Il disegno di legge Del Rio sul riordino degli enti locali. Un disegno da rivedere in profondità.

Daniele Borioli (*)

eloCi sono diversi motivi per i quali il disegno di legge presentato dal Ministro Delrio va profondamente rivisitato. E non solo nella parte che riguarda il destino delle Province.

Il primo, di fondo e di metodo, sta nel fatto che il provvedimento interviene su una materia, quella riguardante l’ordinamento del sistema delle autonomie locali, mettendo in gioco l’organizzazione di diverse componenti dell’insieme, trascurando di tracciare un disegno coerente e di indicare gli strumenti e le procedure attraverso le quali le differenti parti  dovranno dialogare.

Il secondo: le dimensioni e le prerogative delle Unioni di Comuni appaiono scritte a tavolino, a muovere da una supposta omogeneità delle diverse realtà geografiche e amministrative del Paese, tralasciando di considerare che il processo aggregativo, nei tempi e nei modi, difficilmente può essere scandito con processi uniformi nelle aree in cui l’articolazione dei municipi è caratterizzata da intensa frammentazione e dispersione (come ad esempio il Piemonte), rispetto alle aree in cui, viceversa, sono molto più evidenti i tratti della concentrazione demografica e istituzionale in pochi o pochissimi medi e grandi enti comunali

Il terzo attiene la meccanica sovrapposizione tra le città metropolitane e le attuali corrispondenti Province. Cosa che, in diverse realtà, appare del tutto arbitraria e forzata. Esempio plastico il caso di Torino, rispetto al quale va osservata l’incongruenza di un’ipotesi che ricomprenderebbe nella città metropolitana subalpina Comuni come Ivrea o Pinerolo, distanti molte decine di chilometri dalla metropoli e totalmente estranei ad essa per storia, cultura e realtà socio-economica.

Il quarto riguarda più da vicino le Province, le quali vengono trasformate, per un periodo transitorio che potrebbe anche essere brevissimo, in enti di secondo livello, spogliati di gran parte delle competenze (certamente di tutte quelle ad essi delegate nel corso degli anni dalle Regioni), riorganizzate intorno ad organi espressi dall’elettorato attivo dei sindaci (o secondo un’ipotesi alternativa dei consiglieri comunali). Salvo poi essere cancellate dalla Costituzione (assumendo l’obiettivo che il Parlamento si è dato, di realizzare le riforme costituzionali entro la fine del 2014), così come prevede un altro disegno di legge, autore lo stesso Ministro Delrio.

Quest’ultimo punto apre il ragionamento a un vero e proprio paradosso. Si allestisce un meccanismo farraginoso, che coinvolge sindaci e consiglieri comunali nella gestione di alcune funzioni tipiche del governo di area vasta, come la manutenzione ordinaria e straordinaria della rete stradale extraurbana e la programmazione dei servizi di trasporto pubblico locale (che per capirci significa che le scelte, cruciali soprattutto in condizioni di scarsità di risorse, dovranno scaturire dal concerto di 190 amministratori locali), per poi smantellarlo di lì a poco, affidando, soppresse le Province, alle Regioni il compito di riorganizzare a loro gusto lo svolgimento delle competenze.

Altre considerazioni, non meno pesanti, riguardano il segnale neanche troppo nascosto di un impianto che, in realtà, rinuncia a un vero profilo riformatore, blandisce e accarezza in superficie le campagne di disinformazione e il relativo abbocco dell’opinione pubblica che suonano il leit motiv delle Province quali luogo topico dello spreco, contrariamente a quanto rilevi invece la stessa magistratura contabile, che ha anche di recente demolito questa credenza.

Così come la rinuncia a un vero impianto di semplificazione e razionalizzazione della pubblica amministrazione, che sebbene tra molti difetti era pur contenuto nella proposta di riordino per accorpamento a suo tempo avanzata dal Governo Monti. La quale, in più, aveva se non altro il merito di perseguire in parallelo lo snellimento del sistema delle amministrazioni periferiche dello Stato, accorpando sull’identico schema territoriale delle Province, Prefetture e Questure.

Di tutto ciò, nel disegno di legge Delrio non c’è neppure pallida traccia. Dal che si può facilmente dedurre come le potentissime burocrazie ministeriali e i loro addentellati locali l’abbiano spuntata, sul fronte di resistenza ostruzionistico subito attivato all’indomani delle proposte di Monti. Scaricando solo sul livello delle autonomie locali il peso della riorganizzazione.

Neppure può essere taciuto l’interrogativo che porta il sottoscritto a riflettere su almeno due altri punti non secondari. Il primo riguarda la curiosa circostanza per la quale nulla si dice a proposito del sistema camerale, questo per la verità in assoluta continuità con la stagione di Monti. Per quale motivo, anche le Camere di Commercio non possono essere fatte oggetto di un processo di accorpamento e riorganizzazione territoriale che prenda a riferimento una base provinciale accorpata e allargata?

E allo stesso modo, come mai non viene all’ordine del giorno il tema dell’accorpamento e della riorganizzazione dell’ Autorità Portuali, anch’esse enti pubblici a pieno titolo, frammentate in un numero dispersivo, che non ha alcun paragone con i sistemi portuali del resto d’Europa, e che costa all’erario pubblico, sul versante dei costi della politica, molto di più degli enti provinciali? Giacché è noto come l’indennità percepita dai presidenti dei porti non si collochi quasi mai sotto i 300.000 euro lordi all’anno, e in molti casi si avvicini a quote più alte di quelle riconosciute allo stesso capo del Governo.

Una considerazione non meno rilevante riguarda l’asimmetria negli assetti di governo territoriale, che si verrebbe a creare attraverso la contemporanea attuazione delle città metropolitane e la soppressione delle province. Soprattutto nelle aree in cui appare evidente la sproporzione, anche demografica oltreché di potenza, tra la città metropolitana e il resto del tessuto delle autonomie locale (ed il Piemonte è, in questo senso, un caso lampante), è immaginabile quali saranno le conseguenze negative, sul fronte del governo del territorio.

In tutti quei casi, la Regione, potentissimo play maker nella distribuzione delle risorse e nella programmazione delle politiche, avrà di fronte a sé un interlocutore altrettanto potente, la città metropolitana, in grado di avere anch’esso, direttamente un canale di relazione e contrattazione con il Governo centrale e con l’Europa; e molto sullo sfondo una pletora di medi e piccoli comuni, dotati di potenziale contrattuale pressoché nullo.

I risultati di tale asimmetria potrebbero determinare un’ulteriore polarizzazione delle dinamiche di sviluppo intorno alle grandi aree urbane, sostenute dal flusso delle risorse pubbliche, laddove, ad esempio, tanto la crisi economica dei distretti produttivi locali, tanto i processi di degrado del territorio, richiederebbero invece il rafforzamento delle politiche dirette alle realtà periferiche e marginali.

Infine, ma non ultimo per importanza, credo che ogni seria riforma dell’ordinamento istituzionale, visto che si tratta di intervenire sulla Costituzione, non possa oggi prescindere da una riflessione e da un intervento sul ordinamento regionale e sul ruolo delle Regioni.

Credo, infatti, che molta parte delle patologie emerse in questi ultimi mesi, derivino dall’elefantiasi amministrativa che ha portato le Regioni a trasformarsi in enormi strutture amministrative e gestionali anche in campi del tutto inappropriati, perdendo di vista quella che doveva essere, ai sensi del riformato titolo V della Carta, la loro evoluzione verso un rafforzamento delle funzioni legislative e programmatorie.

E’ successo così che esse sono diventate al tempo stesso troppo invasive, arrivando a (s)governare anche le più minute prassi di erogazione di contributi e prebende in diversi campi che invece dovrebbero essere più appropriatamente gestiti dal tessuto delle autonomie locali; nel mentre, soprattutto in alcuni casi, appaiono ormai troppo piccole e deboli per svolgere le fondamentali funzioni di concertazione degli obiettivi e di contrattazione dei budget nei confronti dello Stato e dell’Unione Europea.

Cosa fare, dunque? Certo non sarà semplice far ricredere il Ministro e il Governo rispetto a un’impostazione su cui, anche pubblicamente, tanto Delrio quanto lo stesso Letta si sono ampiamente spesi. Né è immaginabile su questo portare la resistenza al punto di mettere in discussione la tenuta del Governo, qualora esso dovesse ritenere di mettere addirittura la fiducia.

Tuttavia, bisogna cercare di non perdersi d’animo e battere in breccia il terreno del ragionamento. A mio modesto avviso, sono almeno un paio i fronti sui quali lavorare.

Il primo, va nel senso del rilancio e della correzione del progetto del Governo guidato da Mario Monti. Riprendendo il disegno di accorpamento e riduzione del numero delle Province, rendendo il processo di concentrazione anche più intenso. Ad esempio fissando una base minima demografica di 500.000 abitanti, salvo le eventuali, motivabili eccezioni.

Nel contempo, riprendere il parallelo disegno di accorpamento e riduzione delle amministrazioni periferiche dello Stato, sulla stessa base geografica dell’accorpamento delle Province, includere nel disegno il riordino sulla stessa linea delle Camere di Commercio. Procedere alla riduzione delle Autorità Portuali, riducendola a non più di sei-sette per tutto il Paese.

Mantenere le Province come enti di primo livello, con elezione diretta del presidente e dei Consigli, riducendo per legge a non più di 6 il numero dei componenti la Giunta e a non più di 30 i componenti del Consiglio. Allineare le indennità dei presidenti a quelle dei sindaci dei comuni capoluogo e quelle dei consiglieri ai gettoni del Comune capoluogo.

Procedere a una revisione incisiva delle competenze, sottraendo alle Province, per applicazione del principio di sussidiarietà, tutte le funzioni più propriamente comunali e attribuendo ad esse, mediante un ridisegno anche costituzionale della materia, alcune delle materie di area vasta, attualmente gestite dai Comuni in forma singola o associata: ad esempio il ciclo dei rifiuti e l’acqua. Ferme restando le competenze che anche il disegno Delrio prevede rimangano in capo all’ente intermedio: trasporto pubblico locale e viabilità extraurbana; e così pure quelle che, invece, il suo disegno prevede vengano sottratte: edilizia scolastica superiore, centri per l’impiego.

Lasciare alle Regioni la facoltà di delegare altre funzioni e competenze all’ente intermedio così ridisegnato.

Per quanto riguarda queste ultime, occorrerebbe avere il coraggio di rimettere mano radicalmente alla loro articolazione territoriale. Per la quale occorre pure una legge di rango costituzionale. Che però è esattamente lo schema normativo nel quale ci troviamo in questa XVII Legislatura.

Dar corso, ad esempio, ad un nuovo modello territoriale che accorpi, intervenendo anche sui profili delle autonomie speciali, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, vorrebbe dire dar vita a una Regione più forte, sia demograficamente sia economicamente, con una dimensione più vicina ai Lander tedeschi. La stessa cosa accadrebbe mettendo insieme, a Nord-Est, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia-Giulia. E così via.

E’ un progetto troppo ambizioso? Può darsi. Ma le riforme devono coltivare l’ambizione di guardare in grande, soprattutto quando intervengono sulla Costituzione, che non è un giocattolo di cui abusare con continui movimenti di andata e ritorno, e con reiterati interventi correttivi originati più dalla pressione e dall’emotività dell’opinione pubblica, che non da una meditata riflessione.

(*) Senatore PD provincia di Alessandria

Annunci

One thought on “Il disegno di legge Del Rio sul riordino degli enti locali. Un disegno da rivedere in profondità.

  1. Sono daccordo, finalmente leggo una nota critica e allo stesso tempo programmatica sulla storia delle regioni dalla tragica riforma del titolo V della Costituzione ad oggi con alcune soluzioni intelligenti: non soppressione, ma riduzione e razionalizzazione delle Province e riproggettazione delle Regioni: quelle con i confini attuali hanno senso se non possono fare danno, per usare un linguaggio semplice; la Costituzione, prima che venisse stuprata nel titolo V, dava alle regioni un ruolo e un peso, politico come economico, equilibrato alle sue dimensioni. Dopo la violenza della riforma l’unica soluzione, visto anche il disastro perpetrato, è un adeguamento dei confini in modo da far funzionare il sistema regionale, giusto il riferimento ai land tedeschi, o una onesta retro marcia e una ricollocazione del ruolo delle regioni laddove il loro danno è contenibile, che era l’impostazione di Monti prima che venisse invitato a buttarsi dalla finestra.
    Francamente sono, lo ripeto spesso, per un ritorno alla Costituzione prima della violenza sul titolo V, ma posso anche credere che un ragionamento come quello illustrato dal Senatore Borioli sia una alternativa condivisibile e sulla quale scommettere, come ritengo condivisibili le perplessità che ha il Senatore Borioli sul modus e sulla ratio della proposta del Ministro del Rio. Sono, alla luce degli eventi e dei brutti personaggi che si affacciano alla vita politica italiana , un sostenitore del governo Letta, forse più per ragioni vicine a quelle che facevano pregare la vecchietta mitologica per la salute del tiranno di Siracusa, ma penso che il ragionamento qui espresso vada sostenuto e promosso fin da subito e auspico arrivi a una proposta in questa legislatura.
    ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...