opposizione. Mi permetto solamente di accennare, perché non c’è bisogno di ripeterlo, che la vera motivazione dello sfilamento di Forza Italia è la decadenza del Cavaliere e la sua espulsione dal Senato e non l’attività del governo di Letta minor.

Insomma, questo governo è un po’ diventato un figlio di nessuno, per il quale i leader di PD e PDL possono essere considerati patrigni o matrigne. Il PDL da fuori, visto che ormai è all’opposizione; il PD, il che forse è anche peggio, dall’interno, anche per le continue bordate renziane apparentante di stimolo, ma che invece mirano a far implodere l’esecutivo, addossando al responsabilità al Nuovo Centro Destra di Alfano. Credo che l’insistenza su temi indigeribili per l’alleato, come l’apertura alle coppie di fatto, l’abrogazione della legge Bossi/Fini e il tentativo di chiudere il progetto di riforma elettorale con Berlusconi e non con gli alleati del PD al governo vada in quella direzione.

In soldoni sembrerebbe che Renzi ragioni così: comincio a tirare la corda, cerco di accordarmi in fretta sulla legge elettorale, che dovrà essere necessariamente bipolare se voglio anche solo sperare di arrivare a Palazzo Chigi da posizioni di forza, e una volta fatta la legge spezzo la corda e subito al voto, ma facendo ricadere la responsabilità della rottura sugli alleati: NCD, Scelta Civica e Udc. Ovviamente per vincere sfruttando la popolarità acquisita con le primarie. Anche perché da luglio a dicembre all’Italia spetta presiedere il Consiglio dell’Unione Europea e pensare a una crisi nel semestre è da folli.

Insomma, Renzi percepisce il rischio di logoramento della propria posizione personale e di leader del partito di maggioranza. Se fossimo un Paese normale, la cosa più logica sarebbe che Letta si dimettesse e che gli subentrasse Renzi con un governo basato sulle stesse forze che oggi reggono l’esecutivo, previo rimpasto dei ministri. Ma noi non siamo un paese normale. Motivo per cui Renzi non vuole in nessun modo legare la propria immagine a quella del governo. Non vuole dunque rimpasti. Né inserirsi direttamente o tramite interposte persone di sua fiducia nelle vicende di un governo che per sua stessa ammissione egli considera fallimentare.

E dunque si faccia la crisi il più presto possibile, ma dopo la riforma elettorale e prima o immediatamente dopo la presidenza di turno europea. Anche perché, se sostenesse lealmente Letta fino a fine legislatura o giù di lì, i casi sarebbero due: o Letta avrebbe governato bene e allora perché non ripresentarlo? O Letta avrebbe governato male, ma a quel punto Renzi sarebbe inevitabilmente associato al fallimento dell’esecutivo e lo pagherebbe, assieme al PD (maggiore partito della maggioranza), in termini di voti. Tertium non datur

C’è un’altra complicazione. La maggior parte del PD, malgrado il risultato delle primarie che per Renzi sono state apparentemente trionfali, è costituito da persone e personaggi legati alle vecchie dirigenze. E questi mal sopportano il parvenu toscano. Motivo per cui anche nell’ultima direzione nazionale del PD di giovedì scorso, si percepiva freddezza, se non gelo nei confronti del neo/segretario. Che da molti ex comunisti ed ex catto/comunisti, oltre tutto, è considerato per le sue idee in campo economico, uno di destra.

Insomma, per Renzi e il PD il viatico si presenta assai complicato e irto di spine. E, diciamo la verità, la posizione del sindaco fiorentino è scomoda. Ricorda molto da vicino la missione impossibile di Veltroni nel 2007/2008. Questo Renzi lo sa e fa (o tenta di fare) di tutto per togliersi dall’angolo. Ma non sarà semplice.

Questo è il pasticcio all’italiana con il quale dobbiamo, ahinoi, convivere. Pesano sul nostro futuro incognite assai importanti.

In primo luogo metterei il fatto che non è affatto scritto che alla fine si trovi una quadra sulla nuova legge elettorale. Dunque non è escluso del tutto che si torni a votare con un sistema a quel punto proporzionale e dunque tale da rendere obbligatoria una alleanza PD/PDL. Questa non solo sarebbe di difficile gestazione e gestione, ma porterebbe inevitabilmente acqua al mulino di Grillo e della protesta.

Ma ammettiamo che l’intesa invece si trovi. L’altro tema delicato che, in caso di elezioni anticipate diverrebbe anche immediato, sarebbe la sostituzione di Napolitano. Che ha più volte annunciato e ripetuto anche nel discorso di fine anno, di non voler rimanere a lungo. Chi candidare per il dopo in una situazione così complessa e con un PD nel quale i franchi tiratori (1 su 4 all’epoca della mancata elezione di Prodi) sono liberi di fare scorribande a piacimento? Non è riuscito Bersani a controllarli, perché dovrebbe riuscirci Renzi? E soprattutto, chi potrebbe degnamente sostituire Napolitano un domani?? Questa risposta, per me, è ancor più complicata.

Infine, ma è il tema più iportante, la Banca d’Italia nel suo bollettino economico pubblicato pochi giorni fa, ha pronosticato per l’Italia una crescita assai modesta del PIL (0,7% nel 2014 e 1% nel 2015) e comunque in presenza, anche nei prossimi anni, di un aumento della disoccupazione. Per fronteggiare tale difficile scenario, e ritorniamo quasi al punto di partenza, servono decisioni politiche importanti e un governo forte, guidato da un leader saldamente insediato. Al contrario, instabilità politica e esecutivi deboli potrebbero farci riprecipitare nell’incubo.

Saremo in grado di metterci sulla retta via? Considerate le premesse, parrebbe, onestamente, impossibile. A meno di un miracolo. Sì, un miracolo italiano.

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4 thoughts on “Pasticcio all’italiana

  1. Ma se dare del finocchio e’ di destra, di grazia sapresti dirmi dove si colloca politicamente Valdimir il Grande, cioè Putin? Alessandro Mirabelli

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