Joele e il mio Paese

Andrea Zoanni

lam“Mettetela su un barcone. Assicuratevi che non affondi. Deve tornare in Africa da dove è venuta. Poi saranno gli oranghi e le scimmie a stabilire se la riprendono o meno in casa loro. Ma a quel punto non sarà più un problema di noi italiani.” Sono parole testuali e si riferiscono a quanto pubblicato il 18 ottobre scorso sul suo profilo facebook dall’assessore del comune di Cadorago (Co) Paolo Pagani, poi rimosso dall’incarico. L’ho fatta breve e non vado oltre, non merita, ma collego il fatto ad un altro episodio accaduto pochi giorni dopo, solo in apparenza lontano.

“Vittima di una spedizione punitiva al termine di una giornata di lavoro come cameriere in un ristorante nel Kent: Joele Leotta, 19 anni di Nibionno, è stato picchiato e poi ucciso nella sua camera: l’accusa sarebbe quella di aver “rubato” il lavoro. Un altro suo amico lecchese, Alex Galbiati, è stato ferito nella colluttazione ma non sarebbe comunque in pericolo di vita (…) La tragedia si è consumata domenica sera, la polizia inglese ha fermato dieci giovani coinvolti nell’aggressione mortale (…) Si erano trasferiti in Inghilterra da una decina di giorni in cerca di un lavoro, lo avevano trovato in un ristorante italiano. Domani quattro delle persone arrestate, di nazionalità lituane, si presenteranno di fronte ai giudici per l’accusa di omicidio volontario.“ Queste le prime notizie sul quotidiano locale. Cosa accomuna vicende così diverse?

Qualche giorno dopo pubblicai su facebook un semplice “non gioco al massacro e non mi piace il tanto peggio tanto meglio”, riferendomi a qualche ragazzo del sud che scrisse “dedicato a chi pensa di avercelo duro” in risposta alla tragedia di Lampedusa. Ebbene, quando pensiamo ai popoli migranti in cerca di vita dignitosa e ci riferiamo ai nostri connazionali di ieri, non possiamo più coniugare i verbi al tempo passato ma in quello presente. Se poi aggiungiamo la notizia che oggi per noi risulta appetibile pure l’Albania, il gioco è fatto. Ma la questione è più complessa.

Joele rappresenta l’ennesima vittima del lavoro: il lavoro che non c’è, purtroppo. Un ragazzo volenteroso che decide di emigrare per avere quelle chances che evidentemente qui gli sono negate. E decide di trasferirsi non nella vicina e comoda Svizzera ma oltre Manica. In fondo è così giovane, senza vincoli particolari, perché non provarci? Lo posso ben comprendere, avrei fatto così anche io se fossi stato in lui. Purtroppo sulla sua strada incontra dei delinquenti che decidono di spezzare i suoi sogni, la sua vita. Provo un’immensa tristezza per tutto ciò.

Allora c’è davvero un filo che unisce queste storie apparentemente ben distanti tra loro: si chiama lacerazione culturale del tessuto socio-economico italiano. Questo è un Paese che ormai ha perso ogni sua identità e ogni dignità. Abbiamo un Governo dove chi comanda non comanda davvero, con le due opposte fazioni politiche in perenne guerra tra loro per sete di potere ed un Esecutivo dilaniato da lotte intestine tra partiti che giocano a farsi lo sgambetto a vicenda. La terza forza numerica aborra lo Statuto, dimenticando che con esso le monarchie da assolute sono diventate costituzionali e che nel mondo del lavoro la democrazia è entrata grazie ad uno Statuto. Così la “Troika Europea” ha  commissariato l’Italia, per tentare di salvare il salvabile: se saltiamo, a rotazione ne seguono altri ora in bilico e allora salta anche il banco.

In mezzo a questi giochi di potere tra pesci grossi (l’Europa) e pesci piccoli (l’Italia) ci sono i tanti lavoratori, pensionati e disoccupati trattati alla stregua di “carne da macello”. In buona sostanza, quello che fino a poco tempo fa era una delle primissime economie mondiali ora sta scivolando sempre più verso il terzo mondo. E cara grazia che la nostra generazione ha ancora il puntello dei vecchi, ossia dei genitori e dei nonni che in tanti anni di durissimi sacrifici hanno risparmiato qualcosa. Quando quel “tesoretto” verrà dilapidato allora resteremo nudi come i vermi.

Sono questioni culturali, difficili da rimuovere, che non risolvi agendo su tasse e contributi. Ci si può riuscire attraverso l’istruzione, ma cosa oggi si professa? La storia ci insegna che nessun progetto innovativo si è potuto realizzare senza riflessioni sistemiche e scientifiche. Ogni grande innovazione nella sfera economica e sociale è stata sempre accompagnata, se non preceduta, da una adeguata elaborazione culturale. Diversamente le esperienze non durano. Occorre dunque fare scuola. Scuola come luogo di diffusione della conoscenza ma soprattutto come luogo di produzione della conoscenza. Non si può distribuire ciò che non si possiede. Cosa siamo disposti a perdere? Ogni teoria economica incorpora una ben precisa visione del mondo e dell’uomo. Il dibattito è aperto.

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