Che Natale che fa

Dario Fornaro

nataPiccole cose, come le formule d’augurio decembrine, possono rivelarne a ben vedere, a metterle in successione, di alquanto più grandi in materia di costume. Nei giorni scorsi qualcuno, sulla grande stampa, ha cominciato osservando che, nel giro di non molti anni, si è passati, in prospettiva 25 dicembre, dal buon augurio classico di Buon Natale, all’augurio composito di Buon Natale e felice Anno nuovo, al più  sintetico e meno impegnativo Buone Feste, al semplice, inattaccabile  Auguri! altrimenti detto Season’s greetings.

Taluno ci ha ricamato un elzeviro di stagione (tipo: neanche i Natali sono più quelli di una volta) per la pagina letteraria, talaltro si è spinto verso considerazioni più impegnative, senza timore di contaminare un tema apparentemente lieve con prospettive a loro modo inquietanti. Chiedendosi, putacaso, che fine sta facendo il Natale della tradizione e a quale velocità muove ormai  verso il deposito delle cose vecchie, degli abiti dismessi, delle carinerie ripescate d’occasione, delle quinte celestiali mandate a magazzino di teatro.

Con qualche novità di contesto. Mentre sul versante diciamo così civico-religioso il rammarico per la deriva consumistica, confusa e chiassosa, complessivamente straniante, della ricorrenza natalizia  si ripete e si intensifica da anni, qualche disagio comincia a delinearsi, almeno sembra, anche sul versante civico-laico, per motivi ascrivibili al più generale sottofondo culturale e motivazionale della nostra società (sempre più “popolare”, direbbe qualcuno attento alla politica, e sempre meno “popolo”). Non è questione di nostalgia collettiva, a sfondo estetico-sentimentale, per  tramontate atmosfere “buoniste”,  ma il rovello per  i  vuoti di significato che si spalancano sotto concetti e pratiche, già considerati saldissimi e depotenziati, talora ai limiti del grottesco, dal trattamento del “politicamente corretto” (o dolce condizionamento).

Oggi tocca al Natale (Natale come memoria dell’Incarnazione e non come festevoli  sovrastrutture) e potrebbe sembrare un problema circoscritto all’area cattolica, ma quanti “valori fondanti”, anche non marcati religiosamente, stanno silenziosamente subendo  analoga erosione di significato civile, di forza connettiva? Dividersi tra credenti e non-credenti nella cura esclusiva dei “propri valori”  – quasi non ci fossero valori comuni, trasversali – non sembrerebbe un atteggiamento perspicace  e responsabile.

Né è un caso che un giornale – tempio di laicità – come il “Corriere della sera” della domenica pre-natalizia (22.12), abbia dedicato largo spazio ad un articolo del prof. Giovanni Belardelli, ordinario di Storia delle dottrine politiche: “Non togliete il Natale ai cristiani”, che si intrattiene su questi temi, a partire appunto  dal modo di farsi gli auguri di stagione. E che si chieda, tra l’altro, l’articolo, se il Natale non abbia  “un posto nella nostra cultura nel senso più ampio del termine, anche per i non credenti dunque”.

Viene in mente  la  lunga, aspra contesa intercorsa qualche anno addietro sulle storiche “radici cristiane” da richiamare, o meno, nel nuovo documento fondativo  dell’Unione Europea: fu vera gloria?

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