Il lavoro che non tiene

Giacomo D’Alessandro

lavParlare di lavoro è per me estremamente complicato. Prima di tutto per il timore di poter ferire qualcuno, o di mancare della giusta delicatezza nel tono, o di apparire uno che giudica (e non certo per esperienza “di lavoro”). In secondo luogo perché da molti anni il tema del lavoro è una delle cause maggiori della mia avversità/intolleranza verso il sistema socio-produttivo in cui viviamo e in cui mi sono trovato a crescere. Vorrei qui soltanto condividere alcune considerazioni su un tema in questo momento storico sulla bocca di tutti, considerazioni meditate in questi anni attraverso un’ottica un po’ differente dal consueto.

Che significato mi suscita la parola “lavoro”? Come le persone vivono il lavorare, e quale sarebbe il loro ideale? In base a quali criteri e fattori si rapportano al lavoro nella vita, nelle scelte, nei valori, nel seguire la propria strada?
Guardandomi attorno, ascoltando le voci, le opinioni, le esperienze di grandi e piccini, mi sono accorto che “lavoro” è per molta gente qualcosa di pesante e indesiderato, ma che “si deve fare”. Qualcosa che non piace e che ruba tempo, energie e buonumore, riducendoti a considerare belli e stimolanti solo i giorni di festa, di ferie o in cui si riesce ad evitare il lavoro. Per altre persone lavoro è quel mezzo (poco rilevante ciò di cui è costituito) per accumulare denaro: per vivere, certo, ma soprattutto per “stare bene”, avere “potere” d’acquisto, di consumo, e così di fare la propria felicità.
In altre immagini comuni, lavoro è ancora quella destinazione indistinta, rassegnata e perpetua verso cui i giovani, gli studenti, vanno loro malgrado (il tipico ammonimento degli adulti: “godetevela finché potete, poi dovrete lavorare…”).
Nel termine lavoro viene messo sullo stesso piano, indistintamente, l’impiego intollerabile puramente funzionale alla propria sopravvivenza (o al proprio arricchimento) e la passione di una vita che si farebbe anche gratis. Il grigio ruolo imprigionante e appiattente, e la dimensione creativa, stimolante e feconda. Qualsiasi cosa occupi del tempo, delle energie e dia luogo a un compenso, quello è “lavoro”. Dietro a questo termine si evita di raccontare la propria giornata, le proprie difficoltà e le proprie soddisfazioni. Dietro a questo termine si giustifica il “non potere” fare qualcosa, non poter essere da qualche parte, non poter soddisfare altre priorità, non potersi porre di fronte ai propri bisogni interiori e profondi con libertà.
Lavoro viene sbandierato come quell’essere non liberi di realizzare la propria vita, tanto da agognare a una lunga e feconda pensione in cui recuperare finalmente il tempo perduto.
Dalle condivisioni e testimonianze raccolte da persone di ogni età e in ambienti diversi, traggo alcuni aspetti problematici e basilari che mi rendono oggi inaccettabile il sistema lavoro per come è pensato e vissuto da troppe persone.
Il primo aspetto riguarda la mancanza del senso di comunità: se io vivo e sento forte in me l’appartenenza, l’affetto e la condivisione di una comunità (un esempio facile è la propria famiglia), vivo come servizio edificante per me e per gli altri provvedere a una o più necessità per “vivere bene insieme”. La società dell’urbanizzazione selvaggia, delle metropoli (cui lego tutta la mia riflessione sul “delirio della città”), ci priva del senso di comunità rendendo la maggior parte dei “lavori” lontani da un senso di servizio edificante, schiacciati o sul profitto personale/della propria azienda (che se vissuta come comunità ha risvolti comunque positivi) o sulla mera sopravvivenza tramite denaro ottenuto.
Il secondo aspetto riguarda la mancanza di un discernimento della persona su quella che è la conoscenza di sé e della realizzazione profonda dei propri talenti e della propria armonia interiore e comunitaria. Tante persone vivono operando delle “non scelte”, instradate per condizionamento culturale, per superficialità, per rassegnazione o per opprimenti condizioni di vita, verso una dimensione lavorativa subita passivamente, il che causa la fuoriuscita (col tempo) di rimpianti, frustrazioni, inquietudini e difficoltà a trovare la propria dimensione armonica con le persone e con il contributo che si dà al mondo. L’ansia di “sistemarsi”, di “proteggersi”, di essere come gli altri o di non deludere le aspettative di parenti, famigliari e amici, spesso è più forte e inconsciamente annulla la domanda che guiderebbe meglio laricerca della propria strada: dove sono chiamato a stare? Dove sento di poter giocare la mia realizzazione profonda?
Il terzo aspetto riguarda la grande illusione dell’era industriale, con il corto circuito per cui il possesso è felicità, e io possiedo quanto più sono ricco di denaro, dunque sacrificando la mia vita dietro al “lavorare”. Nel nome di questa illusione alimentata da noi stessi e da molte componenti del nostro sistema (mediatiche, sociali, culturali, economiche…) abbiamo dato per scontato (e per accettabile) che il “progresso economico” avesse come prezzo il danno ambientale, la marginalizzazione della cultura, delle relazioni comunitarie, dello sviluppo dei diritti umani. Ce ne siamo stati politicamente e civicamente della presa di potere del sistema economico-finanziario su quello politico, senza premere quantomeno politicamente sui movimenti di ricerca e sviluppo di alternative a questo sistema.
Parlare di tutto ciò è per me complicato e delicato, questi pensieri fonte di conflitti continui. Non è giusto né utile sputare nel piatto dove si mangia, né si cambiano le cose da un giorno all’altro. Non è pensabile rivendicare soluzioni pronte e sicure, né dipingere nettamente di bianco e di nero elargendo giudizi e colpe. Ma sento sempre più urgente e importante portare alla luce, in un confronto continuo con chiunque voglia, questi aspetti così determinanti – specie in tempo di crisi strutturale del sistema – nel decidere quali basi porre, su quali priorità investire, per il mio futuro e di queste generazioni.
Credo che alcuni spunti per uno stile di vita su cui rifondare l’idea di lavoro (come propria realizzazione profonda nel servizio e nella relazione feconda con una comunità) siano la semplicità di vita, la ricerca dell’essenziale per tutti, il senso pratico di solidarietà e sostegno, la ripresa dello scambio di competenze e del sostentamento diretto in sostituzione di una parte di denaro necessario alla sussistenza, il mantenimento affiancato di una dimensione di attività manuale ad una di attività cerebrale/intellettuale, secondo l’inclinazione di ciascuno. E, ultimo ma fondamentale nella situazione odierna, la ripresa di un rapporto armonioso con la terra e il mondo naturale, da cui la priorità a investire sulla dimensione del sostenibile, per un ambiente di vita e di attività fertile e benestante.
Con rispetto e amicizia verso tutti i lavoratori, di qualunque tipo e animo essi siano, nella convinta direzione di tracciare insieme strade più umane, buon lavoro a tutti!
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