La scuola e la memoria

Domenicale Agostino Pietrasanta

lagDa alcuni anni si evita la celebrazione e l’apologia indifferenziata; grazie all’assessorato provinciale pubblica istruzione che ne ha l’iniziativa ed il coinvolgimento della consulta studentesca, il giorno della memoria  e degli eventi della Shoah (ricorre il 27 gennaio) viene preparato nelle scuole con approfondimenti tematici e specifici che facilitano le conoscenze e tentano un approccio alle varie esperienze con adeguato senso critico.

Tanto per esemplificare; negli scorsi anni si è parlato delle donne nei lager, dei bambini nei lager, degli zingari e la Shoah, dello sport e la Shoah, dell’attività e della produzione musicale nella Shoah e del destino dei disabili e della loro eliminazione, in quanto portatori di “vite inutili”. Si è così passati dalle celebrazioni sempre esposte alle retoriche all’analisi di situazioni concrete e di esperienze devastanti della dignità e della identità e della dignità umana.

Quest’anno si parlerà della deportazione dei religiosi, con particolare riferimento ai preti cattolici, di cui si trova ampia documentazione, ma anche di pastori protestanti  e di esemplari presenze ebraiche. Il prof Gian Piero Armano, che da anni si muove nella promozione di questo registro d’intervento e chi scrive queste note gireranno, a partire dal 5 novembre, in parecchie scuole della provincia che hanno aderito all’iniziativa, per tracciare le linee di presenza dei religiosi nei lager, le loro motivazioni, il loro vissuto nell’esperienza dello sterminio di milioni di persone. Alla fine, alla vigilia del 27 gennaio (con ogni probabilità il 24) una serata, aperta al pubblico, di cui si darà successivo conto ed informazione, tirerà le conclusioni.

Diciamo in premessa che le scuole che hanno aderito coinvolgono parecchie centinai di studenti degli ultimi due anni delle superiori: si tratta di quasi tutte le scuole di Alessandria e di parecchie scuole dei centri/zona.

Le testimonianze che si possono raccogliere sono particolarmente intriganti. Molte volte il deportato ha solo offerto azioni e atti di carità verso i perseguitati e, per questo, considerato un pericoloso politico, viene arrestato dai soldati tedeschi, in genere dalle SS. Altra volta si tratta di religioso, in genere sacerdote che ha voluto seguire i perseguitati politici deportati nei campi; talora si tratta di cappellani militari che , allo sfaldamento dell’esercito italiano, dopo l’armistizio del settembre 1943, vogliono seguire i loro soldati trasferiti nei campi di concentramento.

Particolarmente interessante notare che, almeno in un primo momento e nella maggior parte dei casi, soprattutto i preti cercano di recuperare nei lager la loro funzione tradizionale del sacerdozio. La cosa non era semplice, perché il programma di disumanizzazione e di disprezzo dell’identità personale, posto in essere dai nazisti, temeva non poco il legame spirituale della celebrazione comune; con molta difficoltà, i sacerdoti riuscivano a confessare i prigionieri disposti alla vita sacramentale.

Peraltro, almeno dopo un periodo di esperienza nell’inferno dei campi, parecchi religiosi ritenevano fondamentale condividere l’esperienza del dolore, dando un significato di solidarietà cristiana a tale esperienza. Ne fa fede il fatto che, avendo ottenuto la S. Sede che tutti i preti fossero raccolti nel campo di Dachau, (autunno del 1944) dove avrebbero anche potuto celebrare, sia pure con molte  restrizioni, l’Eucarestia, molti scelsero, con loro rischio e pericolo di rimanere nei vari campi, per spirito di comunione con gli altri deportati: la loro “messa” sarebbe stata l’offerta della croce di tante persone, dando senso e significato  spirituale ad un esperienza altrimenti disumanizzante.

Forse si tratta di un tentativo di sensibilizzare il mondo della scuola ad un evento che, di norma, per colpa o per dolo, viene rimosso.

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