Chiesa e giovani, siamo fuori tempo massimo?

Giacomo D’Alessandro

scoutNegli ultimi mesi ho assistito a svariate “cerimonie di partenza” di ragazzi scout del centro storico di Genova. La partenza è il momento in cui un ragazzo, al termine del suo percorso, sente di esplicitare alla comunità l’adesione o meno alle tre “scelte” dello scoutismo: scelta politica, scelta di servizio, scelta cristiana. Con un simile atto ufficializza il suo passaggio, uscendo dagli Scout per “partire” nella vita adulta e nel mondo, a prescindere da una eventuale prossima decisione di entrare in una comunità capi oppure di fare servizio altrove.

In questa occasione si ha la possibilità di ascoltare ciò che un giovane pensa, ha maturato, ha fatto proprio delle suddette scelte. Particolarmente interessante l’aspetto della fede, sviscerando il quale emerge una drammatica realtà: anche in chi ancora frequenta gruppi o ambienti ecclesiali (quella percentuale sempre più esigua di “praticanti”) le tracce di un Vangelo vissuto con entusiasmo nella Chiesa sono molto scarse. Anche chi esplicita una scelta di fede, in pochissimi casi la unisce a un buon rapporto con l’ordinaria vita parrocchiale, le celebrazioni, l’istituzione ecclesiastica. Calza a pennello la recente osservazione del teologo Hans Kung: oggi molte persone credono nonostante la Chiesa.

Quello che si riceve parlando con i ragazzi – i ragazzi che scelgono di “avere fiducia” e “starci dentro” – è una fatica immane e forzata rispetto alle messe, ai sacramenti, alle forme e ai linguaggi (e ai personaggi) dell’istituzione, non solo in generale ma proprio nel locale. Sembra che per molti le esperienze di fede positive siano legate a “pochi preti buoni” e “momenti particolari” perlopiù nel proprio gruppo o in luoghi extra-ordinari (Taizé, Sermig…) salvabili rispetto a una realtà ecclesiale ordinaria sentita come lontana, pesante, per nulla interessante (quindi alla fine vissuta con indifferenza).

Negli incontri di preparazione alla cerimonia di partenza ho ad esempio osservato più volte e in persone diverse come la questione di conflitto maggiore sia se “mandare giù” la quantità di “marcio” percepito nella Chiesa, proseguendo un cammino di appartenenza se non altro come prezzo per poter continuare a fare scoutismo o servizio, oppure se con definitiva coerenza  continuare da soli il proprio percorso, che assume i valori del Vangelo ma non sente per nulla attraente o fruttifero un cammino ecclesiale.

Abbiamo un bel dire, noi capi di poco più grandi, a spiegare loro che la critica, il dissenso, il cambiamento non solo sono leciti, ma doverosi se si crede nella persona di Gesù e nel suo esempio di vita, e che il nodo essenziale della scelta cristiana su cui focalizzare la propria adesione è piuttosto la fiducia, l’impegno di mettersi alla scuola del nazareno, in una comunità, per realizzare il proprio contributo di speranza, giustizia, liberazione nel mondo, a partire dal farsi ultimi e tra gli ultimi.

Nei rari momenti in cui l’acqua si fa limpida, tutto questo appare battaglia contro i mulini a vento. L’immaginario culturale ed esperienziale che resta dominante è quello della Chiesa-Vaticano, dell’antiquatezza, del proibizionismo moralista, della sessuofobia, del dogma, della liturgia lagnosa e autoreferenziale, della casta maschile clericale… Forse che tutte queste cose non hanno fondamenti? Forse che tutte queste cose dopo secoli, decenni, sono cambiate o iniziate a cambiare?

Mancano dall’altra parte le motivazioni forti per “combattere” dall’interno in nome del Vangelo e della “speranza contro ogni speranza”, motivazioni che per molti non basta qualche buona esperienza (rimediata qua e là grazie a credenti un po’ più credibili) a far nascere e rendere salde.

“Rendete ragione della speranza che è in voi”, ricordo che diceva sempre Angelo Bagnasco da neo-Vescovo di Genova. “Siete voi a rendere torto alla speranza che è in noi” mi veniva da rispondere, come peraltro in seguito gli ho fatto presente a tu per tu, in diversi termini e con approccio costruttivo (ad ora mai raccolto).

Già, purtroppo l’esperienza anche personale della pastorale diocesana in questi anni non fa che completare e confermare quanto poi si riscontra nei ragazzi. Come dico sempre a chi mi domanda da altre regioni, pesa ancora su Genova l’impronta ecclesiale del Cardinal Siri, con la differenza che almeno quella generazione di pseudo-conservatori (pseudo perché il vero conservatore guarda l’essenza e la sostanza, non le forme e le incrostazioni storiche) aveva l’intelligenza di riconoscere i buoni pastori anche se su idee opposte. “Questi” invece preferiscono avere a che fare con buoni soldatini, lasciando spesso non lievitata la pasta migliore a disposizione. Non è uno slogan. Ho presente almeno tre casi in pochi anni di giovani (pezzi da novanta) avviati al sacerdozio, messi alla porta o rifiutati in entrata dal Seminario genovese, su indicazione del Vescovo, per la loro sensibilità e provenienza ecclesiale poco gradita. Si ha un bel dire poi a lamentarsi della crisi di vocazioni sponsorizzando come unica soluzione preghiere su preghiere.

Ma non è neppure un problema solamente legato a diocesi in cui si respira un clima arretrato. Per quanto altrove abbia sperimentato aria più fresca, apparati più leggeri, un clero meno clericale (nel vestire ad esempio), una pastorale più articolata e dialogante col mondo contemporaneo, anche lì i nodi del problema restano tutti: la messa viene sempre fatta nello stesso modo, così i sacramenti e la vita ordinaria delle parrocchie, appesantite di celebrazioni e rituali di cui ormai si giova una minuscola parte, peraltro non giovane, della popolazione di un quartiere. Fino a che certe cose non vengono ripensate o liberate “a monte”, i margini di adeguamento di una parrocchia, di un parroco, di una comunità al territorio e soprattutto al tempo odierno rimangono molto piccoli, troppo irrilevanti per le nuove generazioni decisamente allontanate se non mai avvicinate a un’esperienza ecclesiale o di fede.

Non pretendo chiaramente di aver proposto un’analisi oggettiva, soltanto di aver dato seguito ad alcune osservazioni esperienziali con una serie di considerazioni aperte alla discussione, ma piuttosto verosimili se accostate ai trend sociologici noti.

C’è davvero da chiedersi se la Chiesa nel coinvolgere i giovani non sia fuori tempo massimo. La Chiesa come pastorale ordinaria, di comunità stabili, di riferimento. Se i ragazzi non riescono a sperimentare il Vangelo in maniera convincente ed entusiasmante nella vita ordinaria delle comunità ecclesiali, quale Chiesa e quale fede stiamo portando avanti? Lo dico ai molti, preti e non, che nelle parrocchie ancora si preoccupano dei piccoli equilibri, delle piccole formulette… Qualche domenica fa al termine di una messa ho detto al parroco: perché non spostate l’altare sotto le balaustre, così che l’assemblea si senta più vicina, e non distante cinque metri di pavimento freddo e vuoto, per giunta sotto le balaustre. La risposta è stata che non si può fare, e che una parrocchia vicino, avendolo fatto parecchi anni prima, era stata redarguita da Siri fino a recedere. Scambi del genere sono assordanti nella loro eloquenza. Di fronte a giovani che, quand’anche credenti, non riescono più a sostenere una messa per come è incomprensibile e poco sentita (tanto che andrebbe rivista completamente), si incontrano ancora dei muri perfino su banalità come avvicinare un altare alla gente perché la celebrazione si segua meglio.

Come dice il nostro buon don Farinella, “è come quel tale che si preoccupa di non aver spento la luce in cantina, mentre la casa va a fuoco”.

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