L’eredità frantumata del cattolicesimo democratico

Il dibattito sul futuro del Cattolicesimo Democratico. Conclusioni ● Agostino Pietrasanta

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(Con questo ultimo intervento, si conclude il dibattito sulle prospettive del cattolicesimo democratico iniziato a luglio di quest’anno con un invito di Carlo Baviera, Proposte per una discussione ed un confronto estivo, a cui sono seguiti interventi di Marco Ciani, Vivere o sopravvivere?, Giacomo D’Alessandro, Ma a noi giovani serve una scuola politica, Roberto Massaro, Un ponte tra le due città, nuovamente Baviera, L’uovo di Colombo. Ricetta semplice per ripartire, e infine, pochi giorni fa, Dario Fornaro, Un grande avvenire dietro le spalle).

Alle provocazioni ed agli interrogativi, posti da Carlo Baviera, lo scorso luglio, sul destino del cattolicesimo democratico, sono seguite, nel corso dei cinque mesi successivi, alcune considerazioni di consenso e di distinguo dialettico. Per la verità non molte e tuttavia tanto articolate da non consentire una sintesi unitaria e conclusiva. Vi colgo però alcune variabili condivise che mi permetterei di riassumere in pochi spunti schematici, ben consapevole che si tratta di una metodologia e di un registro di intervento che finisce per sacrificare non poche sollecitazioni che sono emerse e che i nostri lettori possono ritrovare nelle poche, ma significative tappe del dibattito.

C’è intanto la presa d’atto della impraticabilità di un percorso che riproponga un contenitore unitario della tradizione cattolico/democratica; chi ha tentato una impossibile più che improbabile rinascita di una formazione dei cattolici in politica, ha costruito sulla sabbia ed ha rischiato di disperdere ulteriormente un’eredità frantumandone ancor di più i già fragili contenuti; inutile insistere su ciò che tutti abbiamo visto.

C’è inoltre, e di conseguenza, la consapevolezza che la presenza di cattolici in politica, quando sia ancora praticabile (ed io direi doverosa!), si realizza nella prospettiva del pluralismo e della distribuzione, si spera feconda, di diverse opzioni politiche. C’è però (continuo ad attenermi a ciò che mi suggeriscono i vari interventi che si sono susseguiti in AP sullo scorcio dell’estate e nel corso dell’autunno) la chiara percezione di una difficoltà che non saprei se definire congiunturale o strutturale, in presenza di una crisi dei partiti che non riescono più ad elaborare un progetto identitario, razionalmente coerente; la caduta dell’elettorato nella “voragine” della protesta indotta dai media sembra colpire alle radici l’idea di partito che realizza la presenza soggettiva del cittadino alla determinazione della politica della nazione. Ora il cattolicesimo democratico è tanto radicato nei registri e nel genere di questa categoria dialettica tra le parti, da trovarsi orfano della sua stessa ragion d’essere: basterebbe riprendersi le indicazioni di Luigi Sturzo nei suoi interventi fondativi del PPI che del cattolicesimo democratico costituiscono la base. Inutile dire che se la difficoltà è strutturale le nostre ragioni potrebbero perdere persino di senso; se invece fossero congiunturali (possibile che si sia persa la razionalità nella voragine dell’audience mediatica?), allora non si dovrebbero escludere delle prospettive.

Ancora. C’è tra alcuni giovani, la difficoltà esplicitata del conoscere: non si sa più che cosa sia e di cosa si parla quando ci si riferisca alla stessa nozione di cattolicesimo democratico. L’assenza di formazione indotta dal comportamento degli eredi del partito di cattolici, la indifferenza nei confronti dei percorsi fondanti, la subalternità culturale, soprattutto rispetto all’egemonia delle sinistre, hanno devastato a piene mani le componenti di un’eredità. Non solo, ma il tentativo operato dalla gerarchia ecclesiastica in Italia di riappropriarsi della gestione diretta della politica; l’illusione di usare, con profitto, di progetti alternativi e del tutto incompatibili per salvaguardare i cosiddetti “principi non negoziabili”, hanno inferto un colpo forse decisivo ad un’esperienza e ad un’eredità giudicate, nelle loro origini, di straordinaria rilevanza da una storiografia non certo tenera coi cattolici e con i loro percorsi nella costruzione della città dell’uomo.

Infine e nonostante le considerazioni, appena abbozzate, al punto precedente, sembra cogliere tra le righe dei vari interventi, con procedimento più o meno esplicito, la consapevolezza che non ci sia futuro, almeno in Italia, per la presenza dei cattolici e della loro ispirazione identitaria, senza la benevola attenzione della Chiesa; peraltro non è una novità, dal momento che Maurice Duverger, già nel 1951 constatava che la presenza popolare di partiti nella società e nelle istituzioni trova una sua ispirazione fondante nel collateralismo di soggetti paralleli: i partiti di sinistra nelle organizzazioni operaie, i partiti di ispirazione cristiana, nella Chiesa. Resta inteso che ispirazione fondante non significa intromissione surrettizia.

Terrò presenti queste indicazioni di quadro e tenterò di delineare pochi schematici ragionamenti di prospettiva.

Va detto, per intanto, che il cristiano non può disinteressarsi della promozione della persona in sé e delle sue possibilità, ma nel contempo delle sue capacità e prerogative sociali. Non è ammesso disinteressarsi dei destini e della vicenda del prossimo: si tratta di comando evangelico che comporta alcune conseguenze anche laiche o, se preferite profane. Nel contempo la storia ha dimostrato e l’elaborazione magisteriale ha confermato che nella costruzione della città dell’uomo, coerente col principio, si pone un presupposto di responsabilità del cristiano che non può e non deve compromettere la Chiesa. La politica segue inevitabilmente, salvo la caduta delle acquisizioni democratiche, una via dialettica di confronto tra parti, mentre la religione si pone su livelli universali; e dunque la Chiesa non può essere coinvolta. Basta recuperare un minimo di razionalità, liberandolo dalla banalizzazione delle urla mediatiche, dal prodotto infetto di un consenso privo di significato valoriale per rendersi conto che questo primo elemento della identità cattolico/democratica non può porsi in discussione o (usiamo per prudenza il condizionale) non potrebbe concedere dubbi. In qualunque realtà di parte si ponga il cristiano non può prescindere dal presupposto dell’impegno e da quello della responsabilità.

Resta inteso che la responsabilità si accompagna all’autonomia; e qui dovremmo riprendere ragionamenti più volte descritti dalla nostra pubblicazione a cominciare dall’insistenza del magistero conciliare e post/conciliare sugli obblighi del cristiano e sulle autonomie dei laici in politica. Ovviamente le diamo per trattati.

La seconda questione inerisce i cosiddetti “principi non negoziabili”. Devo dire al riguardo che il cattolicesimo democratico si trova ad affrontare un problema inedito: non in sé, ma nel metodo della sua proposizione. Sta di fatto che l’espressione “principi non negoziabili” costituisce una semplice tautologia: l’attributo è del tutto inutile dal momento che il principio è in sé non negoziabile, non esiste principio in quanto tale che sia negoziabile. E dunque la distinzione tra principi negoziabili e non negoziabili costituisce un assurdo logico. Resta il fatto che i principi o si incarnano nella storia e si realizzano o si riducono ad una proclamazione di bandiera; e per realizzarsi necessitano di un processo che li tiene presenti e ben fissi per perseguirne il massimo di bene possibile. Si tratta del destino ineludibile del percorso dell’umanità in cui nulla è perfetto e tutto è riformabile. Il cristiano che agisce nella storia degli uomini non può che prenderne atto e comportarsi di conseguenza. Ci sono difficoltà, ci sono contraddizioni. Si opera in un contesto di pluralismo ideologico, in una condizione di precarietà, in una dinamica di fragilità che condizionano inevitabilmente. Resta il fatto che se nel confronto dialettico, essenziale alla democrazia, si riesce a limitare la piaga dell’aborto, la dissoluzione della famiglia, si perviene ad assicurare  la salvaguardia della fragilità e della povertà, si risponde anche al comando dell’impegno in politica; se in nome della resistenza al principio, che va in ogni caso evidenziato, non si arriva ai risultati della limitazione delle difficoltà ed al perseguimento del bene possibile, si misura inadeguata  competenza all’impegno.

Su questo snodo l’autonomia dei cattolici in politica gioca gran parte del suo futuro e l’eredità del cattolicesimo/democratico rischia una parte non marginale della sua eredità e del suo augurabile, ma molto incerto futuro.

Resta però un passaggio essenziale: la promozione e lo sviluppo integrale della persona. E credo che si giochino qui tutte le risorse residue della tradizione e stupisce che, in Italia, in una condizione di ripresa di alcune figure di provenienza cattolica (Letta, Renzi…) questo passaggio venga risolto a dichiarazioni di facciata. Eppure basterebbe prendere in mano la Carta costituzionale per trovare i germi ed i fondamentali di un discorso.

Non se ne esce: o si recupera nei fatti la centralità della persona o tutto il resto crolla ed il cattolicesimo/democratico non trova neppure il riscontro del cosiddetto “onore delle armi”. Fatto sta che ci sono troppe intralci ad ammettere che la centralità della persona si realizza solo con la promozione del merito; il che non significa facilitazioni e privilegi alle migliori energie umane della nazione. Al contrario: significa realizzazione al massimo possibile delle capacità del soggetto, anche del più debole di risorse personali. E ritorna ancora, sia pure in un contesto diverso, il criterio del massimo possibile. E quando succede che il massimo possibile non pervenga al minimo indispensabile perché il soggetto, la persona entri con le sole sue forze, in rapporto positivo con la società, allora e solo allora si verifica l’esigenza dell’intervento pubblico, in presa diretta. Nel contempo, ma è discorso che si ripete, il massimo possibile per le migliori energie, per le più sofisticate risorse umane è posto in condizioni di servire la nazione e la comunità degli uomini. Ovviamente anche qui si tratta di principi valoriali di riferimento che nel concreto seguono l’inevitabile destino del massimo di bene possibile. La perfezione non è conclusione storica per nessuno; neppure per il cristiano.

Eppure una sicura condizione sul versante dei diritti personali è quella di una delle caratteristiche  umane per eccellenza: il lavoro. Mi hanno sempre colpito tre interventi di Giorgio La Pira su “Cronache sociali”, la rivista del movimento dossettiano, pubblicati fra lo scorcio del 1949 e nel corso del 1950: “Il governo delle cose possibili”; “L’attesa della povera gente” e “La difesa della povera gente”. Tra le varie cose dette, una spicca fra le altre: la disoccupazione è uno dei limiti della realizzazione dell’uomo e della sua possibile formazione, ma è anche l’origine della disfatta economica perché in fondo il disoccupato non produce perché non ha lavoro e, nello stesso tempo consuma perché si mantiene in vita: male, ma si mantiene a carico della società.

C’è dunque un altro snodo assolutamente non risolto e che potrebbe essere esiziale per le prospettive dei cattolici in politica. Stupisce che anche chi si richiama ai presupposti di una democrazia progressiva non abbia capito questa semplice questione e stupisce che le culture politiche della solidarietà, tra cui i cattolici/democratici che ancora circolano, non ne abbiano tratto le conseguenze. Salvate le varie baracche nazionali dal disastro, si sarebbe dovuto promuovere un blocco di interventi per la crescita ed il lavoro, possibili solo nella solidarietà europea ed internazionale: senza lavoro, la persona non si realizza, non trova neppure le precondizioni per la sua crescita spirituale, per le sue scelte di fede, fatti salvi gli eroismi personali.

Tutto il resto è importante: anche gli schieramenti, ma sono strumentali. E strumentale, anche se inevitabile, il problema di una collocazione europea delle formazioni politiche italiane, compatibili con una presenza cattolica. Sarà un discorso da fare a parte.

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