Vita nuova?

Marco Ciani

temIn questi giorni mi è capitato un po’ disordinatamente (fatto piuttosto consueto, almeno per me) di rileggere un paio di testi: “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere”, una delle celebri Operette morali di Giacomo Leopardi e “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, tra i romanzi italiani del ‘900 uno dei più conosciuti all’estero.

Inutile dire che si tratta di racconti ed autori molto diversi sotto tutti gli aspetti. Non sono un critico letterario e non farò parallelismi (che pure esisterebbero. Si legga, per un breve saggio, quanto scrive sulla rivista Sinestesie la filologa Francesca Favaro in merito al “giardino” leopardiano in rapporto a quello buzzatiano).

Comunque, per riassumere, nel Dialogo un passegere prende a interrogare in modo serrato un povero venditore di almanacchi e lunari a cui viene richiesto se pensa che l’anno nuovo sarà migliore di quelli passati ed a quale anno trascorso vorrebbe assomigliasse l’anno entrante. La conclusione, ovviamente pessimistica, è che per ciascuno, principe o uomo qualunque, nella vita già trascorsa “sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene”. E dunque “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”.

Nel Deserto dei Tartari, il giornalista bellunese Buzzati, descrive la storia di un ufficiale, il giovane tenente Drogo, che si reca in servizio alla Fortezza Bastiani, ultimo avamposto prima di una landa desertica, dove per tutta la vita attenderà l’arrivo di un esercito invasore. Potrà, nell’occasione, dimostrare il suo valore e lasciare in questo modo la sua impronta personale nella storia, comportandosi da eroe. Purtroppo per lui, la sospirata battaglia non si compirà e vana si rivelerà la sua attesa. Anche se nella tensione all’obiettivo Drogo avrà nel frattempo sacrificato tutta la sua esistenza – amore, amicizie, piaceri. Solo e ormai malato trascorrerà gli ultimi giorni seguiti al congedo nella camera di una locanda, laddove affronterà, pur con coraggio e dignità, l’unico suo vero nemico: la morte.

Riprendo queste due letture perché, pur con le differenze abissali che le caratterizzano, trattano di un tema abbastanza d’attualità a fine anno: l’attesa di un futuro di riscatto, un futuro che viene (quasi) regolarmente smentito dai fatti. E dunque una prospettiva migliore può essere ipotizzata solo perché non è ancora accaduta e nota. Ma il suo realizzarsi, almeno nella visione tragica degli autori, scioglierà come neve al sole la speranza precedentemente formulata.

Naturalmente la riflessione qui posta solleva questioni di ordine filosofico, psicologico e – almeno, pur se non solo, per i credenti – anche teologico, di complessa composizione, stante che sono note e dibattute da tempo immemore e che da tempo immemore gli uomini provano a formulare ipotesi e tentativi di soluzione o, perlomeno, di sublimazione (anche, per l’appunto, attraverso l’arte, a cominciare dalla letteratura ed il teatro).

Non c’è solo la sfiducia per le illusioni presto o tardi svanite ma, concorde e risonante, il pensiero incombente del tempo che trascorre. Dunque della vita che si accorcia come una candela accesa.

Osservato da questa prospettiva è difficile trovare un significato al tempo nuovo che non muova da considerazioni o almeno interrogativi (vedi l’ultimo editoriale di Scalfari per Repubblica ed il commento di Don Walter Fiocchi su Ap) che dimorano nell’ambito religioso.

E tuttavia, come sottolineava Agostino Pietrasanta nell’articolo domenicale Auguri: buon Natale!, sempre su Ap, seguito da Dario Fornaro con Che Natale che fa, l’indifferenza all’evento natalizio, inteso nel suo significato più concreto ed autentico, quello di un’incarnazione di Dio in un punto ben preciso della storia, con tutte le conseguenze, tramuta le festività del periodo in un’orgia di regali e libagioni, che non sono in sè da condannare (tranne forse per la salute), ma che difficilmente rendono superabile il pessimismo di Leopardi e/o Buzzati (e un’infinita schiera assieme a loro).

Personalmente non credo nemmeno che tali obiezioni siano oltrepassabili, a meno di accettare la prospettiva con impotente rassegnazione, oppure mediante la fuga (non pensiamoci) o, ancora, tramite il ricorso al carpe diem oraziano. Se da un lato è giusto e mentalmente sano che non ci si ponga troppo spesso questioni esistenziali, il non porsele mai, soprattutto quando cadono i momenti canonici, porta tosto o tardi alla nevrosi.

Non mi stupisce pertanto che, a fronte di molte persone che vedono nelle feste natalizie, oltre a un periodo di riposo e possibilmente di tempo con la famiglia, anche una naturale occasione per lasciarsi andare ai piaceri della vita (la festa è e deve essere anche questo, almeno per chi può), vi siano un numero crescente, almeno stando alla mia personale statistica, che detestano il Natale ed anzi non vedono l’ora che il periodo trascorra in fretta.

Purtroppo il crollo delle ideologie e del senso religioso spalanca sotto i piedi della gente, soprattutto nell’Europa secolarizzata, baratri di angoscia e di instabilità che nemmeno gli psicofarmaci sempre più presenti nei nostri scaffali sembrano richiudere.

Si consolida l’idea che sia rimasta in piedi soltanto la spinta consumistica che ci vede maiali da ingrasso verso la fine dell’anno (e non solo) e possibilmente polli da spennare con diete e trattamenti ginnico/estetici e medicinali per recuperare la forma perduta, dopo l’Epifania.

In questo contesto anche augurare buon anno e formulare auspici all’ottimismo sembra un puro esercizio di retorica, una ritualità la cui ripetizione – per carità – evita almeno di crearci un altro motivo di ansia. Ma a che pro?

Riprendendo ragionamenti già fatti, mi pare opportuno cogliere uno stimolo almeno a porci un problema di riappacificazione con il nostro lato spirituale, o per chi non crede, con il Mistero. Anche solo, se non si vuole fare altro, leggendo un libro che ponga delle questioni, che provochi, che ci obblighi a uscire, come direbbero i formatori, dalla nostra zona di comfort.

Mi sembra di avere a che fare sempre di più con generazioni molto più curate fisicamente di un tempo, con possibilità di istruzione che non tutti possedevano solo fino a pochi anni fa. Ma analfabete sotto il profilo di quanto le trascende (non necessariamente in senso rigidamente religioso) e iper/individualiste. Anche se questo analfabetismo di ritorno si avverte pure in moltissimi adulti.

Credo che tale deficit costituisca un problema e che porti ad una società meno umana, più di/sperata e più povera di rapporti fecondi. Una società, diciamolo pure, con meno amore. Vedo, come dicevo sopra, che il problema se lo pongono non superficialmente pure grandi pensatori laici italiani, da Cacciari a Scalfari.

Il tema dell’amore, inteso non come eros (di quello ce n’è sempre più in abbondanza), ma in quanto agàpe, è molto presente in Papa Francesco che lo associa spesso al concetto di misericordia, ma non tralascerei che il suo predecessore Benedetto scrisse solo pochi anni fa l’enciclica “Deus caritas – trad. latina di agàpe – est” per dire, appunto, che “Dio è Amore” (1 Giovanni 4:16). Amore, nelle sue declinazioni (ad esempio nel mondo orientale è rilevante il concetto di com/passione) è il precetto principale di tutte le religioni.

Se mi è concessa, a questo punto, una puntata profana, oserei dire che anche nella visione dei partiti di sinistra termini come giustizia, uguaglianza, solidarietà sono in qualche modo espressioni che rimandano ad una com/partecipazione degli esseri umani ad un’impresa comune, che cioè non si esaurisce nella vita dei singoli individui.

Fino a qualche anno fa i militanti nei partiti progressisti si chiamavano tra di loro com/pagni (da cum/panis, colui con cui si spezza insieme il pane) e cosa c’è di più fraterno che mangiare il pane assieme? Non è in qualche modo qualcosa che ci rimanda all’idea della Messa, intesa come Eucaristia, sacramento nel quale si consacra il pane, assieme al vino, e quello stesso pane si spezza per con/divididerlo durante la com/unione?

Per essere un poco più seri e meno scontati nell’approcciarci all’anno che viene, più che augurarci un buon anno, dato che probabilmente dipenderà da quel che ci riserva il fato più di quanto non risponda ai nostri propositi, auguriamoci di viverlo con più amore. Se riusciremo in questa impresa, sarà comunque un buon anno.

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