La paura dello specchio

Angelo Marinoni

speUno degli aspetti più irritanti della movimentata e sgradevole vita politica degli ultimi anni è la paura di molti politici e intellettuali di confessare le proprie idee, una per tutte è la presa di coscienza del fallimento clamoroso e inequivocabile del bipolarismo. Con buona pace della simpatica  macchietta toscana che imperversa in tutti i sistemi di comunicazione di questo malandato paese, i danni più grossi li hanno fatti il tentativo di imporre il sistema bipolare e la devoluzione dei poteri agli enti locali, prima con la responsabilizzazione eccessiva di sindaci, spesso, irresponsabili e poi con la delega alle regioni della gestione di sanità e trasporti accompagnata dalla rinuncia dello Stato alla redazione dell’indirizzo politico.

Per rassicurazione a tutti quelli che non si vogliono guadare nello specchio per scoprirsi contro il regionalismo e l’imposizione del bipolarismo i numeri parlano chiaro: aumento del 600 (seicento) % dei costi dei servizi dall’istituzione delle regioni, peggioramento della qualità e della quantità degli stessi, aumento esponenziale dei fenomeni di corruzione  e enti locali sul lastrico: quello di Alessandria lo ha dichiarato, quasi tutti gli altri si limitano a essere in default senza dirlo. Ovviamente eserciti di (dis)amministratori locali ci illumineranno sulla riduzione delle entrate, sulle politiche di taglio ai servizi, ma le loro spiegazioni non saranno molto convincenti perché non corrispondono nei tempi: i comuni e le regioni  hanno creato dei buchi paurosi che sono venuti alla luce quando lo Stato non ha avuto più i soldi per riempirli o, peggio, per coprirli e mimetizzarli.

Francamente mi è venuta la pelle d’oca quando ho sentito parlare di nuovo di Sindaco d’Italia, mi è sorta anche una gran rabbia nel rendermi conto che in questo paese i fatti non contano nulla, contano solo le opinioni che legittime in quanto tali non dovrebbero valere più dei fatti. Un individuo è libero di pensare che gli elefanti volino, ma il fatto che gli elefanti non volino non può diventare opinabile perché qualcuno pensa sia vero il contrario, anche se circondato da masse festanti che lo osannano.

Si potrebbe obiettare che con amministratori in grado di intendere e volere  e quasi onesti l’attuale configurazione istituzionale potrebbe essere ottimale, l’obiezione non può essere accolta perché scavalcata dalla fenomenologia: in venti anni il numero di Comuni, Province e Regioni con debiti da molti zeri, servizi allo sfascio, corruzione diffusa è talmente superiore agli enti “virtuosi” (che poi i virtuosi sarebbero quelli che fanno il loro mestiere e nulla più, ndr) che il sistema non può essere accettato.

In Lombardia Sanità e Trasporti funzionano, ma dal Piemonte alla Sicilia sono una marcescenza, forse perché un minimo di mentalità lombarda combinato con la necessità di far funzionare servizi per dieci milioni di residenti con vari milioni di ospiti a vario titolo su una superficie comunque limitata riesce a far girare anche una macchina mal costruita.

La Sanità lombarda e Trenord sono un’eccellenza, ma non possono essere prese a simbolo perché contemporaneamente abbiamo la sanità siciliana, calabrese, campana, piemontese, laziale, e contemporaneamente a Trenord abbiamo Trenitalia Piemonte, dove una fa i treni turistici e promuove le ferrovie locali e l’altra caldeggia la chiusura delle ferrovie complementari, storiche e turistiche.

Abbiamo un pendolarismo sanitario che vede centinaia di malati spostarsi dalle regioni del Sud e del Centro per farsi curare in Lombardia: ma non è un esempio di come funzioni bene la Lombardia, è un esempio di come funziona male il resto d’Italia.

Dio ci conservi i servizi lombardi, ma sarebbe quasi ora che nel resto d’Italia si prendesse atto di dove si sbaglia e si cercasse di correggere le rotte per evitare lo schianto contro le proprie inefficienze invece di rincorrere pervicacemente gli stessi obiettivi che hanno devastato il paese.

Spesso leggo articoli di amici o “colleghi” che accusano chi contesta lo status quo e le iniziative di riforma costituzionale di voler rifare la DC o il PCI e leggo articolo di amici o “colleghi” che si difendono come se fossero stati accusati di un reato: e allora? Quale sarebbe la colpa di aggregazioni politiche che hanno fatto l’Italia migliore e delle quali sentiamo la mancanza nelle Istituzioni come nella cultura? Perché chi ha ridotto la politica a un fenomeno di avanspettacolo contrapposto a chi l’ha scambiato per una partita di baseball ha il diritto di accusare me o altri ben più autorevoli di me di attentato all’innovazione e tentativo di ripristino di una Politica fatta di idee, iniziative, storia e cultura?

Francamente ritengo, sulla base della storia degli ultimi trent’anni, non sulle opinioni, che le riforme fatte dal 1991 in poi siano quelle che ci hanno condotto a velocità crescente alla rovina. La prima grossa ubriacatura, della quale anche io poco più che maggiorenne,  caddi vittima l’abbiamo avuta nel 1993 quando buona parte d’Italia barrò entusiasticamente una serie di si quando sarebbero stati da barrare dei no: facendo perdere quei referendum forse ci saremmo fermati in tempo, ma erano tempi molto diversi e se allora dire “si” poteva essere comprensibile per un paese maltrattato dai suoi amministratori come dai suoi abitanti, dopo vent’anni dare le stesse risposte dopo aver chiaramente visto che sono sbagliate non è più comprensibile.

Riportiamo la politica e le Istituzioni nella posizione in cui erano quando abbiamo cominciato a sbagliare e facciamo le scelte giuste, ora è semplice farlo perché sappiamo quali sono le risposte sbagliate.

Rimango allibito nel notare che di fronte a questo bivio buona parte della politica indichi con entusiasmo la stessa direzione che ha portato le nostre città a fallire, perdere servizi, dignità, forza e si voglia esportare un modello catastrofico, parlano i bilanci e lo stato delle città non le mie opinioni, a modello per lo Stato.

Quanti pensano, come me, che il sistema proporzionale, al limite con sbarramento, sia l’unica strada per eleggere un Parlamento in grado di esprimere una maggioranza che rappresenti veramente la maggioranza nel Paese, ma si guarda bene dal dirlo … specie dopo che l’enfant prodige  ha lanciato anatemi contro le insidiose voglie di proporzionale … Ebbene io trovo scandaloso che ancora si insisti con il maggioritario in un Paese che, chiaramente, ha una cultura politica estranea a quel sistema elettorale, per di più un Paese dove pericolosi fenomeni estremisti o portatori di disvalori  possono arrivare al potere senza una garanzia istituzionale: cosa deve ancora succedere per far capire alla classe politica italiana che siamo un Paese composta da varie minoranze, alcune che possono arrivare al potere senza fare troppi danni altre che mettono ansia solo al pensarle elette in un consiglio provinciale?

Siamo il Paese che ha inventato il bicameralismo perfetto perché veniva da vent’anni di Fascismo e perché conosceva bene la sua “pancia”, quindi per proteggersi ha creato un sistema bilanciato, perfetto, che garantiva un Parlamento forte e l’entrata in vigore di leggi veramente condivise e elaborate: se dal 1948 a oggi avessimo continuato ad avere dei De Gasperi, dei Nenni, dei Fanfani, dei La Malfa (Ugo ovviamente)  potrei quasi comprendere, non condividere, la voglia di rielaborare la Carta per tentarne un aggiornamento, ma da anni i personaggi politici di maggior seguito sono stati spesso improbabili protagonisti della peggiore pancia italiana, quella razzista prima e quella delinquente dopo, dimostrando che quelle garanzie costituzionali e quel sistema elettorale (proporzionale) avrebbero protetto gli Italiani dal peggio di loro stessi e costretto la Politica migliore a quella dialettica necessaria alla costruzione di una piattaforma governativa condivisa da una maggioranza reale.

Riempirsi la bocca con l’innovazione, parlare di cambiamento senza sapere, o meglio sottovalutando, cosa si cambia, ma avendo solo in mente la propria idea assurta al ruolo di Verbo da spiegare agli altri è un modo di fare politica che non amo e che trovo pericoloso anche se portato avanti con le migliori intenzioni, come trovo pericoloso far finta che gli ultimi vent’anni non facciano storia, quando sono stati la migliore lezione, evidentemente non compresa, di sociologia italiana.

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