Papa Francesco: il perdono e la diplomazia

Agostino Pietrasanta

papBenché non mi stupiscano, certi comportamenti mi infastidiscono: e per parecchie ragioni. Il papa ha ricevuto il corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede ed i grandi quotidiani che seguono persino con una qualche insistenza, le iniziative di Francesco, in questo caso, al contrario non ne fanno parola; solo il grande quotidiano delle élite lombarda ed italiana ne riporta notizia in una stringata “finestra”, al fondo di una pagina interna, con registro e stile dimesso ed appartato. L’esatto contrario di ciò che hanno fatto un giorno prima, quando con scelta pressoché unanime hanno presentato come svolta rivoluzionaria il Battesimo impartito da papa Francesco al figlio neonato di una coppia sposata col solo rito civile. Se si fossero informati avrebbero rilevato, sempre ammessa la buona fede, che nelle nostre parrocchie, anche cittadine, da tempo immemorabile ciò avviene puntualmente, anche per i figli di coppie conviventi.

Si tratta di scelte mediatiche che rischiano di confondere l’opinione pubblica e di distogliere l’attenzione dalle operazioni sul serio innovative di papa Francesco.

Dirò subito, e fuori da ogni prudenza “diplomatica”  o inutile reticenza, dello spazio che, in questo modo, si lascia alle posizioni reazionarie ed allo spirito di “termidoro” che sempre incombe su tutte le operazioni innovative. Immagino, tanto per citare, la gioia di coloro che, ad ogni mossa di Francesco e relativo rilancio entusiasta dei media cosiddetti laici, denunciano la strumentalità delle varie interpretazioni; immagino la soddisfazione di coloro che trattano la fede come supporto alle loro opinioni sui poteri diabolici ed il peccato e la fragilità degli uomini come prova inconfutabile della presenza dei fumi infernali e del demonio vincitore. Immagino il loro entusiasmo nel rilanciare: “ ve l’avevamo detto, usano il Papa e lo strumentalizzano”. In effetti Francesco non ha mai negato le fragilità umane, va solo dicendo che di esse si è fatto carico il progetto di amore e di salvezza di Cristo e del Vangelo e che la Chiesa non è mandata per giudicare, ma per farsi luogo di perdono.

Ora però, i difensori della presenza di Satana, sempre vincitore nel mondo, dimostrando fra l’altro una fede a prova di bomba, urleranno, apparentemente scandalizzati, ma sostanzialmente gioiosi, al silenzio dei media, magari affermando che la “censura” trova la sua giustificazione/spiegazione nel fatto che il papa ha parlato in termini inequivocabili della piaga dell’aborto, ribadendo uno dei “principi non negoziabili” di ruiniana memoria (l’eminenza Bagnasco non fa che ripetere).

Sarebbe facile confermare che un conto è ribadire i principi, altro è usare della politica e delle istituzioni come braccio secolare per la loro realizzazione; ma poiché tutto questo sarebbe motivo di contestazione da parte degli zelanti che sognano ancora una cristianità di regime, senza distinguerla dall’ispirazione del Cristianesimo nella costruzione della città dell’uomo; poiché dicevo si corre il rischio di questa contestazione senza rimedio e senza sbocco, vorrei notare che il discorso al corpo diplomatico ha sottolineato, magari con toni meno incisivi del solito (questo almeno è apparso a me; ma chi scrive questi discorsi?), le infinite fragilità del contesto mondiale, così che i “principi non negoziabili” non si fermano ai cosiddetti “valori e temi eticamente sensibili”, ma includono le piaghe dell’umanità sofferente a cominciare dal dramma della immigrazione, della disoccupazione e di una dissoluzione sociale in cui la crisi dei nuclei familiari, più che opera del Demonio è il risultato della mancanza di sicurezze, della precarietà del lavoro, della stessa condanna dei benpensanti solidali nell’operare l’esclusione sociale delle cosiddette irregolarità.

Insomma quando si “censurano” interventi di Francesco che non sembrano in linea con i criteri con cui si giudicano le sue scelte innovative, si gioca a vantaggio della reazione, di ciò che mi piace indicare come “spirito di termidoro” sempre incombente. Attenzione: la reazione non molla e riesce spesso a riprendere il sopravvento.

Ci sono però altre osservazioni, altri segnali, altre fratture nella continuità ecclesiastica che non sarebbero dovuti sfuggire agli entusiasmi dei media più autorevoli; con maggiore attenzione, certi scivoloni sarebbero stati evitati. Se fossi un cultore delle forme, che tuttavia non disprezzo, farei particolare sottolineatura al fatto che il papa si è presentato al “plenum” diplomatico senza le insegne che continuano a tenere della dignità “temporale” del pontefice, e continuano a sottolineare che la Chiesa si richiama anche, almeno nella struttura apicale ecclesiastica, nella forma di uno Stato sovrano. Francesco, e lo aveva già fatto, ai rappresentanti della diplomazia, bardati di tutte le loro insegne si è presentato senza l’analogo del “rocchetto e della mozzetta”; si è presentato, e sicuramente continuerà a farlo, senza le insegne del suo rango “temporale”. Ed ora mi piacerebbe constatare, ma l’anagrafe mi impedisce di sperare, quale dei suoi successori oserà tornare indietro.

Piccoli segnali? Sicuramente, ma non serve neanche richiamare la ben nota espressione secondo cui la forma, molto spesso, costituisce contenuto.

Passiamo oltre perché c’è da richiamare ben diversa sostanza. Non sarebbe dovuto sfuggire lo strappo fatto al significato tradizionale della diplomazia: rappresentanza delle istituzioni e del potere che le supporta, talora democratico, talora autoritario. Francesco, sia pure ricorrendo ad una citazione ha lanciato alla diplomazia un messaggio dirompente ed ha dichiarato che Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta.

Provate a pensarci: i rappresentanti del potere che si sentono richiamare al perdono di Dio. C’è poco da smorzare, c’è poco da moderare; in fondo il potere non sa cosa sia il perdono e, di norma, forse oggi in forme diverse, ma sempre operanti, preferisce il diritto fondato sulla forza piuttosto che affidarsi alla forza intrinseca al diritto ed alla legalità. Forse non sarebbe inutile richiamarsi al finale dell’ “Adelchi” manzoniano per ricordare che il mondo è dominato, come il quadro complessivo del discorso del papa sembra delineare, da una ferocia intollerante che viene gabbata per diritto legittimato.  E tuttavia, se anche così non fosse, se non si dovesse dare credito ad un’opinione così pessimistica, ma che definirei realistica, ancora non basterebbe. Come non basta il pur essenziale riferimento ad un’organizzazione secondo giustizia; per il Cristiano c’è pure un’ispirazione di carità che serve a fondare la costruzione della città dell’uomo. E su quel fondamento si gioca il giudizio: avevo fame e mi avete saziato, ero straniero e mi avete accolto, ero carcerato e mi avete visitato.

Lo spirito è questo ed a questo fondamento Francesco si richiama. Certo lo hanno fatto anche i suoi predecessori, ma ora si impegna la diplomazia in questo ruolo, quando e soprattutto sia la diplomazia operata e riconosciuta dalla Chiesa. Fuori da questo contesto, fuori di questa fondazione ed identità costitutiva, per la Chiesa la diplomazia sembra perdere il suo significato più  autentico.

Anche queste sono innovazioni del papa che andrebbero rilevate; se vengono “censurate”, sia pure senza intenzioni particolarmente malevole, si fa danno perché si oscura un percorso complessivo e perché si da spazio ai fautori di una restaurazione, giova ripetere, sempre in agguato.

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