Nelson Mandela, operatore di pace

Domenicale Agostino Pietrasanta

mandelaPochi, come lui, possono essere considerati operatori di pace;  e la sua vicenda di uomo pacifico fu risultato di una scelta maturata nel tempo e nel corso di una lotta in cui non esitò a servire un ideale di uguaglianza che, ancora nei primi anni sessanta, in alcune parti del mondo, sembrava improponibile.

Non è il caso che si ripeta ciò che si può leggere su qualunque quotidiano pubblicato fra ieri ed oggi; mi bastino tre brevi considerazioni.

Mandela non fu un pacifista; dopo la strage di Shaperville, durante la quale, nel 1960, la polizia del Sudafrica massacrò alcune decine di civili, non esclusi dei bambini, per una manifestazione contro la segregazione razziale, Mandela non escluse la possibilità di una difesa armata dei diritti conculcati. Non confuse l’opera di pace coll’ideologia di un pacifismo che viene usata come strumento di scontro con gli avversari, fatti nemici. E tuttavia, dopo decenni di detenzione, dalla fine degli anni cinquanta, fino ai primi anni novanta, sia pure con alcune brevi parentesi di libertà, egli si presentò sulla scena politica rifiutando il sistema della violenza; non solo, ma con sensibilità fatta di interiore maturazione, volle precisare che “…provare risentimento è come bere veleno, sperando che ciò uccida il nemico”. Il passato, per quanto ingiusto e feroce va ricordato, ma non vendicato; e chi non crede nei risultati della vendetta, riesce a costruire (parola di papa Francesco nel ricordo del leader scomparso) “su solide basi di non violenza, riconciliazione e verità”.

Mandela fu operatore di pace. Per lui infatti, l’educazione era da ritenersi “…l’arma più potente per cambiare il mondo”. Non serve la rinuncia, non paga l’omologazione alla violenza del potere ed in ultima istanza, alla fine di un percorso di formazione pacifica pagata col proprio sofferto contributo di sacrificio personale, egli non ritenne neppure lecito correre il rischio di rispondere con la violenza alla prepotenza dei forti;  in lui si rafforza la fiducia nella formazione delle mentalità, delle coscienze ed, in ultima istanza, delle persone.

Infine una terza ed ultima considerazione. Siamo nel 2013; a cinquant’anni dalla “Pacem in terris” di papa Giovanni, un testo in cui si afferma esplicitamente che non c’è mai  “guerra giusta” perché l’uso della guerra come strumento per ristabilire la giustizia offesa è contrario alla ragione “…alienum est a ratione”; siamo però anche nel ventesimo anniversario della concessione del premio Nobel per la pace a Nelson Mandela (1993). Ora ci capita di ricordare un testimone esemplare: coincidenze straordinarie, perché queste varie e diverse occasioni e ricorrenze indicano un difficile percorso di tutti gli uomini, ma in particolare di questi eccezionali “operatori di pace”, verso un traguardo di “non violenza, riconciliazione e verità”.

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