Ruolo del leader ed identità del partito

Agostino Pietrasanta

leadSeguo, con molto interesse e qualche perplessità, un dibattito promosso su quotidiani nazionali da opinionisti di rilevante autorevolezza. Si confrontano due tesi che sembrerebbero dialetticamente inconciliabili: una sostiene che l’interpretazione di un  progetto e l’elaborazione di un programma politico, quando siano il prodotto di una leadership carismatica costituiscono un rischio autoritario e dunque, almeno nelle conseguenze estreme, una possibilità di deriva autoritaria; l’altra, al contrario, oppone l’esigenza di una figura politica capace, grazie ad una spiccata personalità, di esercitare il potere in modo incisivo.

L’interesse che  suscita il dibattito credo vada affrontato entrando nel merito; la perplessità, invece, sta nella convinzione che da tempo vado maturando e che mi permetto di esplicitare in premessa, che le due tesi siano assolutamente conciliabili, quando si tengano presenti alcune condizioni di quadro. Alle corte: leadership forte e sistema democratico non solo non sono in rotta di collisione, ma nella norma si promuovono a vicenda.

In prospettiva storica non si sono, e mi limito al quadro politico ed istituzionale più fragile, almeno in occidente, e dunque al caso italiano; in prospettiva storica, dicevo, non ci dovrebbero essere dubbi.

Cavour e Giolitti furono leader, sia pure diversi, ma di notevole spessore ed autorevolezza; resta il fatto che entrambi sono annoverati e riconosciuti per la loro indubbia, per quanto formale (ma la forma molto spesso è anche sostanza) caratura democratica. Certo, il conte si trovava a rispondere solo al re ed a gestire un Parlamento eletto con un suffragio tanto ristretto quanto controllabile, mentre Giolitti fu indotto (non dirò obbligato) ad introdurre il suffragio universale maschile, entrambi però si dimostrarono rispettosi delle regole istituzionali, mai poste in discussione ed entrambi si confrontarono con le forze parlamentari di riferimento e di opposizione. De Gasperi, leader riconosciuto, sia pure nel contesto di una dialettica spesso aspra, all’interno del suo partito ed ovviamente al di fuori di esso, fu statista di straordinario rilievo democratico. Nel contempo, Mussolini non solo costituisce l’eccezione che conferma la regola, ma nell’esperienza totalitaria del fascismo mancarono alcuni aspetti del quadro di riferimento ed alcune caratteristiche del leader che avrebbero dovuto assicurare la tenuta democratica delle istituzioni; mancarono in sostanza le precondizioni, di cui dicevo in introduzione, per una sinergia feconda tra leadership autorevole e condizioni favorevoli alla tenuta democratica della nazione. In buona sostanza la deriva autoritaria del regime sfruttò la mancata legittimazione delle opposizioni, che anzi furono progressivamente tacitate e la scarsa e forse assente resistenza delle istituzioni statutarie nella difesa delle regole proprie della forma democratica dei tempi. Non ci fu né confronto reale con le forze di riferimento, né rispetto delle regole della Stato di diritto: inevitabile che, in questa situazione, il leader forte e carismatico, per quanto una simile precondizione sia riconoscibile nel duce del fascismo, marcò un’inevitabile deriva totalitaria.

Anche qui il passato aiuta a descrivere, sia pure con tutte le approssimazioni del caso. Prenderei, per semplificare, l’esperienza e la proposta politica di De Gasperi. Intanto perché mi pare che fra le personalità riconosciute per la loro autorevolezza politica è quella a noi più vicina e forse anche l’ultima, in ordine di tempo, la cui levatura sembra essere ampiamente riconosciuta; in seconda battuta perché si tratta di un percorso molto complesso che ha messo in gioco una capacità straordinaria di mediazione tra forze diverse ed opposizioni articolate. Lo statista trentino ha esercitato il suo carisma non limitando, ma promuovendo tutte le forze in gioco e legittimando tutte le opposizioni. Ha ripreso e portato a svolgimento positivo, nella ricostruzione dello Stato la tradizione liberal/risorgimentale, ha riconosciuto la valenza positiva dei processi riformistici dell’età contemporanea riproponendone i caratteri di riscatto e di libertà (lo spirito evangelico del trinomio “libertà, fraternità, uguaglianza” dell’ottantanove francese) e ha tentato di conciliarli con le spinte vivaci, interne al suo partito per una soluzione di rottura col passato liberal/democratico, in nome di un riformismo radicale di stampo “laburista” (gruppo dossettiano). Tutto ciò per rispondere alla domanda di crescita proposta da un paese allo sfascio. Viene riconosciuto da una maggioranza significativa, e in parte anche in sede storiografica, che il progetto degasperiano sortì effetti significativi: ci fu sicuramente ricostruzione e ci fu tenuta democratica.

La tenuta democratica va annoverata per vari motivi, ma soprattutto per le condizioni di adeguato equilibrio tra le diverse prospettive per affrontare i problemi del Paese, all’interno delle maggioranze governative e ci fu legittimazione delle soluzioni alternative dialetticamente contrapposte delle opposizioni, nonostante le spinte destabilizzati anche intervenute per iniziativa dell’autorità ecclesiastica.

Ciò posto, mi chiedo quanto sia possibile la riproposizione di una leadership di questa levatura nel contesto attuale. Eppure siamo di fronte ad un passaggio obbligato: un leader autorevole e carismatico non rischia la degenerazione autoritaria se risponde ad alcuni caratteri di interpretazione della proposta politica e, nella ricerca dell’equilibrio fra le varie opzioni, e se pone in essere le risposte emergenti dal tessuto sociale e dai bisogni del Paese.

C’è però una questione di riferimento obbligata. La domanda del Paese dev’essere mediata secondo il massimo possibile di realizzazione ed il luogo della mediazione resta il partito politico. Non si scappa: se il leader risponde alla mediazione del partito, agisce secondo le fisiologie delle istituzioni democratiche, in caso contrario, fatte salve le sue buone intenzioni, sempre insufficienti,  si avviluppa nelle spire dell’autoritarismo. Non basta. Oltre ad interpretare domande reali, secondo le mediazioni democratiche di un partito in quanto luogo della presenza del cittadino nella determinazione della politica nazionale, il leader salva il suo contributo democratico se legittima le opposizioni. In fondo, anche le opposizioni agiscono fisiologicamente se organizzate in partiti i cui protagonisti rimangono i cittadini; anche le opposizioni giustamente legittimate, non possono, a loro volta, opporre la delegittimazione degli avversari al potere.

In effetti oggi manca tutto il contesto. Non c’è leader sulla scena politica che si sia dimostrato capace di mediare soluzioni possibili alla crisi della nazione ed alla debolezza istituzionale dello Stato e non esiste opposizione che svolga un ruolo di confronto dialetticamente disponibile alla legittimazione delle eventuali scelte della maggioranza.

Ne deriva, per conclusione che, di fatto non ci sono leader carismatici, ma solo capi/popolo, non c’è partito politico che sia il risultato della presenza del cittadino alla determinazione della politica nazionale; ci sono solo dei contenitori, più o meno organizzati per la ricerca del consenso.

La ripresa tuttavia ci sarà inevitabilmente; sarà da vedere dopo quali cadute ulteriori e dopo quali percorsi critici o cadute ulteriori e non solo economiche.. Ci vorrà tuttavia sia il leader, quanto mai carismatico, sia il luogo di interpretazione dei bisogni e di mediazione per le relative risposte (il partito); e ci vorrà soprattutto, e finalmente, la messa in campo delle migliori capacità e del merito promosso al massimo possibile, per il servizio alla nazione.

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