Risentita difesa della Costituzione e della “vecchia” Politica

Angelo Marinoni

cosIl dibattito politico italiano ha vari momenti topici, uno di quelli principali, sono le frequenti “primarie” del Partito Democratico.

Mi è già capitato di esprimere la mia poco condivisa opinione sull’inutilità, anzi sulla dannosità, di un istituto anglosassone, adatto alla politica di quei paesi, applicato in maniera acritica in un consesso europeo diversamente evoluto intellettualmente e istituzionalmente.

Il PD ha una vocazione anglosassone o, più propriamente, una piaggeria verso la politica anglosassone che dimostra come la politica italiana faccia di tutto per tenersi lontana dalla cultura europea e per esprimere dei concetti e delle idee che vadano oltre a vuoti slogan o gestualità infantili.

Sembra che la politica italiana confonda la complessità di una politica europea che ha avuto protagonisti immensi come De Gasperi, Togliatti, Mitterand, Delors, Willy Brandt, Helmut Kohl per citarli alla rinfusa nello spazio come nel tempo, con la sudditanza ad alcuni papaveri della Banca Centrale Europea.

Leggere castronerie, infatti, da parte dei molti cabarettisti della politica universalmente sparsi negli schieramenti, non mi stupisce; mi lascia, invece, allibito, leggere la pervicacia con cui molte persone intelligenti  si ostinano a ignorare i fatti, esecrare la realtà, costruirsi un mondo alternativo dove le leggi dello spazio-tempo rispondano ai loro desiderata e non si comportino, ahi loro, come la fisica di questa dimensione impone che sia.

Una delle prime espressioni di questa ubriacatura di storia alternativa è la convinzione della ineluttabilità e bontà del sistema maggioritario rispetto al ripristino del proporzionale puro.

Ho letto di recente che qualcuno attribuisce al sistema proporzionale l’instabilità politica, peccato che la peggiore instabilità politica e la peggiore classe politica salita al potere dalla Seconda Guerra mondiale in poi ce l’abbia regalata la presunta seconda Repubblica e il sistema maggioritario. L’unico Governo che, eletto con questo sistema, è, purtroppo, durato è stato il secondo/terzo Berlusconi e quella stabilità ha fatto più danni che doni. I partiti si sono moltiplicati proprio con il maggioritario e proprio con il maggioritario abbiamo avuto arroganti e perniciose minoranze che in litigiosi consessi hanno fatto più danni che la Prima Repubblica in cinquant’anni. Parlano i numeri e i fatti e non le opinioni: se poi ci mettiamo la devoluzione dei poteri alle Regioni e la legge elettorale sui Sindaci il cui consolidamento ha portato quasi tutte le città italiane a fallire e alla corruzione a espandersi in maniera tale da far pensare quasi con tenerezza a certi “mariuoli” non vedo come si possa plaudere a detta legge elettorale sui sindaci tanto da volerla esportare su scala nazionale.

In soccorso a questa sentenza kafkiana di assoluzione del maggioritario con tanto di esaltazione mediatica si presta persino la Presidenza della Repubblica, confermando la sgradevole teoria per la quale la regia presidenziale sia indispensabile per supplire all’assenza politica, intellettuale e progettuale della classe dirigente.

Leggere le dichiarazioni dei “potenti” è, spesso,  un viaggio allucinante e il titolo asimoviano ben rappresenta il percorso che la politica italiana sta compiendo come l’impossibilità di comprendere la sua destinazione.

Francamente non me ne frega nulla di sapere il nome del Presidente del Consiglio, come mi interessa poco sapere se il Partito che ho votato si allea con uno o con un altro: mi interessa votare per un progetto e per qualcuno che porti avanti quel progetto per realizzare il quale si alleerà con chi troverà opportuno allearsi: gli equilibri si comprendono dopo le elezioni, non prima. Imporre da subito una maggioranza significa limitare la politica, la progettualità, l’ascesa al potere di un progetto condiviso.

Il maggioritario o i surrogati che la politica italiana ha inventato copiando qua e là gli ordinamenti stranieri impone di scegliere quale minoranza dovrà governare escludendo che al potere possa andare una maggioranza vera e non costruita con alchimie preelettorali.

Dire che la politica è un mestiere non è offensivo né sbagliato: fare politica è difficile, occorrono competenze, studi, esperienza e intuizione, il fatto che ci siano tanti emeriti imbecilli in politica non caratterizza la categoria, né impone che onesti cretini si arroghino il diritto di mandare avanti il Paese. La politica è andata allo sfascio quando è stata proibita ai politici e eserciti di “professionisti” della strada ci si sono dedicati.

Con la stessa ragione per cui affidiamo il progetto  della nostra casa a un architetto  e non all’onesto vicino di casa ortolano, è opportuno affidare la politica a chi lo sa fare e non a personaggi pulitissimi e volenterosi, ma lontanissimi dall’avere la benché minima capacità politica.

Massacrare il proprio sistema istituzionale perché negli ultimi vent’anni è stato amministrato male, per usare un eufemismo, non è solo stupido, ma è criminale nei confronti delle generazioni che verranno e offensivo nei confronti delle generazioni che ci hanno preceduto, alcune delle quali sono morte sulle montagne o nei campi di sterminio per consegnarcele.

Si parla di abolizione del Senato come se si trattasse dell’aliquota IVA su un articolo a bassa diffusione, si parla di modificare l’assetto istituzionale da parlamentare a presidenziale come se si trattasse di scegliere il nome della provincia di Olbia, si parla di modificare tutto quanto funziona tenendosi chi non è stato in grado di farlo funzionare, parimenti si continua a parlare di economia della crescita e produttivismo ignorandone l’evidente fallimento e pericolosità ambientale e sociale.

Laddove bisognerebbe leggere e studiare le alternative, laddove è evidente sia opportuno rivolgersi alle nuove teorie economiche, monoliticamente la classe dirigente fa finta di nulla e invoca la crescita e la produzione, senza cambiare il suo modus gerendi del Paese, ma pretendendo cambiamenti laddove non vanno fatti, ovvero nell’assetto parlamentare disegnato con la Costituzione del 1948.

Si spaccia l’abolizione del Senato come la soluzione per velocizzare l’iter legislativo e consentire quindi di normare più velocemente ciò che attende di essere normato, vero se ci fosse da normare, ma in Italia dobbiamo solo rispettarle le norme, non farne di nuove: anzi per ridurre il mastodontico corpo normativo italiano era nato addirittura un Ministero.

Probabilmente un efficace e responsabile uso dello strumento legislativo in un Paese tendenzialmente refrattario al rispetto delle regole è garantito proprio dalla doppia lettura che, fra l’altro, garantisce la nascita di una norma politicamente condivisa e sufficientemente ragionata, basta farla una volta e non sedici volte: eliminando il Senato non abbiamo eliminato la duplicazione delle norme, abbiamo consentito al Parlamento ridotto di fare quattro norme nel tempo di due: non risolve nulla, ma danneggia la democrazia.

L’Italia non è un paese normale, è un paese dove fermenti di populismo e autoritarismo si manifestano frequentemente raggiungendo anche consensi molto estesi, spianare la strada all’ascesa al potere di questi fenomeni indebolendo le resistenza del sistema democratico parlamentare è pericoloso ed è proprio la via che la politica italiana sta imboccando a forte velocità; ma l’Italia è anche un Paese con una grande cultura politica, contemporaneamente patria del Cattolicesimo Democratico e del più grande Partito Comunista del mondo occidentale, contemporaneamente patria di Gramsci e Rosselli, Dossetti e Ugo La Malfa, un paese complesso dove il dibattito politico bipolare è completamente alieno: se, come mi sembra evidente, la pervicace insistenza per il consolidamento di un inesistente sistema bipolare italiano vorrebbe risolvere questa complessità nella legittimazione di una minoranza all’esercizio del potere, auspico che i movimenti nati in difesa della Costituzione alzino la voce e il dissenso presente nei vari partiti si manifesti e impedisca o cerchi di impedire che un’intera cultura politica eterogenea e imponente si riduca a un aut aut fra personalismi ben distanti dalle figure che la Costituzione del 1948 l’hanno scritta e pensata.

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