Vince Renzi

Daniele Borioli (*)

renMatteo Renzi è il nuovo segretario del Partito Democratico. Lo è in forza di un risultato la cui nettezza non ammette discussioni.

La sua affermazione reca, soprattutto, il segno di una diffusa volontà di cambiamento e la speranza di un centrosinistra finalmente vincente.

Renzi ha saputo interpretare entrambe con una forza di gran lunga sovrastante quella mostrata dai suoi competitori.

Cuperlo, rimasto molto lontano dal consenso atteso dai suoi sostenitori (quorum ego). Civati, non male per chi si era presentato inizialmente come un outsider, ma assai di sotto delle speranze alimentate negli ultimi giorni della sua campagna.

A mio avviso, due sono essenzialmente i fattori della “sconfitta” dei concorrenti, rimasti a contrastare il passo del nuovo segretario dopo la Convenzione riservata agli iscritti (che ha escluso Pittella, il quarto candidato).

Per Cuperlo, l’aver rappresentato agli occhi della gran parte degli elettori (a mio avviso ingiustamente, ma questo poco rileva) la continuità con la storia recente e, quindi, con gli errori del gruppo dirigente che ha sin qui guidato il PD.

Rimando ad altra occasione una riflessione sulle ragioni per cui da, questa “responsabilità nella continuità”, siano stati assolti molti dirigenti di primo piano e di lunghissimo corso, autori di molti dei misfatti che hanno causato le sconfitte del centrosinistra.

Per Civati, la ragione principale va invece ricercata, a mio avviso, nell’eccesso di radicalità della sua proposta. Orientata in campagna elettorale a sottolineare, soprattutto, la richiesta di una rapido scioglimento delle Camere e del ritorno al voto “subito”.

Una posizione che gli è valsa il voto dei molti elettori del centrosinistra scontenti, e mai convinti della “necessità del Governo di necessità”, ma che ha stabilito un confine preciso al suo consenso, respingendo coloro che, al contrario, pensano che Letta vada incalzato ma non fatto cadere.

Paradossalmente, quindi, la linea di Renzi è risultata vincente perché sul punto politico di fondo, quello del Governo, il “rottamatore” è apparso assai più prudente e realista. Capace di considerare le condizioni concrete di un Paese che ha bisogno di Governo, di un “buon Governo”, certo.

Ma non del salto nel buio di una competizione elettorale i cui esiti, viste oltretutto le regole scaturite dalla sentenza della Consulta, appaiono del tutto incerti e tali da relegare quell’ipotesi al rango di extrema ratio.

Più complicato è delineare con nettezza quale sarà la direzione di marcia del vento di cambiamento annunciato e interpretato da Renzi. Non a caso, infatti, nel suo “discorso della vittoria”, egli ha parlato, testualmente, della “fine di un gruppo dirigente”.

Non della “fine di una linea politica”. E non perché quest’ultima non sia destinata a subire significativi mutamenti. Ma perché la natura di questi ultimi sarà probabilmente il frutto di una serie più articolata di riflessioni e mediazioni.

E non necessariamente di mediazioni contrattate con pezzi del gruppo dirigente “renziano”, ma volte a dipanare una possibile sintesi tra le spinte diverse sottese al vasto consenso ottenuto.

Giacché è evidente che non si vince mai un confronto elettorale con quasi il 70% dei suffragi senza ricevere il consenso proveniente da motivazioni tra loro assai diverse, divergenti e, in alcuni casi, addirittura contrapposte.

Su temi come il lavoro, le pensioni, il rapporto tra pubblico e privato, quello tra industria e finanzia o tra sviluppo e ambiente, non ci vuole un politologo per stimare che il voto a Renzi nasconda posizioni eterogenee.

E il primo esercizio del suo mestiere di segretario Renzi lo dovrà dedicare a trovare il punto di caduta più incisivo ed efficace.

In questo lavoro, da farsi ancora una volta senza proporre un estenuante lavoro di mediazione “intercorrentizia”, ma andando diretto ai contenuti, credo che il nuovo segretario potrà trarre vantaggio dal valutare con intelligenza e sensibilità, prima ancora culturale che politica, alcune delle idee programmatiche dei suoi contendenti di ieri.

Poiché così com’è stata netta la sua vittoria, altrettanto plausibile è che le idee, o almeno alcune delle idee dei suoi competitori abbiano, nel cuore e nella testa del popolo delle primarie, molto più spazio delle percentuali raccolte da chi le sosteneva.

Con queste considerazioni, a caldo e necessariamente molto schematiche, credo si possa salutare un passaggio molto importante della vita democratica italiana. Il cui significato va ben oltre la sola vicenda del PD, ma riguarda il futuro dell’intero Paese.

Se il nuovo gruppo dirigente lo saprà guidare con forza e sapienza insieme potrà non essere l’ennesima occasione persa.

(*) Senatore PD Alessandria

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