Fine di un equivoco?

Carlo Baviera

renLa gestione di Matteo Renzi è ormai operativa. Il Pd, e con esso, il centro sinistra è ripartito, nelle iniziative, nel riprendersi il ruolo di dettare l’agenda politica, persino nei sondaggi; ma anche se merita, a questo punto, fare attenzione alle proposte, alle priorità, ai contenuti del nuovo leader politico, penso che si possa, per una volta ancora, guardare indietro.

Lo faccio solo per cercare di capire meglio, anche se per la mole di consensi ottenuta si può dire che tante divisioni  interne (a quel partito) possano essere superate; o per lo meno accantonate. Perché c’è chi, alle primarie, ha votato con qualche riserva, chi per mancanza di reale alternativa, chi firmando una cambiale in bianco.

Ad esempio il giornalista Pio Cerocchi sul suo blog affermava, prima delle primarie PD: “vorrei brevemente spiegare perché mi sono determinato a votare per Matteo Renzi. Non dirò che condivido il suo pensiero perché non credo che ne abbia uno razionalmente definito. Penso, invece, che il suo approccio pragmatico ai vari problemi “politici” sia la prima vera risposta propositiva nuova che segna finalmente la fine delle pretese ideologiche sulla politica. Come cattolico democratico a questo punto potrei anche dire di essere, non certo da solo, a fine corsa. Abbiamo visto, e fin troppe volte amaramente sperimentato, che il cattolicesimo democratico non può in alcun modo essere organizzato e che, pertanto, resta o diventa (ognuno la pensi come crede) sostanzialmente un abito personale, un modo singolare, un atteggiamento, una dimensione intellettuale interiore con cui riguardare i temi della società e del suo governo. E preciso che questo modo più libero di pensarmi nella politica, almeno per me, mette fine all’equivoco durato fin troppo di un legame speciale tra cattolici democratici e comunisti (o ex-comunisti). Quasi che l’idea del compromesso storico non fosse mai (come, invece, lo è) tramontata. So bene – e io stesso ci ho lungamente creduto – che il pensiero sociale cristiano e tanti portati dell’idea marxista della società sono reciprocamente contaminanti, e in tal modo si sono sostenuti reciprocamente (e tacitamente) per tanti anni. Ma adesso non è più così: all’afflato più sincero del passato, si è via via sostituita una visione strumentale sempre più povera (se non del tutto privata) dei contenuti originari e, dunque, snaturata. Renzi, che dice anche cose che non mi trovano d’accordo (ma lo stesso potrei dire degli altri), chiude – così mi pare – la coda infinita della stagione del compromesso storico e dei suoi epigoni (più di parte cattolica che non di quella ex-comunista). Si apre così definitivamente una fase nuova che saprà raccogliere nuove energie e che spero farà marciare il Paese nella direzione giusta. E, come tanti miei amici, sarò pronto, se richiesto, di dare il mio piccolo contributo in questo cammino”.

Questa la logica con cui alcuni hanno dato il loro sostegno al nuovo Segretario. Fine di una visione che intendeva affidare al Partito Democratico la realizzazione del  compromesso storico, e la possibilità di interpretare in modo nuovo il centro sinistra.

Anche il segretario regionale Morgando, da parte sua, spiegava i motivi del sostegno a Renzi, pur con una serie di dubbi: ”Dichiaro subito, per onestà intellettuale, che mi sento assai lontano da entrambe le candidature (Renzi e Cuperlo). Non appartengo né ai convertiti dell’ultima ora né a coloro che decidono in base alle logiche degli equilibri. Non mi va di entusiasmarmi per i miracoli del nuovo corso, o in alternativa di fare la sentinella cattolica nello schieramento di sinistra. Preferisco esercitare serenamente il diritto di discussione, convinto che possa contribuire a sintesi congressuali utili per il futuro del PD. Ci sono buone cose in entrambi i candidati: confrontarle e metterle insieme non potrà che giovare alla politica italiana. In secondo luogo c’è un problema che riguarda il PD. Ho già detto della questione della “forma partito”, e dovremo ritornarci. Qui voglio ricordare il tema del rapporto tra il PD e le culture politiche che si sono formate nel Paese. Mi interessa in particolare quella cattolico-democratica. Sarebbe davvero paradossale se la segreteria di Renzi coincidesse, come ha ipotizzato qualcuno, con “la fine del cattolicesimo democratico nel PD”.

In questo caso, non il prendere atto che il cattolicesimo-democratico stile ‘900 (usiamo ancora questo temine che bisognerebbe sostituire con uno più laico) non è più organizzabile politicamente, ma il timore che questa cultura politica sia finita proprio in coincidenza della nuova Segreteria.

Un rischio possibile e che potrebbe porre fine all’equivoco di quello che è stato definito «l’amalgama»: o meglio, forse è riuscito nei nativi del PD superando e accantonando le «vecchie» culture. Resta il fatto che il cosiddetto cattolicesimo democratico non solo non avrebbe più riferimenti concreti nel centro sinistra, ma se ne approprierebbero immeritatamente e ingiustamente i moderati; i quali sono cosa diversa. Del resto basti vedere la fine ingloriosa che può esserci per il termine «popolare». In Europa ormai partito conservatore, e in Italia a rischio di uso da parte di chi guarda al centro destra.

Però questi falsi popolari hanno il merito di fare riferimento e parlare di Dottrina Sociale, mentre nel centro sinistra non è stato possibile o non si è voluto, o lo si è fatto in punta di piedi per non mescolare piani che devono restare separati. Questo restare separati da alcuni punti di riferimento ha dato la sensazione di rinuncia, di indifferenza, di cedimento. Di un partito laico ma orientato solo verso altri valori e visioni di persona e di società.

Quindi ora sta a Renzi realizzare una forma partito e un progetto per la società che può recuperare tutta una serie di attenzioni, che vadano oltre al pragmatismo dei temi legati ai costi della politica o ai comportamenti etici dei politici. Sarà possibile mettere fine ad un equivoco: quello di un compromesso storico al ribasso, con un spruzzata di popolarismo e di ambientalismo su un fondo di visione statalista o di riformismo lib-lab, tenendo insieme un po’ di operaismo e un po’ di diritti civili (a marca individualista).

E si potrà verificare se il solidarismo comunitario e la necessità di una stagione di diritti della famiglia, dei nuclei intermedi, della società civile e di un benessere basato sulle relazioni (non su beni di consumo capitalistico) potrà trovare posto in un partito che si rinnova profondamente e si apre al pluralismo (diventando davvero un partito popolare delle libertà, dell’uguaglianza, delle responsabilità, dei lavori, del federalismo comunitario), oppure se il «cattolicesimo politico» si dovrà ripensare anche ripartendo da nuovi strumenti politici organizzati.

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