Un’onesta concorrenza

Marco Ciani

staffIn più occasioni, da questo blog, sono stati affrontati i temi relativi al declino dell’Italia. In più occasioni sono stati posti in relazione anche (ma non solo) alla sistematica disapplicazione della Costituzione, in particolare ad alcuni valori che stanno alle sue fondamenta: lavoro, uguaglianza, merito, solidarietà.

Ora, da molto tempo vado scrivendo sempre su Ap, che sulla Costituzione si fa un sacco di retorica, sia a favore che contro, e che tale uso strumentale della Carta si rivela all’atto pratico, non solo inutile, ma nefasto per ogni tentativo serio di modificare lo status quo.

Prendiamo ad esempio il tema del lavoro. Quanti continuano a richiamare la fondazione della Repubblica su tale concetto, appaiono sempre di più come coloro che nel tempo passato, in ambito contadino, organizzavano rogazioni e processioni per invocare la pioggia in periodo di siccità, così da favorire la buona riuscita delle seminagioni. Ma analogo effetto ottengono coloro che invocano, all’opposto e per lo stesso motivo, una modifica della Costituzione.

In realtà, tranne che per gli aspetti che producono conseguenze pratiche immediate ed ineludibili (ad esempio dove si stabilisce, art.83, che «il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri…etc.»), la Costituzione è assai poco efficace, in assenza di politiche conseguenti che la rendano anche attuale. Ovvero i principi fondamentali della Carta non si possono applicare quasi mai nel concreto senza la “mediazione” dell’iniziativa parlamentare.

E tuttavia la stragrande maggioranza delle riforme che servono all’Italia (compresa la legge elettorale che non è parte costituzionale) si possono fare tranquillamente senza impelagarsi in bizantine discussioni. Le uniche modifiche che richiederebbero qualche revisione della Carta, ma non sono a mio avviso nemmeno le più urgenti, riguardano l’efficienza della politica. Ad esempio il superamento del bicameralismo perfetto, o l’abolizione delle province.

Dunque spesso la Costituzione non è che un comodo alibi per fare o non fare ciò che serve realmente al Paese. Ma cosa serve realmente all’Italia?

Prendo solo sue notizie recenti, tra le tante, di questi giorni. La prima riguarda la disoccupazione giovanile (15-24 anni) salita al 40,4%, record dal 1977, inizio di registrazioni delle serie storiche trimestrali dell’ISTAT. La seconda riguarda l’azzeramento a bilancio deciso da Air France della propria quota azionaria in Alitalia, il 25%. Tradotto: per Air France Alitalia vale zero.

Sono solo le ultime manifestazioni, tra le mille, di un Paese che ogni giorno di più affoga nel pantano prodotto dalle mille corporazioni, caste e consorterie varie che impediscono ogni serio tentativo di rilancio. Su questo tema si è espresso recentemente ed in modo molto brillante Agostino Pietrasanta qualche giorno fa (Difese e resistenze di un paese nel tunnel).

Ad evitarci però di scadere nel pessimismo, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, quasi lo stesso giorno, ci ricordavano dalle pagine del Corriere della Sera, che, malgrado tutto, l’Italia ha dei punti di forza su cui potrebbe investire per il suo futuro (Lasciate spazio a chi sa fare).

Insomma, sotto il marciume esiste ancora un tessuto sano e competitivo fatto di aziende che aumentano l’export, di studenti eccellenti che però trovano impiego all’estero, di lavoratori dotati di talento ma malpagati, di istituzioni che in modo discreto producono qualità, etc. Andrebbero solo “lasciati fare”.

E torno così all’incrocio dei temi con cui abbiamo aperto: lavoro, uguaglianza, merito, solidarietà. Se è vero che l’Italia, che pur sempre rimane tra le prime economie del mondo, possiede i numeri per tornare vincente, questa conversione si potrà ottenere solo ad una condizione: premiare il merito e recidere i legami corporativi che paralizzano il paese.

L’antidoto alla “nostra” crisi, e dico la nostra perché si somma alla crisi globale (pur essendo distinta da quest’ultima), è una sana e corretta concorrenza. Il tema merita una declinazione. Pietrasanta, giustamente richiama il concetto del merito. Io vorrei richiamare il suo opposto. Il demerito.

Se chiediamo a chiunque se è d’accordo che il valore, per uno studente, un dipendente, un’impresa, un’istituzione, vada premiato, non vi è probabilmente chi non esprima approvazione. Se iniziamo a fare il passo successivo, ovvero a dire che però chi non merita deve essere penalizzato, costui inizierà quasi certamente a storcere la bocca. Se poi restringeremo ulteriormente il concetto al settore di appartenenza del nostro interlocutore, ecco che si alzeranno le barriere. E se infine chiedeste al signore in questione se lui è disponibile a partecipare alla competizione, lo vedreste facilmente scappare a gambe levate.

Bisogna essere chiari. Se in una gara qualcuno arriva primo, ci devono essere anche un secondo, un terzo, altri che non prenderanno la medaglia, un penultimo, un ultimo. Ovvero, non basta che il migliore arrivi primo se poi la giuria, secondo criteri politici, decide che tutto sommato anche gli altri concorrenti, ex aequo, sarà assegnata la medaglia d’oro (stile voto politico sessantottino). Nello sport esiste l’ex aequo, ma solo per chi fa lo stesso tempo nella stessa prova. Stesso merito.

Oggi in Italia si ha la sensazione di non essere nemmeno in questa condizione, perché la realtà è che l’incrostazione corporativistica promuove gli incapaci e immeritevoli in base a criteri che nulla hanno a vedere con il loro valore. Penalizzando i bravi. Ecco perché all’estero poi trovano lavoro e fanno strada giovani italiani e imprese nazionali che in patria non avrebbero molte possibilità.

Ecco perché noi continuiamo a insistere perché la politica si metta al servizio delle tante eccellenze che esistono anche qui. Sapendo che questo però ha un prezzo politico alto. Faccio degli esempi.

In Italia vi sono quattro volte gli avvocati che esercitano in Francia, pur con una sostanziale equivalenza tra i due paesi in quanto a popolazione. Se le regole della farraginosa giustizia italiana si adeguassero a quelle francesi (ma poco cambierebbe se prendessimo in esame un altro paese) in base della legge domanda/offerta, in media, o tre avvocati su quattro si dovrebbero trovare un altro lavoro, o i costi delle loro parcelle si dovrebbero ridurre a un quarto.

E’ chiaro che questo esempio tranchant, sconta una grossolana semplificazione. Ma l’idea di fondo è quella. E non ce l’ho con gli uomini di legge. Lo stesso ragionamento infatti lo potremmo applicare in tutti i settori di attività del nostro Paese.

Torniamo ora ai casi dei giovani disoccupati di questi giorni e dell’Alitalia. Partiamo dai giovani. Se 4 su dieci sono senza lavoro contro una disoccupazione media italiana di “appena” il 12,5% (dato discutibile per mille ragioni che qui non analizzeremo), i casi sono due: o questi sono molto meno meritevoli della media di trovare un’occupazione, il che è ovviamente assurdo, oppure i lavoratori “maturi” sono più protetti. E’ ovvio che il problema è il secondo e non il primo. Ed è anche facilmente intuibile che lasciare ferma la forza/lavoro giovane (tendenzialmente più energica e dinamica) è anche peggio, sotto il profilo della produttività, rispetto a quanto accadrebbe con una più omogenea distribuzione della disoccupazione.

Ma, mi chiedo, se esista un modo di creare lavoro vero (non assistenza a carico delle finanze pubbliche), che non sia quello di mettere le imprese in condizioni di aprire bottega o, dove siano già operanti, di mantenere aperta l’attività. Io penso di no, che non esista. Anche gli incentivi fanno poco o niente. Perché quando sono finiti i problemi si ripresentano. Basta mettere le aziende in condizioni di competere onestamente. Poi spiegherò cosa intendo con questo termine.

Veniamo poi ad Alitalia. All’azzeramento della partecipazione da parte di Air France la politica italiana ha risposto alzando sdegnosamente gli scudi e inventandosi la geniale soluzione di far entrare nel capitale della moribonda compagnia di bandiera, nientemeno che le Poste Italiane, società a capitale interamente pubblico (tanto da porre l’operazione intera a rischio di infrazione europea delle regole che proibiscono gli aiuti di stato, con conseguenti multe e censure).

Cosa si sarebbe dovuto fare? A parte il penoso e costoso per il contribuente italiano tentativo di salvataggio da parte dei “capitani coraggiosi”, in un sistema meritocratico, quando un’azienda non sta sul mercato (malgrado le concessioni in esclusiva, in deroga all’anti/trust, su alcune rotte come la Linate-Fiumicino) ci sono tre opzioni: ristrutturare, vendere, chiudere.

Riguardo alla prima, essa non deve avvenire a spese delle nostre tasche. Altrimenti non stiamo parlando di merito ma di assistenza. Che normalmente costa e non risolve. Vendere è una soluzione possibile. Non interessa nulla che l’Alitalia rimanga italiana. Vada pure, se non è possibile altrimenti, in mani straniere. La cosa importante è che ci sia il servizio. E il servizio c’è se c’è richiesta di voli sulle tratte oggi gestite da Alitalia. Poiché la domanda c’è, lasciamo fare e vedrete che troverete qualcuno disponibile a coprire le relative tratte. Nel caso specifico si era già prenotata Ryanair.

Se però le due opzioni di cui sopra non sono percorribili, meglio il fallimento. Non è la prima volta che compagnie aeree importanti falliscono senza conseguenze troppo gravi per le rotte e per i lavoratori delle rispettive aziende. E’ ad esempio il caso della svizzera Swissair e della belga Sabena, entrambe chiuse e riaperte, certamente a condizioni diverse, con un nuovo marchio, rispettivamente Swiss e SN Brussels Airlines. Il fallimento non deve essere evitato ad ogni costo (soprattutto quando il conto lo paga il contribuente). Anzi, un sistema economico sano produce in continuazione nuove imprese e fallimenti. E’ la selezione naturale. E’ la distruzione creatrice di schumpeteriana memoria.

Quindi, premiare il merito e punire il demerito devono andare di pari passo. La loro combinazione è anche molto equa perché consente ai capaci e meritevoli, come dice la costituzione di emergere. Ed è un forte equilibratore sociale. Perché anche chi appartiene a categorie normalmente svantaggiate come i meno abbienti, le donne, gli stranieri, nell’ambito di un gioco corretto sa che dandosi da fare può emergere. Obama o Clinton non sarebbero diventati presidenti americani, per fare un esempio, se questo fosse dipeso dalle condizioni sociali delle loro famiglie anziché dal loro impegno personale.

Ma ciò che qui si vuole fare non è un banale peana in favore della concorrenza e del merito. Perché giustamente qualcuno potrebbe obiettare che un mercato protetto e alterato dalla politica produce sì potenti e gravi distorsioni, ma un mercato libero e competitivo lascerebbe indietro chi non ce la fa o ha dei problemi. Che ne faremmo degli incapaci e degli immeritevoli?

Anche per questo una soluzione c’è. Volendola. La stessa Costituzione (art. 38) prevede la tutela in caso di inabilità, infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria. Dunque è corretto e giusto, anche eticamente, che chi si trova in queste condizioni abbia garantito il mantenimento, l’assistenza sociale e mezzi adeguati per vivere con dignità.

Dove sta allora il problema? Sta nel fatto che per garantire gli svantaggiati (a prezzo delle nostre tasse), non si deve “svantaggiare” un intero Paese, soprattutto se poi, accanto ai bisognosi veri ci troviamo anche una pletora di furbi e parassiti, affatto sfortunati ma, al contrario, campioni delle caste nazionali, nonché affossatori delle pubbliche finanze.

Dunque siano pure le casse statali, e dunque il contribuente, a sussidiare le singole persone in difficoltà. Ma non si mantengano in piedi e non si favoriscano, mediante scelte clientelari e con la scusa dei contraccolpi, aziende, associazioni ed enti, o anche singole persone, che devono invece reggersi con le proprie gambe o chiudere baracca e burattini.

Del resto, i Paesi dove la concorrenza è più libera ed il merito più apprezzato, normalmente, la disoccupazione risulta inferiore alla media ed i livelli retributivi più alti. Ma è più alta anche la soddisfazione dei protagonisti perché ciascuno sa che con l’impegno può raggiungere mete ambiziose.

Spesso la concorrenza rafforza la tendenza a crescere di tutto il sistema. Il merito di tutti viene amplificato (esattamente al contrario di quanto avviene in Italia). Si crea una specie di risonanza che aiuta i singoli volenterosi e la collettività. E questo anche dove, come nei Paesi del Nord Europa, i livelli di protezione sociali sono molto elevati. Ma in questi ultimi lo stato non interviene normalmente a distorcere il libero mercato. Interviene, a valle, quando il problema sociale lo richiede.

Del resto, che lo stato sia un cattivo imprenditore non è una novità. Non sarebbe fallito altrimenti il socialismo reale. Ma anche l’imprenditore privato può essere spesso un cattivo imprenditore (al di là dei meriti/demeriti personali di chi gestisce l’impresa). Normalmente i casi più eclatanti sono tre.

Il primo, quando un imprenditore pur privato opera in regime di oligopolio o di monopolio. Basti pensare per fare un immediato rimando, alla situazione del sistema radiotelevisivo italiano. Ma anche alla FIAT. O la stessa Alitalia.

Il secondo, quando lo stato interviene alterando la libera competizione. Penso di nuovo alla FIAT e alla vendita di Alfa Romeo, o agli incentivi che per anni hanno drogato il mercato senza rilanciare strutturalmente la presenza italiana della società automobilistica. Ma penso di nuovo ad Alitalia e all’intervento di Berlusconi e dei “capitani coraggiosi”.

Il terzo. Il mercato può essere (e in Italia in particolare lo è) drammaticamente alterato, quando non vengono fatte rispettare le leggi. Tra due imprenditori dello stesso settore, uno che paga regolarmente le tasse e l’altro che non lo fa, se la situazione non viene risolta, il primo (a parità di altre condizioni) è destinato a soccombere. Se oltre all’economia sommersa, consideriamo anche l’economia illegale alimentata dalla criminalità (che svolge anche attività legali pur gestite grazie ai proventi illeciti) capiamo, ad esempio, perché il Sud non decolla.

Io credo, in conclusione, che da qui si debba ripartire. Oggi una cattiva politica trucca le regole del gioco affossando il Paese. Lo stato dovrebbe invece uscire dalla gestione diretta in tutti o quasi gli ambiti economici. Garantire la concorrenza, il rispetto delle regole, la legalità, il welfare sociale e poco altro. E per il resto, laissez-faire, lasciar fare. Questo consentirebbe anche di liberare notevoli risorse che potrebbero essere destinate all’abbattimento della pressione fiscale generando un ciclo virtuoso.

Credo, tra l’altro, che tra i soggetti che potrebbero partecipare alla competizione non ci debbano essere necessariamente solo quelli aventi finalità lucrative. Esiste tutto il settore del no-profit, le fondazioni, il mondo cooperativo, enti ed associazioni laiche e cattoliche, ad esempio in ambito scolastico o sanitario, sindacati e gruppi, i più eterogenei, che possono essere interessati alla gara in regime di concorrenza, anche puntando su elementi diversi dal profitto. Purché nell’ambito di regole chiare e trasparenti. Purché il gioco sia equo e i dadi non vengano manipolati.

Come italiani, abbiamo un grande giacimento da sfruttare se solo lo vogliamo. Sono le nostre qualità e la nostra creatività. Se non saremo in grado di farlo, se chi gestisce la cosa pubblica non lo farà, siamo condannati. Non solo i problemi del Paese continueranno ad aggravarsi fino ad esplodere, con conseguenze disastrose. Ma la lettera e il senso della Costituzione seguiteranno ad essere traditi. La Carta fondamentale dello stato diventerà, come in parte crescente è stato in questi anni, carta straccia.

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One thought on “Un’onesta concorrenza

  1. Lasciamo la concorrenza al campo ludico, alle gare sportive; nella vita delle cose serie è giustissimo che il capace e meritevole sia premiato (e, se privo di mezzi, aiutato), così come il demerito, specie se per colpa o dolo debba essere punito, ma occorre escludere i concetti di competizione e di mercato almeno dai settori dei servizi fondamentali ad alta rilevanza sociale, come, a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, Sanità, Acqua potabile, Istruzione, Trasporti, Energia in tutte le sue forme, Poste & Telecomunicazioni, settori per i quali deve essere tassativamente vietato ogni interesse economico privato e, nel caso in cui generino utili, questi debbono andare a coprire disavanzi in altri settori.

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