ll PD verso le primarie

Daniele Borioli (*)

primE’ auspicabile che la partita congresso/primarie del PD, il cui tempo finale si giocherà il prossimo 8 dicembre, sia l’ultima a svolgersi con le assurde non-regole in balia delle quali sono stati lasciati i militanti e i dirigenti locali, sui quali grava peraltro l’onere, anche finanziario, dell’organizzazione di tutta la macchina.

Questo vale in primo luogo per i congressi in virtù dei quali sono stati eletti, nelle scorse settimane, in tutta Italia, i segretari dei circoli e delle unioni provinciali. Un livello organizzativo per il quale è previsto si esprimano solo gli aderenti al partito e non già gli elettori.

I fenomeni di malcostume (per usare un eufemismo) cui abbiamo assistito, e che hanno finito per inquinare, anche non lontano da noi, il senso autentico di quello che dovrebbe essere un confronto libero e trasparente, derivano infatti anche dal profilo discutibile e deleterio di alcune scelte “regolamentari”, sulle quali mi auguro si avvii un processo di profonda revisione.

Non occorre scomodare il vecchio adagio secondo cui “l’occasione fa l’uomo ladro”, per comprendere come lasciare aperta a chiunque, sino all’ultimo minuto, la possibilità di iscriversi al partito e di incidere sulla scelta dei gruppi dirigenti locali, sia stato un modo per legittimare l’illegittimabile, dando libero campo a coloro che, senza alcuna remora, vivono il partito come uno strumento per organizzare il proprio consenso personale.

Il fatto che ad Alessandria e in tutta la provincia ciò non sia successo, grazie anche alla saggezza con la quale si è scelto un candidato unitario, in grado di fare sintesi tra le diverse sensibilità; il fatto che le “macchie nere” possano considerarsi nel complesso del Paese delle eccezioni: tutto ciò non può nascondere l’enormità di un’anomalia che va rapidamente corretta.

Un discorso analogo riguarda anche la “corsa” per la scelta del segretario nazionale, in questo caso affidata al voto degli elettori e non solo degli iscritti. L’idea di allargare oltre l’ambito proprio dei “tesserati”, di coloro cioè che con la loro attività e il loro sostegno economico costante consentono al partito di vivere, è senz’altro utile ai fini di allargare la partecipazione democratica.

Tuttavia, ad ogni latitudine, la partecipazione tende rapidamente a volgersi in anarchia se non è collocata, nel suo svolgersi, all’interno di regole precise, coerenti con gli obiettivi che l’organismo promuovente la partecipazione intende perseguire.

In questo caso l’obiettivo è, o meglio dovrebbe essere, non quello di scegliere il candidato premier, sul quale si può anche ritenere utile possa esprimersi un corpo elettorale più ampio di quello costituito da iscritti ed elettori di un partito, ma il segretario politico di una “parte”; la cui scelta dovrebbe essere riservata a coloro che, tesserati o meno, in essa si riconoscono.

Attraverso un meccanismo del “riconoscersi” costituito a prescindere dalla personalità alla quale pro-tempore è affidata la guida di quella “parte”, e fondato su una più profonda condivisione di valori e contenuti, alimentati da elementi di identità duraturi.

 Un “riconoscersi” che dovrebbe quantomeno nutrirsi di un atto di lealtà originario e consapevolmente assunto: l’apertura di credito verso chiunque sia il candidato vincitore delle primarie. Anche se quest’ultimo fosse il più distante dalle opzioni ritenute preferibili.

Il secondo auspicio che voglio formulare, per l’8 dicembre, è perciò quello che a votare vengano in molti, ma che questi molti siano autenticamente elettori del PD, magari delusi e rimasti “dormienti” nell’ultimo passaggio elettorale, quello del febbraio scorso, per una svariata gamma di motivi; e ora disposti a riaprire la loro attenzione verso il partito.

Allo stesso modo, mi auguro invece che se ne stiano ben distanti dai seggi quanti nel PD non si riconoscono, o addirittura lo hanno avversato e continuano ad avversarlo quanto al paradigma valoriale e programmatico che esso esprime, essendo legittimamente più propensi a riconoscersi in un altro orizzonte politico e identitario.

Vorrei essere chiaro su questo punto. Non c’è in questa mia affermazione alcuna valutazione se non strettamente politica. Nessuno più di me è convinto che sia ora di lasciarsi alle spalle definitivamente l’idea, che ha purtroppo a lungo nutrito il dibattito politico nostrano, secondo cui esisterebbe tra sinistra e destra un discrimine di carattere morale.

Al contrario, è la necessità di preservare la nettezza della distinzione tra destra e sinistra quanto ai contenuti politici e programmatici, come alimento indispensabile di un’efficace democrazia dell’alternanza, che mi induce a ritenere massimamente pericoloso un meccanismo attraverso il quale un “popolo indistinto” possa indifferentemente concorrere a scegliere i leaders delle diverse parti politiche in campo.

A fronte di tale necessità,  e del rischio che si intravede sul rovescio della medaglia, le non-regole di oggi consentono solo di formulare un auspicio: “craxianamente” invitando gli elettori di destra ad “andare (data la stagione) in montagna”; ma è evidente che per domani occorrerà fare qualcosa di più serio, soprattutto per la scelta del segretario del partito.

Immaginando di ripristinare l’efficacia selettiva dell’albo degli elettori, ridando ruolo ponderato agli iscritti, il cui voto nella scelta del vertice nazionale del partito non può valere tanto quanto quello di chi all’ultimo momento, per i motivi più disparati, incluso il gusto di condizionare gli assetti dell’avversario politico, versando la modica cifra di due euro, può acquisire lo stesso diritto.

Casi limite, si potrà dire. Ma certo già verificatesi nel corso delle primarie di fine 2012.

Atro capitolo riguarda la “missione” del nuovo segretario. Che non potrà che avere al centro due obiettivi fondamentali: ricostruire il PD, sostenere e qualificare l’azione del Governo Letta.

Sul primo punto, tutti i candidati alla segreteria pongono l’accento. E sarà solo la prova dei fatti a dire quanto le parole espresse nei documenti programmatici avranno seguito nei fatti. Sul secondo punto, la differenza è più marcata.

Tra Cuperlo e Renzi da una parte, che seppure con accenti diversi e a muovere da diversi presupposti, affidano al governo in carica in compito di traghettare il Paese sino al compimento delle riforme annunciate dal premier. E Civati dall’altra, che fa della rapida conclusione dell’attuale esperienza di Governo, subordinata solo all’approvazione di una nuova legge elettorale, uno dei cuori della propria proposta.

Su queste opzioni, nonostante siano note pubblicamente le mie inclinazioni e le mie intenzioni d voto, preferisco non pronunciarmi in questa sede. Anche per non trasformare “Appunti” in una tribuna politica di parte.

Mi permetto, tuttavia, di avanzare una sola, forse banale ed elementare riflessione. Credo difficile immaginare che da un fallimento del Governo Letta, o da una sua prematura dissoluzione, che lasci incompiuto gran parte del lavoro che l’Italia ha ancora di fronte per uscire dal pantano della crisi in cui si trova, possa derivare qualche giovamento al PD e al Paese.

Troppo grande è il peso e il ruolo che noi democratici abbiamo, piaccia o meno, nell’aver voluto, prima, nell’animare e sostenere, dopo, la nascita e l’esistenza dell’attuale esecutivo, per immaginare di poter uscire indenni da una sua implosione.

Sarà bene, perciò, che tutti i futuri potenziali segretari del PD se lo mettano bene in testa, e si adoperino dal giorno immediatamente successivo alla loro eventuale elezione, per rafforzare Enrico Letta nella sua impresa, certo correggendone il segno, in quelle parti che più denunciano un deficit di contenuti riconducibili ai valori, ai diritti e agli interessi che è nostro compito tutelare, ma senza immaginare che da colpi di mano improvvisati possa derivare qualche vantaggio.

(*) Senatore Pd della Provincia di Alessandria

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