La Shoah ed il destino degli eredi

Domenicale Agostino Pietrasanta

berlAnche il cavaliere scopre l’esistenza della Shoah. Non è cosa da poco; a ben pensarci fa notizia, dal momento che, testimonianze alla mano, molto spesso, a sua presenza, mentre se ne parlava con agghiaccianti riferimenti, lui ostentava, per l’imbarazzo dei suoi sodali, una placida sonnolenza o, peggio, una  tranquilla dormitina. Come dire: il riposo del guerriero.

Oggi, invece, da prova di essere un “grande”; la definizione non è mia, ma di Enrico Letta, dopo che il Berlusconi, fattosi garante della fiducia al governo per conto di tutti i suoi vassalli che evidentemente non ne avevano capito le intenzioni, votò a favore di un esecutivo giudicato inefficiente, appena un’ora prima. Letta però ha minimizzato,  perché il personaggio non è grande, ma è assolutamente geniale, quando si tratta di attirare l’attenzione, anche di chi (nel mio piccolo sono fra questi) lo seppellirebbe volentieri in un baratro di silenzio.

Così, per far parlare di sé l’”unto” cavaliere, passando incurante sulla tragedia di un’epoca, sul dramma di un popolo, ne ha richiamato la shoah paragonandone il destino a quello dei suoi figli immersi letteralmente nel benessere. Trovata geniale che fa ricordare agli eredi non solo dei morti, ma anche dei sopravvissuti, che esiste un trauma mai risolto, tanto che guai, per costoro, parlare di carri bestiame, guai a parlare di ciminiere fumenti, di forni o di docce, falsa espressione da tradurre in camere a gas.

Eppure, a mio avviso ci sono cose non dirò peggiori (anche se al peggio per certi figuri non c’è limite), ma sicuramente più presenti ed inquietanti.

Ne cito solo due. La prima riguarda gli elettori del Berlusconi; dopo un’uscita di tal fatta le indicazioni di voto a suo favore, i risultati dei sondaggi di sua pertinenza dovrebbero semplicemente azzerarsi. Questione inquietante al punto che preferisco, per le prossime settimane, non seguire le spiegazioni dei sondaggisti; se lo facessi, sono sicuro, mi convincerei definitivamente sulla possibilità che anche gli elettori non sempre abbiano ragione.

C’è però una prospettiva ancor più inquietante. Pensare agli eredi del cavaliere, come a dei perseguitati in patria, mi riporta ad un confronto molto meno tragico di quello proposto da lui, ma non privo di imbarazzati valutazioni.  Mi viene da pensare a centinaia di migliaia di giovani, ottimi per serietà, per conoscenze, per cultura, per impegno, per disponibilità che tuttavia non trovano uno straccio di lavoro e che in parte vanno ad ingrossare le fila della disoccupazione giovanile ed in parte contribuiscono a lievitare il numero di coloro che, sfiduciati e drammaticamente rassegnati, né cercano  lavoro, né studiano; capisco che Brunetta abbia motivo di definirli “lazzaroni”, capisco meno che non provveda lui a trovar loro una qualche occasione di rendersi attivi. E capisco ancora meno che apprezzati docenti universitari, con la sindrome baronesca (e qui la parità dei sessi e fuori discussione), li chiamino “bamboccioni”; coi loro emolumenti si stanno dimenticando che per mangiare e magari per metter su famiglia, bisognerebbe avere almeno un po’ di lavoro. E tutto questo mentre i perseguitati eredi del cavaliere continuano a nuotare nell’abbondanza.

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