Quale Grande Centro ?

Carlo Baviera

REALA partire dal tentativo di crisi di Governo, non riuscito agli inizi di ottobre, si è sviluppato un dibattito che ha portato alla spaccatura del centro destra e creato riflessi sul panorama partitico. Da subito si è ipotizzata la possibilità concreta (per altro periodicamente riemergente e perseguita da ex democristiani moderati) di ricostruire un’area centrale, non di destra populista e plebiscitaria, fra gli schieramenti politici, facente parte del PPE.

Le ultime vicende che investono sia il PDL, che la divisione di Scelta Civica (e forse del PD post primarie) rende concreta l’ipotesi, cui qualcuno guarda con speranza, di una ricomposizione del centro politico.

A questo proposito Raniero La Valle, allungando la prospettiva e dimostrando più acutezza di altri commentatori, affermava: “La prospettiva, come è andata prendendo forma nella crisi ed era forse preparata, potrebbe essere quella della costruzione di un Grande Centro che, a partire dal cerchio più piccolo della coalizione di governo, unisca il centro del centro-sinistra con una destra celebrata come “popolare ed europea”, isoli quanto resta della destra dei falchi berlusconiani e metta ai margini il Partito democratico lasciato a presidiare e a moderare il campo della sinistra. Questa operazione, di cui Napolitano è stato il grande regista, se riuscisse segnerebbe il trionfo postumo del “migliorismo” e sarebbe lo sbocco della transizione italiana”.

E noi potremmo aggiungere che sarebbe la definitiva stabilizzazione di un’alleanza fra avversari, non più in una maggioranza “obbligata” ma, come scelta di coalizione stabile e di prospettiva. E a quel punto sarebbe certa la spaccatura anche del PD.

Il disegno di Casini, Mauro, Formigoni, Giovanardi, ecc. (che ci fanno Olivero, Dellai, e altri con quella compagnia?) di un partito popolare moderato che dovrebbe prendere il posto  occupato finora da PDL, confermando quanto si diceva all’inizio, costituisce difficoltà nell’aggregare verso un Centro veramente riformatore e solidale gli scontenti di questo centro sinistra; perché sarebbe un Centro strabico: fra coloro che guardano al Partito Popolare europeo e si collocano in alternativa a tutto ciò che si definisce sinistra, e quanti invece continuano a sentirsi di centro e non disdegnano accordi col PD anziché con la destra. E’ un disegno (quello di Casini, Mauro, Formigoni) che farebbe semplicemente parte della coalizione di destra.

Ciò che accadrà non è possibile sapere; la politica tante volte offre sorprese dell’ultim’ora. E la stessa probabile vittoria di Renzi alle Primarie per la segreteria del PD non si sa ancora come potrebbe aiutare od ostacolare l’ipotesi di un Centro con maggiore peso politico. C’è stato un tempo nel quale molti ex popolari, moderati, centristi guardavano a Renzi come l’ultima possibilità per un PD non di sinistra; o addirittura si guardava ai renziani come componente importante di una aggregazione centrale liberal-democratica e riformatrice. Ora il Sindaco di Firenze conferma la sua adesione piena al bipolarismo: sarà ancora individuato come approdo utile per chi arriva da storie non rifacentesi al socialismo statalista?

E’ interessante, comunque, tornare alle considerazioni di La Valle il quale pone tre questioni rispetto ad un eventuale sviluppo di formazione neo moderata; perché sono i programmi e i contenuti che contano. La prima riguarda le modifiche costituzionali: “portato a compimento lo strappo della deroga all’art.138 della Costituzione, la nuova maggioranza “politica” governativa non si faccia prendere la mano dal partito delle riforme e non stravolga parti vitali della Costituzione”. Il rischio esiste e la vigilanza è sempre opportuna! Quali parti della nostra Carta si vogliono modificare? E il ridisegnare i livelli degli Enti Locali è solo in chiave ragionieristica o parte di un disegno che rafforza le Autonomie?

La seconda riguarda il sistema elettorale: “Poi c’è il problema di non ricadere nel miraggio del bipolarismo; la rottura delle maglie del partito unico della destra dimostra come il sistema bipolare sia incompatibile con la realtà italiana; ma allora bisogna avere il coraggio di abbandonare la camicia di forza del maggioritario e di ripristinare una vera rappresentanza mediante una legge elettorale proporzionale”. E su questo argomento gli esponenti che appartengono al cattolicesimo democratico, anche se aderenti a movimenti politici di sinistra, sono in sostanziale sintonia (quando si parla di partiti plurali e di non scivolare nel bipartitismo) con chi abita le regioni del centro politico: non foss’altro per esigenze di sopravvivenza e per non veder annullate storie e culture politiche in calderoni inqualificabili.

Infine c’è il problema di fondo: per quale società, per quale bene comune, per quale finanza, per quale rapporto tra economia e politica, per quale Europa ridisegnare il sistema politico? “Ma perché deve essere solo il Papa a dire, anche sui giornali, che i problemi più gravi sono quelli dei giovani senza futuro e dei vecchi senza presente, a dire che lo Stato dovrebbe intervenire per correggere le diseguaglianze più intollerabili e che il sistema economico globalizzato col suo liberismo selvaggio non fa che rendere i forti più forti, i deboli più deboli, e gli esclusi più esclusi? Letta, anche in forza della sua formazione, certo ne ha parlato, la Costituzione lo dice, ma ci vuole ben altro che un Grande Centro per mettere veramente in campo una risposta a tali cruciali questioni. E la ristrutturazione del sistema politico, ammesso che avvenga, non dovrebbe essere modellata sui fini e i traguardi umani a cui andrebbe ordinato il potere, piuttosto che sugli strumenti e i modi per conquistarlo?”

Mi pare, si condividano o meno le “provocazioni” di La Valle, che quelli toccati dalle sue dichiarazioni facciano parte dei nodi che una eventuale formazione politica nuova deve affrontare, se non intende essere semplice aggregazione di ceto politico esistente, di sigle più o meno importanti, di storie importanti da aggiornare. Dicono, invece, che solo nel modificare con molte cautele la Carta fondamentale della Repubblica; nel trovare una legge elettorale che pur lasciando scegliere ai cittadini il Governo non impoverisca la presenza pluralistica delle proposte politiche (la legge per le amministrative dà questo risultato: c’è una maggioranza sicura vincente e all’interno delle coalizioni ci possono essere più partiti); ma soprattutto nel cambiare il modello economico, non più sottostante al capitalismo e alla finanza di Organizzazioni Mondiali non democratiche, si potranno avere i presupposti per costruire un qualcosa di veramente popolare, solidale, riformatore che permetta un vero cambiamento per il bene comune.

Ci sarà in Italia e in Europa un gruppo di persone che, attento alla partecipazione e sensibile alle autonomie, sappia rispondere all’esigenza di una nuova cittadinanza e di uno sviluppo profondamente diverso, basato sulla dignità della persona, sui beni relazionali, sul ben-vivere, sull’accoglienza, in cui sia possibile affrontare, non incalzati o schiavizzati da parametri, da burocrazie, da sistemi finanziari e commerciali anti-democratici. Un “centro” di idee e di proposte, non di sigle e di collocazioni parlamentari.

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