Un segnale per le Amministrative

Carlo Baviera

amloLa politica è con le orecchie aperte verso i movimenti della società; è attenta alle novità che riguarderanno le nuove imposte sulla casa e sui rifiuti; si misura con le critiche, le delusioni, i timori per le prospettive economiche su come è gestita l’Europa e la sua politica monetaria, sociale, finanziaria.

La prossima primavera sarà concentrata sulle europee, dopo molto tempo ritenute centrali per il futuro del continente; i movimenti populisti e anti-europei minacciano di far saltare il disegno unificante dei Padri Fondatori.

Ma gli elettori di molte parti d’Italia, e della nostra Provincia, saranno  chiamati al rinnovo delle Amministrazioni comunali. Ciò comporta, visto i sommovimenti politici degli ultimi anni, che non si possano affrontare i rinnovi in modo tradizionale, con qualche faccia nuova fra i candidati, o qualche argomento alla moda nei programmi. Tanto meno con inutili reciproche accuse riguardo alle vicende nazionali, alle larghe intese, alle vicende giudiziarie del capo della destra, o all’avvento politico delle nuove generazioni.

Così come, per altro verso, non possono essere condizionate solo da Alta velocità o registro delle Unioni civili.

Un tempo, ma siamo al giurassico della democrazia, i partiti pur in contrasto fra loro e divisi anche dalle rispettive ideologie di riferimento, affrontavano le elezioni amministrative con una visione sui servizi da organizzare, su come realizzare la gestione delle Aziende Municipali, sulle infrastrutture che potevano dare forza allo sviluppo (aree industriali, centri sportivi, aree parcheggio); oppure interessati ai piani regolatori, a quelli commerciali, agli interventi per le abitazioni a carattere popolare, allo sviluppo dei nidi o dell’assistenza sociale.

Inoltre, i diversi schieramenti erano generalmente attenti a tenere conto coerentemente, nei programmi elettorali, di temi e realizzazioni che fossero in linea con la propria appartenenza e validi per tutta la Provincia.

Oggi quali sono le visioni e i legami unificanti? Se va bene il no a qualche infrastruttura ritenuta “inquinante” o dannosa per il paesaggio. In altre stagioni politiche (pur con i limiti e gli orrori che oggi si attribuiscono al primo tempo della Repubblica) chi ambiva ad amministrare proponeva un disegno  urbanistico per le città; proponeva la riorganizzazione organica dei servizi pre e post scuola; proponeva soluzioni per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti; proponeva politiche innovative per il verde, soluzioni per i centri storici, opportunità per la cultura.

In questi anni, un poco appesantiti da scandali, tagli ai trasferimenti agli enti locali, novità nell’organizzazione e  nei compiti per la Provincia, cosa ci verrà proposto? Ci saranno solo aggregazioni fra i protestatari, tra comitati del no, tra gruppi di “antipolitica” o tra qualche lista civica che privilegia il localismo? Del resto l’aver privilegiato la competizione fra territori anziché la collaborazione, non poteva che portare al tutti contro tutti; al devo avere tutto nel mio comune/territorio.

Credo che anche nell’era della fine della seconda repubblica sia opportuno tornare alle origini e pensare ad un disegno amministrativo che sia valido (per le questioni di rilievo) per tutte la maggiori città e per tutti i paesi demograficamente minori.

Altrimenti il rischio è che si registrino sempre di più, nelle aree che gravitano attorno ai centri zona, visioni di futuro che producono isolamento e campanilismo, eliminano la progettualità, portano al funzionamento della nuova Provincia (che dovrebbe essere espressione delle amministrazioni locali) senza una logica organica. Per alcuni potrebbe sembrare positivo questa specie di scollamento generale, perché porta al liberi tutti; ma sarebbe un’illusione di breve durata, in quanto, anziché rafforzare territori storicamente legati, indebolirebbe perché lascerebbe ogni comune (medio o piccolo che sia) senza potere contrattuale rispetto ad alleanze con altre aree per cercare occasioni di sviluppo.

Un tempo si era coniato uno slogan per affrontare le questioni amministrative: “Mettiamo il naso fuori dall’uscio”. Significava essere capaci di guardare oltre il proprio ombelico, di tenersi collegati a quanti avessero la stessa visione di persona e società, a coloro che avessero già intrapreso un cammino di ammodernamento e di superamento della semplice difesa dell’esistente e di confronto con esperti in settori delicati o decisivi.

E’ ciò che si richiede oggi a chi aspira ad amministrare i nostri Comuni dopo le elezioni della prossima primavera. L’alternativa è affidarsi agli attuali amministratori e navigare a vista nella quotidianità sperando che un’eventuale ripresa nazionale riporti carburante economico anche a quest’area periferica del Piemonte. Oppure osare il futuro: darsi un progetto che rilanci le nostre città, che anticipi ciò che anche a livello nazionale si attende (in fatto di burocrazia, di istruzione, di ricerca, di nuovo welfare, di modello di sviluppo più sobrio e solidale, di economia più sociale e meno finanziaria).

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