Il partito che non c’è

Il punto  Marco Ciani

monE così ci siamo giocati anche Monti!

Parte un po’ tra il serio e il faceto questa considerazione incentrata sulla miseria di ogni tentativo valido di superamento del binomio PDL/PD, malgrado i necrologi affissi ormai da tempo sia per l’uno che per l’altro partito.

Dico binomio e non bipolarismo perché, ovviamente, risulta impossibile ignorare l’esistenza di una terza forza affatto trascurabile come quella del Movimento 5 Stelle. E forse, malgrado le ultime vicissitudini, nemmeno il pur disastrato polino di centro, seppur in stato avanzato di dissoluzione.

Lega e Sel possono invece essere considerate, ai fini della nostra osservazione, appendici dei partiti maggiori di destra e sinistra, non essendo in grado, data la loro dimensione modesta, di configurarsi come poli a sé stanti.

E tuttavia, malgrado sulla carta l’offerta politica si presenti piuttosto ricca ed articolata (considerando anche la dialettica interna ai due soggetti maggiori) sembra proprio che una larga parte di popolazione faccia molta fatica a riconoscersi nelle forze in campo.

E non mi riferisco solo ed unicamente ai non votanti, ma anche a quella notevole fascia di elettori che ogni volta sono costretti a recarsi alle urne con il naso tappato per non rimanere nauseati, secondo la celebre esortazione di montanelliana memoria.

A parole tutti (o quasi) sostengono che l’Italia ha bisogno di riforme, di tagli alla spesa, di riduzione delle tasse, di maggiore efficienza, di meno burocrazia, di una migliore istruzione e della nuova legge elettorale.

Ma poi, o non si fa nulla o, come nel corso dell’ultima legge di stabilità, la montagna partorisce il topolino. Basta provare a chiedere ai partiti di indicare in modo preciso quali tagli alla spesa sono disponibili a fare ed ecco che…abbiamo già finito. Quindi, niente tagli alla spesa, e conseguentemente nessuna riduzione della pressione fiscale.

Per quanto banale ed ovvio appaia a qualsiasi ragionamento, sono assai gli italiani a non capire che senza un taglio della spesa pubblica è impossibile, nelle condizioni attuali, ridurre le tasse. In tempi di crisi, se non tagli le uscite (spesa), non potrai abbattere le entrate (imposte). Anche perché non ci è consentito dall’Unione Europea andare in deficit oltre il 3% del PIL. Ecco perché ogni manovra, al massimo, ripartisce in modo diverso la pressione del fisco, ma non riduce il carico complessivo.

Le cause della paralisi che condanna l’Italia ad un progressivo declino, raccontato dallo scivolamento verso il basso in qualunque nuova classifica pubblicata, sono sostanzialmente note. Non si tratta solo dell’influenza berlusconiana, che pure coincide con la fase più buia della nostra repubblica. In fin dei conti, dopo la discesa in campo dell’ex-Cavaliere, anche la sinistra ha potuto governare per una legislatura e passa. Abbiamo insomma avuto governi di destra, di sinistra, di grande coalizione o larghe intese. Ma nessuno ha impresso al Paese la svolta che sarebbe stata necessaria.

A mio modo di vedere, tutti i governi che si sono susseguiti, pur con differenze considerevoli – non saremo certo noi, ovviamente, a fare di ogni erba un fascio – hanno evitato accuratamente di risolvere i problemi strutturali che condizionano la crescita dell’economia.

Non hanno ridotto in modo significativo, come dicevamo poc’anzi, il peso del fisco, il debito o la spesa pubblica; non hanno migliorato la qualità dell’istruzione, né riformato il lavoro e le professioni, e nemmeno risolto o comunque rivisto in modo radicale il funzionamento della giustizia e/o della burocrazia. L’unica vera riforma di questi ultimi anni, pur con tutti i difetti e le altre considerazioni che si possono sollevare, è stato il cambio delle regole pensionistiche. Poi nulla più.

Se questo non è avvenuto, come quasi tutti i maggiori analisti sono costretti ad ammettere, è perché il Paese è bloccato da una marea di caste e corporazioni più o meno importanti ed in grado di condizionare, da destra in alcuni casi, da sinistra in altre, le scelte di qualunque esecutivo al potere.

Lo aveva capito bene lo stizzito professor Monti che più volte sottolineò tale aspetto. Anche se poi, con la suddetta eccezione dell’aumento dell’età per la quiescenza, non ha avuto il coraggio di trarre le conseguenze. E ciò pur potendo contare sulle condizioni di emergenza in cui si trovava l’Italia durante il suo premierato e la fiducia dell’Europa e dei mercati nei suoi confronti. Presupposti che, con un po’ di buona volontà e di coraggio, avrebbero consentito di forzare i partiti a cambiare registro.

Spesso il corporativismo è stato confuso con la sussidiarietà. Molte volte da questo blog è stata richiamata l’importanza di quest’ultima per una visione politica che si ispira al cattolicesimo democratico, sussidiarietà intesa come ruolo centrale degli attori sociali e dei corpi intermedi nella formazione di una visione politica ispirata al bene comune. Ciò che differenza la sussidiarietà dal corporativismo sta proprio qua. In quest’ultimo i corpi sociali perseguono i propri obiettivi in modo egoistico e non orientato al bene complessivo. E’ una distinzione fondamentale.

Ciò premesso, viene da chiedersi come mai nessuna forza politica incarni questa voglia di cambiamento che pare trovare sbocco solo nell’astensionismo o in derive protestatarie, ma non in progetti politici costruttivi ed orientati alla trasformazione dello stato di cose presenti. In teoria, se esiste una domanda politica dovrebbe crearsi anche un’offerta adeguata. E invece no. Non c’è o, se mai esiste, non raccoglie consenso. Perché?

La mia tesi è la seguente. Ciò che inibisce il cambiamento è la paura. Ho riscontrato che anche in molti conoscenti che pure si lamentano dell’esistente, quando posti dinanzi all’esigenza di un mutamento che riguardi anche loro (cioè noi) stessi, si ritraggono.

Ogni tanto scherzando, dico che i farmacisti sono d’accordo a fare la riforma dei notai, liberalizzandone il mercato. E probabilmente anche i notai sarebbero più che favorevoli alla deregolamentazione delle licenze dei taxi. E potremmo continuare. Ma se poi chiedessi loro se sarebbero anche disponibili, nell’ambito di una riforma complessiva, a metter in discussione la loro professione, ecco che allora non ci troveremmo più d’accordo. Ogni categoria sarebbe certamente in grado di argomentare con convinzione perché il proprio settore va bene esattamente così come è. E dunque non va cambiato.

Ognuno di noi (o quasi) appartiene ad una casta, grande o piccola non importa: politici, sindacalisti, industriali, commercianti, professionisti autonomi, insegnanti, magistrati, pubblici dipendenti etc. etc. Tutti vorremmo che il sistema cambiasse, ma quasi nessuno è disponibile a mettersi in gioco in prima persona. E allora tutto si blocca perché una riforma complessiva non può agevolmente prodursi se tutti i settori della società non ne sono coinvolti. Non si può pretendere di cambiare il mercato delle farmacie se non si modificano le norme anche per i notai.

Per cui, anche se tutti o quasi soffriamo per lo stato di cose presenti e ci piacerebbe vedere un Paese finalmente liberato dalle catene delle varie caste facciamo anche noi come quegli uomini descritti nell’Amleto di Shakespeare, preferiamo cioè “sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti”.

Inutile dire che tale visione sclerotizzata dei rapporti sociali, ammazzando il merito,  conduce inevitabilmente alla stagnazione ed al declino. Inoltre condannerà sempre più i giovani validi e volenterosi a cercare fortuna all’estero, impoverendo ancor più il Bel Paese.

Ma se un domani un partito (fosse anche uno di quelli già esistenti) fosse in grado di proporre una riforma completa del sistema nel senso che abbiamo sempre sostenuto, e mettendo in discussione tutte le caste senza strabismi, avesse il coraggio di fare riforme di questo tipo, senza compromettersi con rottami del passato come i Casini o i Fini (errore che a Monti è costato uno sproposito in termini di credibilità, e quindi di voti. Inutile pertanto l’acrimonia di questi giorni), secondo me, anche se non immediatamente, potrebbe trovare in capo a un tempo ragionevole il consenso per governare.

Manca l’innesco, ma la paglia e i rami secchi sono sufficientemente inariditi dal degrado delle condizioni sociali che prima o poi, un incendio tale, a seconda dei casi e delle condizioni del momento, da fertilizzare o, al contrario, distruggere lo status quo – dipende da chi lo avvia e controlla – si dovrà pur produrre.

Del resto, altre soluzioni per uscire dal pantano attuale, non saprei indicare.

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