Gli onori ed il servizio

Domenicale Agostino Pietrasanta

donaTanta e tale è la confusione in cui sta precipitando il Paese che non mi sento, almeno per una volta, di rattristarmi con gli scenari che i miei rarissimi lettori sanno vedere benissimo da soli e valutare, ciascuno, per  conto proprio. Sceglierei, di conseguenza, un registro più scanzonato, che potrebbe riuscirmi, se ne fossi in grado, sicuramente più distensivo.

Benché siano passati parecchi decenni, ricordo ancora che in un’occasione, da studente delle superiori, mi capitò di ragionare coi miei compagni di alcune pagine de “I Promessi Sposi”;  non so, né  ricordo, con quanto acume arrivassimo alle conclusioni, anche perché, nel bel mezzo delle nostre valutazioni, un mio carissimo amico, ben noto a tutta la combriccola per la sua invincibile avversione allo studio, mi si avvicinò con fare circospetto, per non farsi sentire dagli altri e mi pose una domanda: “ma il prete chi era? don Abbondio o don Rodrigo?” Nonostante il tono sommesso, tutti sentirono e scoppiò una sonora quanto condivisa risata. A me però fu d’insegnamento: lo so che l’accostamento potrebbe essere sproporzionato, ma per la prima volta realizzai che si poteva usare lo stesso titolo onorifico per uno spagnolesco, truffaldino e tirannico signorotto e per un sacerdote. Nello specifico si trattava di un personaggio tanto vile quanto indifferente alla sua missione, ma in ogni caso il risultato non cambia, dal momento che ci sono parecchi sacerdoti di ben altra levatura, coraggio e disponibilità. Insomma, mi parve che quella confusione dei titoli e quell’uso dell’onorificenza, fosse fuori posto.

Anni dopo, anche per la mia professione, mi capitò di essere in confidenza con un seminarista di cui non vi dirò certo il nome, ma che chiamerò Asdrubale per impedire qualsiasi identificazione; non appena fu ordinato diacono, mi avvenne di rivolgermi a lui, chiamandolo per nome, ma prontamente mi corresse: “chiamami pure don Asdrubale, non Asdrubale”. Più che mortificato, rimasi pensoso e ancora una volta l’episodio mi servì: “ma perché don, cosa ha a che fare con un prete? in fondo “don” è abbreviazione del medioevale “donno”  cioè “dominus”, “padrone”. E che il prete, uomo della condivisione della solidarietà umana e spirituale, voglia essere chiamato padrone mi lascia pensoso”. Certo, tutto in buona fede, tutto senza malizia alcuna; e tuttavia, quanti danni non si fanno per pura colpa e non certo per dolo!

Ripensavo a queste cose, sfogliando nelle ultime settimane, un periodico di carattere pastorale, su cui alcuni sacerdoti hanno posto il problema con encomiabile sensibilità e hanno semplicemente costatato due cose: intanto che i titoli basterebbe rifiutarli e poi che il don è tanto  discutibile, se appioppato al prete, quanto il monsignore: basta dire di no quando te lo offrono e non tenere pronta, nell’armadio, la talare paonazza, per ogni desiderata evenienza.

Ed allora: bisognerebbe prendere atto di quanto la Chiesa, cioè il Popolo di Dio, abbia bisogno di esempi e soprattutto di testimonianza di servizio, anziché di titoli di onore e varie onorificenze. La cosa ovviamente coinvolge anche i laici; meglio, quei laici che farebbero carte false per succiarsi un titolo di grand’ufficiale, di commendatore, di cavaliere, senza badar tanto per il sottile se il titolo venga dalla Repubblica o dalla Santa Sede.

E se, attraverso le testimonianze di chi li rifiuta, si arrivasse ad abolirli tutti? Che ve ne pare? Dimenticavo (poffarbacco!): di cavaliere ce n’è uno che si troverebbe ben impicciato.

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