Un grande avvenire dietro le spalle

Il dibattito sul futuro del Cattolicesimo Democratico 5 ● Dario Fornaro

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Forse il riuso di questo bel titolo di Vittorio Gassman (Longanesi, 1981) è l’unico contributo che riesco a dare al dibattito, rilanciato dall’amico Baviera,  su quella cometa (a nome Cattolicesimo Democratico) che periodicamente si affaccia nei cieli della politica italiana, quadrante “movimenti cattolici”. Il termine “cattolici democratici” appartiene ormai alla geo-politica “storica” più che non all’attualità in ebollizione dove, al massimo, individua i “combattenti & reduci” della gloriosa e multiforme Sinistra DC (Base, Forze Nuove etc.) ricoveratisi, dopo molte traversie, speranze e maldipancia, sotto le insegne del PD. Ancora, per vero, a titolo in parte provvisorio, come se la traversata del deserto  non fosse ancora terminata. Vengo dalle terre e dai tempi di Pistelli e Granelli, di “Politica” e “Stato Democratico” (Ah il bel tempo delle riviste e rivistine politico-culturali!)  dunque il tono sarà pur leggero, ma non scherzoso o, peggio, supponente.

Intanto il qualificativo  cristiano o cattolico, appiccicato ad un qualsivoglia gruppo, movimento o partito, ha perso nel tempo, e aggiungo fortunatamente, la sua antica , seducente carica identitaria e ideal/ideologica: da un lato per l’evoluzione (o involuzione se più aggrada) del dibattito religioso in sede propria, dall’altro per  l’inattitudine a tenervi dietro, quand’anche fosse desiderato, da parte delle avanguardie cattolico-democratiche, sempre più focalizzate, per scelta o necessità, sulla turbolenta attualità politico-sociale. Ciò che in pratica allontanava di molto  ogni velleità di ricucire un nuovo partito o partitino “cattolico” attorno ad un qualche progetto di ampio respiro temporale.

L’irrompere sulla scena dei “valori non negoziabili” produceva però, nel contempo e paradossalmente, un sovrappiù di pretese di contiguità (pensiamo al berlusconismo) tra forze politiche in espansione e le gerarchie cattoliche, con ciò  mettendo in difficoltà  le “truppe scelte” del riformismo cattolico-democratico costrette a vedersela su due fronti, quello laico-progressista e quello devoto-conservatore: la peggiore delle condizioni per chi amerebbe produrre innovazione di pensiero e di programmi ed è costretto ad attardarsi sulle tattiche del giorno per giorno e misurarsi con le iniziative altrui.

L’ultima scaramuccia  (ma ce n’è anche un’ultimissima a carico di Scelta Civica e distacco dei “popolari”) riguarda la confluenza europea del PD nel gruppo socialista (PSE) e la resistenza ad oltranza annunciata da 15 parlamentari, d’area catto-democratica, a tale urticante prospettiva. Battaglia che avrà pure un senso politico, ma che non comporta “valore aggiunto” ad un gruppo, ad un movimento che necessita di ben altre “posizioni forti” per coltivare una propria personalità non solo storico-residuale ma in qualche modo proiettata al futuro, confuso e difficile, che ci attende.

Se sul terreno propriamente politico l’intenzione, o la velleità, di distinguersi nel coacervo delle forze in campo, non trova, tra i presenti cattolici democratici,  materia o fiato sufficienti a trascendere il gioco dei quattro cantoni, sotto il profilo propriamente ( o forse sarebbe meglio dire impropriamente) religioso, richiamato dal vessillo “cattolico”,  le cose non sono andate meglio. Preoccupati, o addirittura bloccati dall’occhio sospettoso della Gerarchia ecclesiastica, non hanno osato concedersi, ovviamente in materie extra-teologiche od extra-catechistiche, alcuna digressione men che ossequiente ai canoni e ai “paletti” di provenienza vaticana, o come tali accreditati. Acquartierati, assieme ad altre correnti o componenti, in un laicato cattolico molto spettatore e poco protagonista, si sono tenuti discosti dal “dibattito alto” riservato alle sfere competenti, fidate e per lo più consacrate.

Inutile aggiungere quanto questo laicato politico, già in affannoso ritardo, sia stato sbalestrato dall’irrompere del papato di Francesco, innestato sulla drammatica rinuncia di Benedetto. Con tranquilla costanza e in breve lasso di tempo, Papa Bergoglio ha ridimensionato o ritirato la pluridecennale “sponda” gerarchica e vaticana alla politica italiana dei cattolici organizzati e, di fronte all’inedito riconoscimento  di pensiero e di movimento, anche i ”cattolici democratici” si sono ritrovati spiazzati e disorientati.

 Non è un caso che, fortunatamente, nei recenti travagli di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche a significativa partecipazione cattolica, non si sia innescata la solita guerriglia di religione tra i “fedelissimi a prescindere” e i “problematici appassionati”, perfino nei dintorni del ricreando (ennesimo) partito o partitino sedicente cattolico. Quasi di colpo tutti i protagonisti, o semplici dibattenti,  hanno douto commisurare la tela da tessere con il filo a disposizione, che non era poi molto, o adeguato, al di là dei tributi d’obbligo al pensiero sociale della Chiesa e alla sussidiarietà sommariamente intesa.

Un destino, dunque, per i “cattolici democratici” di rimpianto rituale, di nostalgia variegata per i tempi in cui “si contava” e ci si contava? Non è detto.  Però occorre identificare le sfide reali, e mediamente scomode, che l’attualità ci propone e con esse misurarsi apertamente.  prima come persone e poi come gruppi, per delineare atteggiamenti innovativi e coerenti.

Vedi caso, sul tema della corruzione – questo diffuso, esiziale avvelenamento collettivo delle strutture e dei comportamenti che da anni prende alla gola la nostra società – l’afasia dei cattolici, per scelta o per distrazione, è stata ed è pervicace e diffusa al di là di ogni pessimistica attesa. Manca  addirittura, su questo tema, l’articolazione elementare del pensiero etico ed il collegamento palese con i “fondamentali” della testimonianza cristiana, in tutti i campi e segnatamente in quello politico-amministrativo.  Vi si spalancano, al seguito, pianure di impegno e di urgenze per la nostra società compromessa e dolente. Servono progetti concreti di disintossicazione: chi vorrà  – tra un rimpianto e una rivendicazione di ruoli storici – metterci mano con la determinazione che i tempi richiedono?

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