L’agenda delle riforme alla prova dei fatti

Daniele Borioli (*)

istituzioniQualche giorno fa, su questo foglio, Renato Balduzzi ha svolto con indubbia competenza alcune stimolanti riflessioni, a muovere dalle proposte del PD per la riforma elettorale.

Cercherò anch’io esporre il mio punto di vista, non senza svolgere alcune considerazioni sul contesto politico in cui le proposte del PD si calano. Contesto che è lo stesso PD, in grandissima parte, a determinare.

Un punto mi pare, infatti, assolutamente indiscutibile. Matteo Renzi si è collocato con forza al centro del dibattito politico, dettando quotidianamente l’agenda. Un’agenda la cui qualità, coerenza e utilità per il Paese sarà misurata dai risultati pratici che ne deriveranno.

Ma intanto l’agenda c’è, e dalla sua gestione anche sul fronte della comunicazione, che rappresenta l’habitat naturale del segretario democratico, alcuni spunti molto netti si possono già ricavare.

Il primo riguarda il rapporto tra partito e governo. Personalmente, mi appassiona assai poco il gioco mediatico quotidiano, ossessionato e ossessionante, volto a misurare il grado di reciproca lealtà, diffidenza, stima o disistima, in vigore tra “Matteo” ed “Enrico”.

Molto più rilevante è sottolineare un fatto che mi pare di evidenza geometrica: Matteo Renzi punta ad arrivare al prossimo appuntamento elettorale in una posizione quanto più possibile distante da quella che, secondo logica, dovrebbe connotare il leader della principale forza di governo.

Che le elezioni precipitino a breve, come vorrebbe Berlusconi, o che si arrivi al 2015, il gioco del segretario democratico è e rimarrà questo: intestarsi gli eventuali risultati positivi raggiunti dal Governo e/o dal Parlamento, tenendosi distante dagli errori e dai passi falsi, fissati sistematicamente come estranei alla propria responsabilità

Il gioco non è privo di rischi. Giacché sempre più naturale, con il passare del tempo, sarà annettere al partito e quindi a chi lo guida, la paternità piena dell’azione di governo e dell’iniziativa parlamentare.

Ed è anche per attenuare questo effetto che Renzi tende ad alimentare nella sua strategia comunicativa un tendenziale disallineamento tra sé e il partito di cui pure è diventato segretario a “furor di popolo”.

Nell’ambito di questa strategia va collocata l’iniziativa del PD sulla riforma elettorale. Un’iniziativa che ha repentinamente ribaltato il percorso seguito da Renzi durante tutta la campagna per le primarie: martellante sull’ipotesi unica del “Sindaco d’Italia”, oggi diventata una delle tre opzioni possibili e, a giudicare dagli ultimi sviluppi, neppure la più sostenuta.

Circa le complicazioni di carattere costituzionale legate a questo modello, non aggiungo nulla a ciò che con ben altra competenza ha già scritto Balduzzi. Mi limito però ad osservare come la repentina “relativizzazione” di questa proposta da parte del mio segretario sia funzionale all’altro asse politico fondamentale su cui egli muove i suoi passi.

Quello del nuovo rapporto con Berlusconi. Che solo una lettura ingenua potrebbe ascrivere alla semplice volontà di dar corso al principio, sacrosanto, secondo cui “le regole si scrivono insieme”.

Corretto, non fosse che dall’insieme rischiano di venir tagliate fuori componenti molto rilevanti del Parlamento, tanto da configurare in realtà l’operazione non come l’esito di un accordo largo, capace di andare oltre i confini della maggioranza, bensì come un più prosaico ribaltamento dei rapporti, a vantaggio di Berlusconi e a danni di chi, nel centrodestra, con Berlusconi ha rotto.

Peraltro, esattamente in termini di principio, è assai discutibile che si possa ritenere attore fondamentale chi è stato estromesso dal Parlamento, e quindi dal consesso cui la Costituzione affida la scrittura delle regole, proprio in ragione della reiterata violazione di leggi e regole, accertata dalla giustizia italiana sino all’ultimo grado di giudizio.

Sarebbe su questo punto auspicabile che il PD sapesse quantomeno tenere netta una distinzione, di forma e di sostanza, tra l’esigenza di tenere aperto il confronto sulle regole anche con Forza Italia e quella di sedersi al tavolo con il leader di quel movimento.

Un passaggio che svuoterebbe di ogni significato l’atto compiuto in Senato sul finire dello scorso anno, con cui fu sancita la decadenza del cavaliere dal seggio parlamentare.

Sul punto, peraltro, sarebbero possibili interessanti e gustose variazioni sul tema. Colui che tentò per primo di stringere accordi sulle regole con Berlusconi fu proprio quel Massimo D’Alema che è stato a lungo il principale bersaglio polemico di Matteo Renzi e ne ha scandito l’irruzione sulla scena politica nazionale in veste di bersaglio privilegiato del “rottamatore”.

Personalmente, la cosa non mi stupisce. Ho già detto in alcune occasioni, suscitando più di una risentita reazione, che considero il nuovo segretario del PD come il più “dalemiano” del nuovo gruppo dirigente democratico. E non c’è in questo giudizio alcuna volontà di connotarne negativamente la figura.

Tuttavia, occorre anche distinguere tra ciò che era il Berlusconi del 1996, un leader forte, ancora libero da sentenze e condanne, e ciò che Berlusconi è oggi: un capo in declino, pluricondannato e prossimo a essere interdetto dai pubblici uffici.

Certo, va riconosciuto a Renzi lo sforzo di non prestarsi al gioco dell’ex- senatore, che vorrebbe portare a casa il modello spagnolo per andare all’election day a maggio, in coincidenza con le europee. E di chiedere un accordo scritto sull’abbinamento tra il nuovo modello elettorale e la riforma del bicameralismo con la soppressione del Senato.

Ma cosa valgano gli accordi scritti per Berlusconi è dimostrato non solo dalla travagliata vicenda della bicamerale di dalemiana memoria, ma dal famigerato “contratto” con gli italiani firmato in diretta televisiva nello studio di Bruno Vespa.

E una qualche valutazione occorrerebbe fare sul perché, dall’impianto dell’accordo sulle regole che oggi si vorrebbe sottoscrivere con il capo di Forza Italia, sia stato distrattamente eluso il tema del conflitto di interessi, su cui molto sangue il centrosinistra ha versato in questo ventennio e la cui mancata risoluzione rappresenta la “madre” di tutte le sue sconfitte.

Fatta questa lunga variazione sul tema, ritorno rapidamente, in conclusione sul punto delle riforme.

Quanto a quella elettorale, sono personalmente contrario, tanto più dopo la sentenza della Consulta, a ogni riforma che non ripristini integralmente la prerogativa degli elettori di scegliere i parlamentari con un voto di preferenza. In questo senso, il modello spagnolo, così come sino ad oggi declinato, non risolve il problema.

Le liste, ancorché più corte, sarebbero comunque nominate dalle segreterie, tradendo non solo l’indicazione della Corte Costituzionale, ma la volontà diffusa della stragrande maggioranza degli elettori. Un analogo problema lo porrebbe il ritorno al “mattarellum”, ovviabile tuttavia con a previsione per legge di elezioni primarie.

Ferme restando le problematicità insite nel modello spagnolo, circa la sua capacità di garantire maggioranze certe, evidenziate da Renato Balduzzi, avrei comunque grande difficoltà a concordare su una legge elettorale che, quantomeno, non introducesse sulle liste corte di piccoli collegi il voto di preferenze.

Al contrario, pur nel rispetto delle necessarie valutazioni di carattere costituzionale, considero preferibile il modello a doppio turno: il solo in grado di proiettare verso un risultato certo e verso un rafforzamento del sistema bipolare.

Anche in questo caso, sarebbe opportuno rivisitare la struttura e la dimensione dei collegi, per evitare che la loro eccessiva grandezza, abbinata al voto di preferenza: da un lato riconduca a un Parlamento di stampo “giolittiano”, composto di rappresentanti selezionati in base al censo necessario per sostenere le spese elettorali; dall’altro ingigantisca i fenomeni di distorsione e corruzione nel finanziamento della politica.

Infine, sulla riforma del bicameralismo. Non c’è dubbio che il superamento del Senato, nelle funzioni e nella composizione sino ad oggi previste dalla Costituzione, sia una riforma tra le più urgenti da fare. Sulle quali dare un  segnale tempestivo e forte ai cittadini, anche per quanto riguarda i riflessi sul contenimento dei costi della politica.

Su come riconfigurare composizione e compiti del nuovo Senato, le suggestioni di Balduzzi costituiscono sicuramente uno spunto utile. Cui altre si potrebbero aggiungere, circa l’opportunità di tenere in vita per alcuni provvedimenti i meccanismi di doppia lettura, ad esempio proprio nel caso di ulteriori riforme costituzionali.

In questo senso, elidere completamente dal nuovo Senato una quota di rappresentanza selezionata attraverso i meccanismi di legittimazione del suffragio universale mi pare francamente rischioso. Comunque, meritevole di qualche approfondimento ulteriore, per quanto compatibile con l’impeto renziano.

Su tutto questo ragionamento, però, si staglia un interrogativo di fondo, che purtroppo la cronaca convulsa di queste ore non consente di sciogliere: ci sono le condizioni politiche, in questo stato di fibrillazione permanente che connota la vita parlamentare, i rapporti tra le forze politiche, la funzione del governo, per fare in tempi rapidi questo lavoro?

Nutrire qualche dubbio è lecito. Così come è auspicabile che il mio nuovo segretario, dopo aver speso, legittimamente, le sue prime settimane di mandato a scrivere l’agenda, voglia ora svolgerla voltando con ordine le pagine, e non finisca per spiegazzarla, rendendola inservibile per il compito riformatore che ci spetta.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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