Papa Francesco e il peccato

Don Walter Fiocchi

bescMolte reazioni ha suscitato l’editoriale di Eugenio Scalfari su la Repubblica di ieri (per chi non l’avesse letto il link è questo: http://www.repubblica.it/politica/2013 /12/29/news/la_rivoluzione_di_francesco_ha_ abolito_il_peccato-74697884/?ref=HRER2-1).

Come sempre il titolo non dà pienamente ragione del contenuto: “La rivoluzione di Francesco ha abolito il peccato”. Ho letto molti commenti di laici cattolici un po’ urtati o scandalizzati dalle semplificazioni scalfariane, e anche talune di qualche mio confratello. Posizioni e reazioni che mi paiono eccessive e che non condivido. Certo sarebbe facile “fare le pulci” ad alcune affermazioni di Scalfari, se ci mettessimo ad analizzarle dal punto di vista teologico o con il “Catechismo della Chiesa Cattolica” alla mano. Ma credo che non possiamo pretendere che Scalfari ne sappia più di tanto di teologia o di catechismo, anche se rivela una certa cultura nel campo, a volte più ampia e approfondita di quella di molti “buoni cattolici”. Certo, coltivo sempre la speranza che i “buoni cattolici” dove difettano di cultura religiosa suppliscano con la profondità e la maturità della fede (anche se una fede fondata sulla poca conoscenza e senza i dovuti approfondimenti rischia di essere “fideismo”).

Ma mi sento di dire: onore a Scalfari, che ha colto con molta sensibilità, aspetti che molti “buoni cattolici” non riescono proprio a capire di Francesco.

Ho risentito nelle riflessioni di Scalfari idee e concetti cui ho fatto cenno anche nella mia omelia della Notte di Natale, proprio sull’onda di affermazioni ricorrenti di papa Francesco. Dicevo: «Celebriamo il mistero dell’incarnazione di Dio in un uomo, l’uomo Gesù di Nazareth. Perché l’incarnazione non significa soltanto o principalmente la divinizzazione dell’uomo, ma anche e contemporaneamente l’umanizzazione di Dio. In questo senso, è esatto dire che Gesù cambiò radicalmente il concetto di Dio. L’identificazione di Dio con gli esseri umani non esiste nella tradizione religiosa del giudaismo e in nessuna tradizione religiosa. Ma nella tradizione cristiana sappiamo che la Parola, che è Dio, «si fece carne», cioè si è umanizzata, si è fusa con la debolezza dell’umano. E dunque si è identificata con ogni essere umano, come ci dicono i testi evangelici. Perciò, se effettivamente Gesù presenta Dio in questo modo, assimilato all’umanità, la conseguenza logica e inevitabile è che Dio lo si offende nell’essere umano. Non è dunque che Gesù affermi che non gli importa il peccato o che gli interessa il tema del peccato, parola ricorrente nel linguaggio religioso, quasi una “frase fatte religiosa” che in fondo ha perso per noi ogni reale significato. Piuttosto possiamo dire che offende Dio ciò che offende l’essere umano. A Dio fa male ciò che fa male a qualsiasi persona. Gesù, nascendo a Betlemme, ha modificato la nostra comprensione di Dio, ma ha modificato anche la nostra comprensione del peccato. Non una legge imposta dall’esterno a cui dobbiamo ubbidire, ma un dono d’amore a cui possiamo rispondere solo amando. Il peccato diventa così non il disubbidire a un comandamento, ma il rifiuto di amare così come noi siamo amati. E se ciò che guida il tuo agire e ispira le tue scelte è l’amore, sei in regola, non sei giudicato da Dio, non sei escluso da lui e nessun altro ha il diritto di escluderti!».

Non credo che Scalfari abbia mai letto i “Versetti pericolosi” del biblista p. Maggi, dove è ricorrente l’insistenza sulla rivoluzione compiuta da Gesù, là dove dice ad esempio: “La tematica di tanti episodi evangelici si riferisce alla scelta del Dio in cui credere. Credi in un Dio legislatore, quello geloso delle sue leggi e che punisce con la morte la trasgressione; o credi nel Padre, il Dio il cui amore non è condizionato dal comportamento dell’uomo?”.

La predicazione di Gesù scardina i fondamenti di una religione che affida ai sacerdoti la gestione del peccato e del perdono. Non per nulla nasce subito la feroce opposizione nei suoi confronti da parte dei gestori del potere religioso e politico (per quanto consentito dalla dominazione romana), i farisei, i sadducei, il Sinedrio, i sacerdoti del Tempio. Eppure già fin dai primi secoli del cristianesimo, almeno dopo l’Editto di Costantino (di cui si sono celebrati quest’anno i 1700 anni), quel meccanismo di gestione del peccato e del perdono si è ricreato nella stessa Chiesa man mano che andava strutturandosi e addirittura, per certi versi, sostituendosi o almeno sovrapponendosi al potere di un decadente Impero.

In fondo mi pare che Scalfari riconosca che il Magistero di Francesco sta attuando una rivoluzione: forse non sa riconoscere quella che fu la vera e originaria “rivoluzione” religiosa, quella del Gesù dei Vangeli che scardina appunto la religione del Tempio, cioè la religione dei comandi, degli obblighi, dei precetti (ben gestiti dal “clero”) per rivelare la religione dell’amore ricevuto e comunicato.

Certo, facciamo fatica noi a liberarci da una teologia del peccato, della colpa, facciamo fatica noi a comprendere che il Dio di Gesù non è un Dio “da servire”, perché non siamo più servi ma figli! Come dovrebbe ben comprendere chi ha fede e dice ogni giorno: “Padre (Abbà, papà) nostro”… Non possiamo pretendere che lo comprenda Scalfari. Ma le sue laiche riflessioni possono essere un forte stimolo a ripensare la “dottrina” e le sue inesorabili “fissità” (di cui Francesco non parla pressoché mai, lasciandosi piuttosto trasportare dallo stesso afflato dei Vangeli) per trasfondere la Verità rivelata e mai pienamente posseduta da nessuno in un linguaggio e in una “pastorale” che ci svelino il volto evangelico di Dio. Del resto l’unico Dio che conosciamo e di cui possiamo parlare ha un volto, il volto dell’Uomo Gesù di Nazareth.

Ho come l’impressione che Scalfari stia finalmente cominciando a intravvedere in trasparenza proprio questo volto! Non sarebbe una sorta di “conquista” cattolica… Penso sarebbe un bel premio per un uomo che nonostante tutto ha sempre manifestato uno spirito da cercatore: cercatore di Dio, forse senza saperlo!

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