Legge elettorale: le proposte del PD

Renato Balduzzi (*)

leelLe proposte del Partito democratico (o meglio, del suo nuovo segretario) in tema di legge elettorale e di riforme costituzionali sono da considerarsi interessanti, per il contenuto e più ancora per il metodo.

Quanto al metodo, il Pd evita di presentare, in tema elettorale, una proposta chiusa e apre una discussione su possibili “modelli”. Ciò è coerente con l’idea che una legge elettorale debba essere il più possibile condivisa: le regole del condominio sono di tutti, le scelte dell’amministratore e dei lavori da fare quelle si che si possono prendere a maggioranza. Inoltre, tra legge elettorale e riforma del bicameralismo c’è un legame molto stretto: a Costituzione invariata, è arduo evitare che si producano maggioranze diverse nelle due Camere e dunque che si abbia una situazione di stallo governativo in presenza di un Senato eletto da un corpo elettorale parzialmente diverso epperò dotato degli stessi poteri dell’altra Camera, compreso quello di dare e di togliere la fiducia al Governo. Persino la proposta di legge che più si dà carico del problema, quella di Scelta Civica di cui sono primo firmatario, non dà né potrebbe dare la garanzia assoluta di maggioranze omogenee tra le due Camere.

Ecco perché collegare, meglio se anche dal punto di vista dei tempi di approvazione, la riforma del bicameralismo e quella della legge elettorale sarebbe operazione saggia. Questo significherebbe dedicare il 2014 alle riforme e al consolidamento dell’azione governativa: ma chi riuscisse a fare con determinazione le riforme, avrebbe certamente tutte le chances anche per la primavera 2015.

Delle tre proposte di Renzi in materia elettorale la meno compatibile con la forma di governo parlamentare è quella del cosiddetto sindaco d’Italia: un doppio turno nazionale di coalizione riferito a un candidato presidente del Consiglio ben difficilmente potrebbe salvaguardare i poteri che l’art. 92 della Costituzione assegna al Capo dello Stato in tema di nomina del premier e dei ministri. Se d’altra parte il doppio turno fosse di collegio, non assicurerebbe la maggioranza ad alcuna lista o coalizione.

Anche il modello spagnolo o similspagnolo induce a qualche perplessità, non di tipo costituzionale, ma strettamente politico. Una soglia di sbarramento occulta del 20 o 25 per cento (questo sarebbe l’effetto del sistema proposto da Renzi) restringerebbe la competizione nel primo turno a due-tre liste, deprimendo la convenienza a cercare accordi di programma e di strategia politica: ma allora verrebbe da chiedersi per quale ragione non adottare un sistema maggioritario esplicito all’inglese, risparmiandoci il tormentone del voto di preferenza. Né si dica che così sembra volere la Corte costituzionale, in quanto, sino alla pubblicazione della sentenza e delle relative motivazioni, è plausibile arguire dall’ormai celebre comunicato stampa di dicembre che la preoccupazione della Corte sia stata quella  di contemperare l’esigenza di un potere di scelta in capo all’elettore con quella di assicurare una legge applicabile. Ma certamente ciò non parrebbe significare contrarietà costituzionale al sistema maggioritario uninominale, in astratto idoneo quanto mai a realizzare il collegamento tra eletto ed elettore.

Rimane la terza proposta di Renzi, quella della legge Mattarella rivisitata con premio di coalizione e diritto di tribuna. La reputo la più interessante, e non soltanto perché presenta affinità con la proposta di Scelta Civica. La legge Mattarella aveva il grande pregio di permettere un legame tra candidato e territorio e i suoi limiti derivavano più dal bicameralismo e dal meccanismo del cosiddetto scorporo che non da un suo intrinseco difetto. Lavorare sul Mattarellum, correggendovi i difetti e innestandovi elementi di altri sistemi, si può fare in tempi brevi. Proviamoci.

Un’ultima battuta sulle riforme costituzionali. Archiviata la fase (più barocca che pericolosa) del procedimento in deroga all’art. 138, la riforma del bicameralismo che suggerisco va nel senso di un Senato profondamente diverso da quello attuale, espressione delle tante autonomie di cui il nostro Paese è ricco. Parlo delle autonomie tout court, dunque sociali e professionali, non soltanto di quelle territoriali, come a suo tempo venne proposto in Assemlea costituente. Un Senato siffatto va eletto o nominato? La domanda potrebbe ammettere più risposte compatibili ove ci concentrassimo sui profili relativi al numero dei senatori, da restringere notevolmente e alle loro funzioni. Duecento senatori espressione dei territori e delle professioni migliorerebbero certamente il procedimento legislativo e aiuterebbero a riavvicinare cittadini e palazzo.

Cittadini e palazzi della politica, cittadini e istituzioni: il loro riavvicinamento è l’obiettivo vero delle riforme, senza le quali vanno a rischio coesione sociale e democrazia. Le sole riforme elettorali e costituzionali non bastano però, occorre che dal basso emergano altre forme, non alternative ma complementari alla democrazia rappresentativa, quali le forme di democrazia deliberativa. Ma questo è materia di un prossimo intervento.

(*) Deputato di Scelta Civica di Alessandria

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3 thoughts on “Legge elettorale: le proposte del PD

  1. L’articolo 49 della Costituzione sancisce per i Cittadini il diritto ad associarsi in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica Nazionale, senza obbligare alcuno a ricorrere ad un partito per fare politica. La legge elettorale più appropriata sarebbe quella che prevede una lista unica, ordinata alfabeticamente, dalla quale eleggere i candidati, l’eleggibilità diretta delle cariche esecutive (Assessori e MInistri), con l’obbligo di preparazione specifica nel campo per coloro che desiderassero candidarsi a questo importante ruolo. Così facendo, i battibecchi da pollaio legati a liste, partiti e coalizioni sarebbero superati e lo stesso bischero, una volta che l’elettore lo abbia identificato com,e tale, difficilmente sarebbe rieletto.

  2. Considerazioni chiare, argomentate e per me condivisibili fin verso la fine dell’intervento cioè fino al punto del “nuovo senato” sul quale, peraltro l’on.Balduzzi preannuncia un seguito. Lo attendo con interesse giacché finora ho capito che occorre superare il bicameralismo perfetto riformando, in senso semplificatorio, composizione, formazione e attribuzioni della cosiddetta Camera Alta. E sia. Ma sul come definire e rendere operativo il “nuovo senato”, finora ho percepito – per probabili limiti miei – solo indicazioni molto vaghe e per lo più adorne di buone intenzioni quanto carenti di concreta fattibilità normativa. Un po’ poco per una riforma che si vorrebbe iscrivere, a larga maggioranza, tra le più urgenti e ravvicinate.
    Senato eletto o nominato (e in entrambi i casi da chi)? Occorrono ipotesi e chiarimenti sull’elettorato attivo e passivo. Balduzzi annuncia di ritornarci nel prossimo intervento, e sta bene, ma nel contempo apre un altro fronte denso di incognite: in funzione di una democrazia sempre più diretta e di una rappresentanza sempre più diffusa estende il coinvolgimento “di base” dalle “autonomie territoriali”,più o meno stabilizzate, alle “autonomie sociali e professionali” che sono un coacervo di entità tanto gradevoli al gusto quanto indefinite nella sostanza, anche formal-democratica. Mi sembra elevato il rischio di inoltrarsi in una giungla inestricabile e rissosa in un contesto che non ha certo bisogno di nuovi pretendenti-civetta. Alla prossima puntata.

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